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iLibrieleNotti : LA TRAVERSATA. Libro Secondo. (5)
di fulmini , Mon 12 April 2021 4:00
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Capitolo 4. Le Utopie e le Scienze politiche.


Tra la Controriforma e la Rivoluzione francese è possibile individuare due movimenti culturali e politici, quello delle Utopie e quello delle Scienze politiche, che segnano il momento di maturazione ed elaborazione intellettuale positiva del progetto di ordinamento sociale che dia forma alla civiltà nascente.

xilografia

Incisione di Ambrosius Holbein per l'edizione del 1518 dell'Utopia di Thomas More


Le Utopie configurano un altro modello di movimento politico-culturale che si può individuare nello studio della transizione alla civiltà moderna; movimento più limitato e circoscritto in confronto ai movimenti precedenti quanto alla sua rilevanza nella storia della cultura e alla sua diffusione, ma che occupa un luogo importante nello svolgimento del processo.


Il Rinascimento aveva iniziato la critica della civiltà cattolico-medioevale e posto i primi princìpi di una civiltà nuova; la Riforma aveva diffuso i valori, le idee, gli atteggiamenti di questa, costruendo una coscienza e una volontà nazionale-popolare; la Controriforma, in quanto tentativo fallito di restaurazione, segna la dissoluzione della vecchia civiltà. Le Utopie danno inizio a una fase più direttamente propositiva, di definizione in positivo del nuovo ordine; movimento ancora molto astratto e generale, ma che apre la strada alla più concreta e realistica costruzione successiva delle Scienze politiche. Il movimento utopistico costituisce il ponte tra il pensiero metafisico-religioso e il pensiero scientifico-razionalista, e al contempo stabilisce un contatto tra le aspirazioni popolari emergenti e gli emergenti progetti intellettuali.


Gramsci sottolinea l’importanza delle Utopie, particolarmente in riferimento ai processi di formazione dei partiti politici: “Si potrebbe studiare in concreto la formazione di un movimento storico collettivo, analizzandolo in tutte le sue fasi molecolari, ciò che di solito non si fa perché appesantirebbe ogni trattazione: si assumono invece le correnti d’opinione già costituite intorno a un gruppo o a una personalità dominante. È il problema che modernamente si esprime in termini di partito o di coalizione di partiti affini: come si inizia la costituzione di un partito, come si sviluppa la sua forza organizzata e di influenza sociale ecc. [...] Importanza delle utopie e delle ideologie confuse e razionalistiche nella fase iniziale dei processi storici di formazione delle volontà collettive: le utopie, il razionalismo astratto hanno la stessa importanza delle vecchie concezioni del mondo storicamente elaborate per accumulazione di esperienze successive.” (Q, 1058) È da notare come le Utopie sono qui considerate come un modello di movimento politico-culturale avente un valore non limitato al singolare movimento delle Utopie connesso alla Controriforma.


Gramsci studia il significato complessivo delle Utopie nel passaggio alla nuova civiltà in un paragrafo del Quaderno 6 intitolato Romanzi filosofici, utopie, ecc., dove mostra il carattere progettuale delle Utopie, insiste nel rilievo di esse nella storia della politica e della cultura, e fissa il rapporto che mettono in opera tra i bisogni delle masse popolari e la loro coerente elaborazione intellettuale e politica:


“Controriforma e utopie: desiderio di ricostruire la civiltà europea secondo un piano razionale. Altra origine e forse la più frequente: modo di esporre un pensiero eterodosso, non conformista e ciò specialmente prima della Rivoluzione francese. Dalle Utopie sarebbe derivata quindi la moda di attribuire a popoli stranieri le istituzioni che si desidererebbero nel proprio paese, o di far la critica delle supposte istituzioni di un popolo straniero per criticare quelle del proprio paese. Così dalle Utopie sarebbe nata anche la moda di esaltare i popoli primitivi, selvaggi (il buon selvaggio) presunti essere più vicini alla natura. (Ciò si ripeterebbe nell’esaltazione del ‘contadino’, idealizzato, da parte dei movimenti populisti). Tutta questa letteratura ha avuto non piccola importanza nella storia della diffusione delle opinioni politico-sociali fra determinate masse e quindi nella storia della cultura. Si potrebbe osservare che questa letteratura politica ‘romanzata’ reagisce alla letteratura ‘cavalleresca’ in decadenza (Don Chischiotte, Orlando Furioso, Utopia di Tommaso Moro, Città del sole) e indica quindi il passaggio dall’esaltazione di un tipo sociale feudale all’esaltazione delle masse popolari genericamente, con tutti i suoi bisogni elementari (nutrirsi, vestirsi, ripararsi, riprodursi) ai quali si cerca di dare razionalmente una soddisfazione. Si trascura nello studio di questi scritti di tener conto delle impressioni profonde che dovevano lasciare, spesso per generazioni, le grandi carestie e le grandi pestilenze, che decimavano e stremavano la grandi masse popolari: questi disastri elementari, accanto ai fenomeni di morbosità religiosa, cioè di passività rassegnata, destavano anche sentimenti critici ‘elementari’, quindi spinte a una certa attività che appunto trovavano la loro espressione in questa letteratura utopistica, anche parecchie generazioni dopo che i disastri erano avvenuti, ecc.” (Q, 311-2)


Gramsci torna sul tema in un paragrafo del Quaderno 25, dove approfondisce affermazioni contenute nel paragrafo precedente e aggiunge altre considerazioni:


“Le ‘Utopie’ e i così detti ‘romanzi filosofici’. Sono stati studiati per la storia dello sviluppo della critica politica, ma un aspetto dei più interessanti da vedere è il loro riflettere inconsapevolmente le aspirazioni più elementari e profonde dei gruppi sociali subalterni, anche dei più bassi, sia pure attraverso il cervello di intellettuali dominati da altre preoccupazioni. Questo genere di pubblicazioni è sterminato, se si tiene conto anche dei libri che hanno nessuna importanza letteraria e artistica, cioè se si parte dal punto di vista che si tratta di un fenomeno sociale. Si pone perciò il primo problema: la pubblicazione in massa (relativa) di tale letteratura, coincide con determinati periodi storici, con i sintomi di profondi rivolgimenti politico-sociali? Si può dire che essa è come un insieme di ‘cahiers de doléance’ indeterminati e generici, e di un tipo particolare? Intanto è anche da osservare che una parte di questa letteratura esprime gli interessi dei gruppi dominanti o spodestati ed ha carattere retrivo e forcaiolo. Sarebbe interessante compilare un elenco di questi libri, ‘utopie’ propriamente dette, romanzi così detti filosofici, libri che attribuiscono a paesi lontani e poco conosciuti ma esistenti, determinate usanze e istituzioni che si vogliono contrapporre a quelle del proprio paese. L’Utopia di T. Moro, la Nuova Atlantide di Bacone, l’Isola dei piaceri e la Salento di Fénelon (ma anche il Telemaco), i Viaggi di Gulliver dello Swift. ecc. [...] Si può sostenere che le Utopie più famose sono nate nei paesi protestanti e che anche nei paesi della Controriforma le Utopie sono piuttosto una manifestazione, la sola possibile e in certe forme, dello spirito ‘moderno’ essenzialmente contrario alla Controriforma (tutta l’opera di Campanella è un documento di questo lavoro ‘subdolo’ di scalzare dall’interno la Controriforma, la quale, del resto, come tutte le restaurazioni, non fu un blocco omogeneo, ma una combinazione sostanziale, se non formale, tra il vecchio e il nuovo). Le Utopie sono dovute a singoli intellettuali, che formalmente si riattaccano al razionalismo socratico della Repubblica di Platone e che sostanzialmente riflettono, molto deformate, le condizioni di instabilità e di ribellione latente delle grandi masse popolari dell’epoca; sono, in fondo, manifesti politici di intellettuali, che vogliono raggiungere l’ottimo Stato. Bisogna tener conto inoltre delle scoperte scientifiche del tempo e del razionalismo scientifista che ebbe le sue prime manifestazioni proprio nel periodo della Controriforma. Anche il Principe del Machiavelli fu a suo modo un’Utopia (cfr in proposito alcune note in altro quaderno). Si può dire che proprio l’Umanesimo, cioè un certo individualismo, fu il terreno propizio al nascere delle Utopie e delle costruzioni politico-filosofiche: la Chiesa, con la Controriforma, si staccò definitivamente dalle masse degli ‘umili’ per servire i ‘potenti’; singoli intellettuali tentarono di trovare, attraverso le Utopie, una soluzione di una serie di problemi vitali degli umili, cioè cercarono un nesso tra intellettuali e popolo: essi sono da ritenere pertanto i primi precursori storici dei Giacobini e della Rivoluzione francese, cioè dell’evento che pose fine alla Controriforma e diffuse l’eresia liberale, ben più efficace contro la Chiesa di quella protestante.” (Q, 2290-2)


Gramsci osserva in primo luogo come per Utopie non siano da intendersi soltanto le grandi opere sotto questo nome comprese nella storia delle idee, ma un “fenomeno sociale” complesso in cui si articolano tre piani: una effervescenza di aspirazioni economiche e politiche dei gruppi sociali subalterni, un movimento letterario ordinario che ha una relativa diffusione di massa, una espressione filosofica e artistica superiore. Questo movimento complesso delle Utopie non costituisce tuttavia una organizzazione politica o di partito, in quanto il rapporto fra i tre piani non è un rapporto organico ma astratto e razionalistico; non fonda quindi aggregazioni e associazioni permanenti. I grandi utopisti non formano neanche un gruppo politico o intellettuale, restano singoli pensatori che indirizzano alla società indistinta il loro messaggio di denuncia sociale, i loro manifesti politici, i loro progetti ideali di Stato.


Gli utopisti sono portatori della nuova civiltà e in quanto tali esprimono un pensiero eterodosso e non conformista; sono permeati dai problemi delle classi popolari e sono aperti alla nuova mentalità razionalista e ricettivi delle scoperte scientifiche e delle nuove dimensioni del mondo; sono i primi a percepire un altro orizzonte delle possibilità di convivenza umana ed a immaginarne le forme. Sottoposti però ai condizionamenti e alla repressione dell’epoca, dell’Assolutismo e della Controriforma, essi comunicano letterariamente e in modo indiretto il loro pensiero: idealizzando i popoli primitivi, criticando in paesi stranieri vizi del proprio paese, supponendo esistente in altre regioni ciò che è solo un proprio progetto, camuffando il contenuto del pensiero politico nelle forme dei romanzi, nella rappresentazione di mondi immaginari. Nei limiti di queste forme di comunicazione, gli utopisti smuovono dall’interno le vecchie strutture culturali e politiche.


Risultato dello spostamento e della espressione del discorso politico sul terreno culturale è che esso, se da una parte riesce parzialmente a sfuggire alla repressione, dall’altra diviene sfumato e perde efficacia: il conflitto politico, costretto a esprimersi sul terreno culturale (in senso stretto), diventa irrisolvibile. Ciò è rafforzato dal fatto che le stesse forme di espressione letteraria servono anche a canalizzare, in senso regressivo, gli interessi dei gruppi dominanti.


Nonostante l’azione politica degli utopisti si svolga essenzialmente sul terreno culturale e non si strutturi in associazioni relativamente permanenti, il movimento delle Utopie costituisce un precedente storico del partito politico moderno, la cui prima manifestazione compiuta sarà offerta dai giacobini. Gramsci ritiene gli utopisti “i primi precursori storici dei Giacobini e della Rivoluzione francese” proprio in quanto cercano di stabilire un nesso tra intellettuali e popolo e di risolvere i problemi sociali immediati attraverso una complessiva ristrutturazione della società e del potere.


Occorre sottolineare infine come le Utopie rappresentino un antecedente delle ideologie politiche e della scienza politica in senso moderno. Come dice Gramsci, esse sono “le forme in cui la scienza politica si configurava fino al Machiavelli” (Q, 1555), e più precisamente una figura di transizione fra il trattato scolastico e il saggio scientifico. Della scienza politica, le Utopie contengono già un elemento di individuazione delle contraddizioni dell’epoca e di denuncia delle ingiustizie sociali, nonché un elemento di creazione e costruzione di una razionalità nuova; mentre però la scienza politica fornisce fini e programmi politici concreti e definiti, e orienta l’azione nel campo del possibile, le Utopie offrono dei modelli ideali.


Se le Utopie rappresentano un momento di elaborazione preliminare e immaturo della teoria politica congrua alla civiltà statale, le Scienze politiche costituiscono il movimento teorico che elabora coerentemente la razionalità teorico-scientifica propria dello Stato moderno.


Carattere distintivo di questa civiltà è il suo essere tendenzialmente strutturata dalle attività scientifiche, cioè il definire in prospettiva la centralità della scienza; centralità che tende ad affermarsi mediante il movimento convergente delle scienze della natura, sistematicamente applicate alla produzione materiale, e delle scienze politiche, destinate alla direzione e organizzazione degli individui e dei gruppi. “È indubbio – scrive Gramsci – che l’affermarsi del metodo sperimentale separa due mondi della storia, due epoche e inizia il processo di dissoluzione della teologia e della metafisica, e di sviluppo del pensiero moderno [...]. L’esperienza scientifica è la prima cellula del nuovo metodo di produzione, della nuova forma di unione attiva tra l’uomo e la natura.” (Q, 1449)


L’espressione “Scienze politiche” indica qui tuttavia un movimento circoscritto, intrapreso da ristretti gruppi intellettuali che fondano tra il XVII e il XVIII secolo, nelle grandi nazioni europee in formazione, nuovi metodi di conoscenza ed elaborano nuovi contenuti di pensiero politico. Si tratta in particolare della scienza dell’economia, della scienza del diritto, della scienza delle idee.


Esaminiamo ora queste scienze, non con l’intenzione di analizzarne i contenuti, bensì di individuarne: a) la struttura conoscitiva nuova di cui sono portatrici; b) il posto che occupano nella storia della cultura e degli intellettuali; c) il ruolo svolto da esse nella formazione dello Stato moderno. È questa la prospettiva di ricerca che orienta le analisi di Gramsci: “Questa ricerca sulla storia degli intellettuali non sarà di carattere ‘sociologico’, ma darà luogo a una serie di ‘storia della cultura’ (Kulturgeschichte) e di storia della scienza politica. Tuttavia sarà difficile evitare alcune forme schematiche e astratte che ricordano quelle della ‘sociologia’: occorrerà pertanto trovare la forma letteraria più adatta perché l’esposizione sia ‘non-sociologica’.” (Q, 1515) Dove risalta la differenza dell’approccio gramsciano rispetto a quello marxiano, engelsiano, leniniano, caratterizzato piuttosto dall’esame critico del contenuto interno delle scienze e del loro ‘carattere di classe’ (le determinazioni sociologiche).


(Il libro intero lo trovate qui: http://www.fulminiesaette.it/modules/news/article.php?storyid=5108)

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