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iLibrieleNotti : La Vita Nuova. Capitolo 3
di fulmini , Tue 16 January 2018 5:00
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Capitolo 3. La crisi organica della civiltà moderna.


L’attuale civiltà moderna è in crisi organica, e sono in crisi i tre pilastri che la sostengono.
È in crisi il suo pilastro politico: lo Stato Nazionale, i partiti politici e la burocrazia di governo.
È in crisi il suo pilastro economico: l’industrialismo, il consumismo e il capitalismo.
È in crisi il suo pilastro culturale: le ideologie, le scienze sociali, il positivismo.


Manifestazioni della crisi organica.

Queste tre dimensioni della crisi si manifestano attraverso molteplici effetti, che possiamo sintetizzare nell’esaurimento di un modo di sviluppo economico, di una forma di convivenza civile e politica, e delle ideologie e scienze sociali e teorie che si rivelano incapaci di dar senso alla vita collettiva e di costruire soluzioni efficaci dei grandi problemi che affliggono le società attuali.


Rappresentazione della crisi organica negli anni Sessanta del Novecento.

Francis Bacon, Tre studi per il ritratto di Lucien Freud, 1964.
"Ho sempre sognato di dipingere il sorriso, ma non ci sono mai riuscito." (Bacon)

trittico di Francis Bacon



Declino della vecchia civiltà moderna.

La vecchia civiltà moderna manifesta così il proprio sfinimento e la propria incapacità di continuare a contribuire all’espansione e al perfezionamento dell’esperienza umana.
Per questo diciamo che la crisi è ‘organica’: perché riguarda l’intero organismo economico-politico-culturale e non soltanto una sua parte, e perché la vecchia civiltà moderna non può più espandere la vita umana, essendo essa stessa in fase di declino.


Necessità di una nuova civiltà.

Essendo organica, questa crisi non si può risolvere se non attraverso la costruzione di una nuova organicità, di una nuova civiltà. Di fatto, le fonti vitali, i pilastri della vecchia civiltà moderna, vanno deteriorandosi senza rimedio.
Questo decadimento progressivo sta avvenendo lentamente, e il processo del suo superamento può durare decine di anni, sebbene ci siano chiari segni che la crisi economica, politica e culturale si stia accelerando.


Rappresentazione della crisi organica negli anni Sessanta del Novecento.

(Sequenza di film) Federico Fellini, Otto e Mezzo, 1961 - 2 minuti 59 secondi
"Mi sento un ferroviere che ha venduto i biglietti, messo in fila i viaggiatori, sistemato le valige nel bagagliaio: ma dove sono le rotaie?" (Fellini)
https://www.youtube.com/watch?v=6TsElhgMeXE


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L'insieme dell'opera, della quale siamo coautori Luis Razeto ed io, mano a mano che saranno resi pubblici i singoli capitoli, andrà componendosi nel mio sito ufficiale e precisamente qui: http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/scienza/196-la-vita-nuova-versione-multimediale.html?start=1

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Commenti
Inviato: 12/10/2019 21:00  Aggiornato: 17/10/2019 16:02
Autore: fulmini

La Traversata. Libro Primo. Dalla critica del marxismo e della sociologia alla proposta di una scienza della storia e della politica.
https://www.amazon.it/Traversata-marxismo-sociologia-proposta-politica-ebook/dp/B076ZL9MRZ
Si riporta qui di seguito la parte introduttiva del Capitolo 6. Teoria della crisi organica - pagine 72-78 (l'intero capitolo comprende le pagine 72-96)

La scienza della storia e della politica ha come premessa storica lo sviluppo della ‘grande crisi’ organica, e la sua analisi produce i primi contenuti teorici di questa scienza. Ci soffermiamo perciò sulla crisi, sulla teoria gramsciana della crisi organica, per individuare insieme le condizioni storiche in cui si forma questa scienza, i problemi intorno ai quali lavora, ed i suoi primi concetti.

Esaminiamo quei passi dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci (edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi 1975) dove più direttamente ed esplicitamente Gramsci analizza tale situazione critica problematica. Prendiamo in esame il paragrafo La crisi. In esso Gramsci fissa alcuni elementi fondamentali per una ‘teoria della crisi organica’.

Primo elemento della teoria della crisi organica. Con il concetto di ‘crisi’ Gramsci individua una fase storica complessa di lunga durata e di carattere mondiale, e non uno o più eventi, particolari manifestazioni di essa. Il concetto di crisi definisce difatti ciò che solitamente è denominato ‘periodo di transizione’, cioè un processo cruciale nel quale si manifestano le contraddizioni tra la razionalità storico-politica dominante e l’emergenza di nuovi soggetti storici portatori di inediti comportamenti collettivi.

“Si tratta di un processo – scrive Gramsci - che ha molte manifestazioni e in cui cause ed effetti si complicano e si accavallano. [...] Si può dire che della crisi come tale non vi è data d’inizio, ma solo di alcune ‘manifestazioni’ più clamorose che vengono identificate con la crisi, erroneamente e tendenziosamente. [...] Tutto il dopoguerra è crisi, con tentativi di ovviarla, che a volta a volta hanno fortuna in questo o quel paese, niente altro. Per alcuni (e forse non a torto) la guerra stessa è una manifestazione della crisi, anzi la prima manifestazione; appunto la guerra fu la risposta politica ed organizzativa dei responsabili.” (Q, 1755-6)

Intanto è da notare che la ‘grande guerra’, cioè la prima guerra mondiale, date le sue dimensioni, manifesta il carattere mondiale della crisi stessa, e con questo Gramsci corrobora la sua critica “di quelli che nell’ ‘americanismo’ vogliono trovare l’origine e la causa della crisi” (Q, 1755). Il carattere mondiale della crisi è rimarcato da Gramsci in quel passaggio dove afferma che, sebbene alcuni paesi “hanno sentito più la crisi”, è una “illusione” immaginare di poter sfuggire ad essa; illusione che discende dal fatto che “non si comprende che il mondo è una unità, si voglia o non si voglia, e che tutti i paesi, rimanendo in certe condizioni di struttura, passeranno per certe ‘crisi’ ” (Q, 1757). In quale senso la guerra sia stata prima manifestazione della crisi e prima risposta politica ed organizzativa ad essa, lo esamineremo più avanti.

Il secondo elemento della teoria della crisi organica consiste nella individuazione di essa come processo che coinvolge l’insieme della vita sociale,ragione per cui non può essere ridotta ai suoi aspetti particolari: crisi finanziaria, crisi d’autorità, crisi commerciale, crisi produttiva ecc. “È difficile nei fatti separare la crisi economica dalle crisi politiche, ideologiche ecc., sebbene ciò sia possibile scientificamente, cioè con un lavoro di astrazione.” (Q, 1756)

È con il concetto di crisi organica che Gramsci definisce una crisi storica complessiva. Egli contrappone il concetto di crisi organica al concetto di crisi di congiuntura; una crisi congiunturale “non è di vasta portata storica e si presenta come occasionale, immediata, quasi accidentale” (Q, 1579), ed è determinata da fattori “variabili e in sviluppo” (Q, 1077). Una crisi di carattere organico invece “investe i grandi aggruppamenti, di là dalle persone immediatamente responsabili e di là dal personale dirigente” (Q, 1579); in questo caso “si verifica una crisi, che talvolta si prolunga per decine di anni. Questa durata eccezionale significa che nella struttura si sono rivelate (sono venute a maturità) contraddizioni insanabili e che le forze politiche operanti positivamente alla conservazione e difesa della struttura stessa si sforzano tuttavia di sanare entro certi limiti e di superare”(Q, 1579-80).

Le crisi (congiunturali o organiche) si manifestano sul terreno del mercato determinato; ora, come abbiamo visto, Gramsci intende per mercato determinato “determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione’, rapporto garantito (cioè reso permanente) da una determinata superstruttura politica, morale, giuridica”. (Q, 1477)

“Ma cos’è il ‘mercato determinato’ e da che cosa appunto è determinato? Sarà determinato dalla struttura fondamentale della società in questione e allora occorrerà analizzare questa struttura e identificarne quegli elementi che, (relativamente) costanti, determinano il mercato ecc., e quegli altri ‘variabili e in sviluppo’ che determinano le crisi congiunturali fino a quando anche gli elementi (relativamente) costanti ne vengono modificati e si ha la crisi organica.” (Q, 1077)

Scrivendo specificamente sulla ‘grande crisi’ Gramsci segnala che “sempre più la vita economica si è venuta incardinando su una serie di produzioni di grande massa e queste sono in crisi: controllare questa crisi è impossibile appunto per la sua ampiezza e profondità, giunte a tale misura che la quantità diviene qualità, cioè crisi organica e non di congiuntura”. (Q, 1077-8)

Quando Gramsci sottolinea il carattere organico della crisi prende le distanze dal comune accostamento del concetto di crisi storica complessiva a situazioni di stagnazione o depressione economica. “Altra questione connessa alle precedenti – scrive – è quella di vedere se le crisi storiche fondamentali sono determinate immediatamente dalle crisi economiche. [...] Si può escludere che, di per se stesse, le crisi economiche immediate producano eventi fondamentali.” (Q, 1586-7)

A queste considerazioni Gramsci fa seguire l’esempio della grande crisi del 1789 in Francia: essa si svolgeva in un periodo in cui “la situazione economica era piuttosto buona immediatamente, per cui non si può dire che la catastrofe dello Stato assoluto sia dovuta a una crisi di immiserimento. [...] La rottura dell’equilibrio delle forze non avvenne per cause meccaniche immediate di immiserimento del gruppo sociale che aveva interesse a rompere l’equilibrio e di fatto lo ruppe (la classe borghese), ma avvenne nel quadro di conflitti superiori al mondo economico immediato, connessi al ‘prestigio’ di classe (interessi economici avvenire), ad una esasperazione del sentimento di indipendenza, di autonomia e di potere. La questione particolare del malessere o benessere economico come causa di nuove realtà storiche è un aspetto parziale della questione dei rapporti di forza nei loro vari gradi” (Q, 1587-8).

La crisi organica non è dunque né una crisi puramente economica né una crisi specificamente politica; essa consiste proprio nella contraddizione tra i dati rapporti economici e gli emergenti rapporti politici, tra economia e politica, tra ‘condizioni’ e ‘iniziative’, tra ‘struttura’ e ‘superstruttura’.

In stretto rapporto con questo secondo elemento ecco il terzo elemento della teoria della crisi organica: “Una delle contraddizioni fondamentali è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del ‘nazionalismo’, ‘del bastare a se stessi’ ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della ‘attuale crisi’ è niente altro che l’esasperazione dell’elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell’economia: contingentamenti, clearing, restrizione al commercio delle divise, commercio bilanciato tra due soli Stati ecc.” (Q, 1756)

La crisi si presenta nel periodo in cui il capitalismo aveva formato un mercato di dimensioni mondiali e quindi si era creata la possibilità che i gruppi economici dominanti nelle singole nazioni ricavassero il profitto sottraendo ricchezza ad altre nazioni capitalistiche; in queste condizioni il mercato economico internazionale si costituisce come luogo di competizione tra gruppi economici dominanti nazionali.

Essendo il mercato un ‘determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione’, il costituirsi del mercato mondiale significa:a) che le forze sociali cominciano ad operare su scala mondiale, in una struttura dell’apparato di produzione che presenta una crescente interdipendenza delle singole strutture produttive nazionali; b) che le forze sociali le quali affrontandosi costituiscono il mercato sono a questo punto tutte le classi dei diversi paesi, e che perciò il problema dei rapporti di forza si fa molto più complicato, per la sostanziale moltiplicazione dei contendenti.

In queste condizioni, i gruppi economici dominanti rispettivamente unificati nei diversi Stati nazionali si difendono gli uni dagli altri attraverso politiche economiche nazionaliste, protezioniste. “Mi pare – scrive Gramsci – che facendo un’analisi [della crisi] si dovrebbe cominciare dall’elencare gli impedimenti posti dalle politiche nazionali (o nazionalistiche) alla circolazione: 1) delle merci; 2) dei capitali; 3) degli uomini (lavoratori e fondatori di nuove industrie e nuove aziende commerciali) [...]. La premessa maggiore in questo caso è il nazionalismo, che non consiste solo nel tentativo di produrre nel proprio territorio tutto ciò che vi si consuma (il che significa che tutte le forze sono indirizzate nella previsione dello stato di guerra), ciò che si esprime nel protezionismo tradizionale, ma nel tentativo di fissare le principali correnti di commercio con determinati paesi, o perché alleati (perché quindi li si vuol sostenere e li si vuol foggiare in un modo più acconcio allo stato di guerra) o perché li si vuol stroncare già prima della guerra militare (e questo nuovo tipo di politica economica è quello dei ‘contingentamenti’ che parte dall’assurdo che tra due paesi vi debba essere ‘bilancia pari’ negli scambi, e non che ogni paese può bilanciare alla pari solo commerciando con tutti gli altri paesi indistintamente).” (Q, 1715-6)

Questo nazionalismo della vita statale era dunque risultato diretto dell’internazionalismo della vita economica (internazionalismo contraddittorio e parziale, in quanto espressione dell’allargamento del raggio d’azione dei gruppi economici che si unificavano soltanto a livello nazionale). Ecco perché la prima guerra mondiale fu la “prima risposta dei responsabili” della crisi (e la seconda guerra mondiale mostrerà di seguito l’insufficienza delle risposte a questa crisi).

La contraddizione tra il cosmopolitismo della vita economica ed il nazionalismo della vita statale è dunque all’origine della guerra, in quanto i rapporti di forza a livello internazionale (tra le classi dominanti unificate nei singoli Stati nazionali) non trovavano un luogo di confronto politico, quindi di mediazione e ricomposizione, quale una istituzione statale sovranazionale; in mancanza di una dialettica politica dei rapporti di forza internazionali il momento militare (dei rapporti di forza) s’impone. In questo senso la guerra costituì un surrogato di uno Stato multinazionale, cioè un complesso di attività pratiche e teoriche militari (che definiscono la guerra, lo Stato come guerra) al posto di quel complesso di attività pratiche e teoriche politiche – mancante sul piano internazionale – che definiscono lo Stato. In questo senso è da intendersi la concezione della guerra come continuazione della politica con altri mezzi. (‘Continuazione’ come acutizzazione dei conflitti politici interni ai singoli Stati – le guerre civili -, ma anche come allargamento del campo della lotta – le guerre tra gli Stati, le guerre mondiali -, come internazionalizzazione del conflitto.)

In questo senso va riesaminata la spiegazione leniniana della guerra – fatta propria in parte da Gramsci nel paragrafo Sull’origine delle guerre (Q, 1631) -, secondo la quale la guerra è la lotta inter-imperialistica per il dominio dei mercati coloniali, “per una suddivisione e nuova ripartizione delle colonie” {Nikolaj Lenin, Opere scelte, edizioni ‘Progress’, Mosca, p. 168}. La ‘grande guerra’ fu piuttosto lotta per la ristrutturazione del mercato nei paesi industrializzati.

Il quarto elemento della teoria della crisi organica è implicito nei tre elementi già esposti, e consiste nella individuazione dell’origine della crisi in un mutamento complessivo dei rapporti di forza tra le classi e fra gli Stati.

“La crisi ha origine nei rapporti tecnici, cioè nelle posizioni di classi rispettive, o in altri fatti? Legislazioni, torbidi, ecc.? Certo pare dimostrabile che la crisi ha origini ‘tecniche’ cioè nei rapporti rispettivi di classe, ma che ai suoi inizi, le prime manifestazioni o previsioni dettero luogo a conflitti di vario genere e a interventi legislativi, che misero più in luce la ‘crisi’ stessa, non la determinarono, o ne aumentarono alcuni fattori.” (Q, 1756)
Questa non è la semplice riaffermazione del criterio teorico-metodologico generale secondo il quale ogni processo storico è prodotto dal – e può essere spiegato come – conflitto tra le classi; essa piuttosto riassume una specifica analisi storica concreta della ‘grande crisi’ e delle sue particolari manifestazioni. In particolare, Gramsci fornisce una originale spiegazione dei fenomeni di inflazione e deflazione – della “perturbazione dell’equilibrio dinamico fra la quota consumata e la quota risparmiata del reddito nazionale e il ritmo della produzione” (Q, 793) – come espressioni di mutamenti dei rapporti di forza tra le classi e fra gli Stati.

Sui fenomeni ‘monetari’ della crisi: “Quando in uno Stato la moneta varia (inflazione o deflazione) avviene una nuova stratificazione di classi nel paese stesso, ma quando varia una moneta internazionale (esempio la sterlina, e, meno, il dollaro ecc.) avviene una nuova gerarchia fra gli Stati, ciò che è più complesso e porta ad arresto nel commercio (e spesso a guerre), cioè c’è passaggio ‘gratuito’ di merci e servizi tra un paese e l’altro e non solo tra una classe e l’altra della popolazione. La stabilità della moneta è una rivendicazione, all’interno, di alcune classi e, all’estero (per le monete internazionali, per cui si sono presi gli impegni) di tutti i commercianti; ma perché esse variano? Le ragioni sono molte, certamente: 1. perché lo Stato spende troppo, cioè non vuol far pagare le sue spese a certe classi, direttamente, ma indirettamente ad altre e, se è possibile, a paesi stranieri; 2. perché non si vuole diminuire un costo ‘direttamente’ (esempio il salario) ma solo indirettamente e in un tempo prolungato, evitando attriti pericolosi ecc. In ogni caso, anche gli effetti monetari sono dovuti all’opposizione dei gruppi sociali, che bisogna intendere nel senso non sempre del paese stesso dove il fatto avviene ma di un paese antagonista.” (Q, 1758)

Sul problema dello squilibrio tra il consumo, il risparmio, la produzione nella ‘grande crisi’, Gramsci coglie inoltre che, alle sue radici, più che di uno squilibrio nei rapporti tra salari e profitti si tratta del fatto che “è avvenuto che nella distribuzione del reddito nazionale attraverso specialmente il commercio e la borsa, si sia introdotta, nel dopoguerra (o sia aumentata in confronto del periodo precedente), una categoria di ‘prelevatori’ che non rappresenta nessuna funzione produttiva necessaria e indispensabile, mentre assorbe una quota di reddito imponente” (Q, 793). Si tratta cioè della formazione (o dell’allargamento oltre certi limiti) di un gruppo sociale ‘parassitario’, ciò che comporta la strutturazione di una composizione demografica irrazionale. Insorge una crisi quando crescono forze del consumo in confronto a quelle della produzione; ma non si tratta solo di una questione quantitativa. La crisi esiste quando “una funzione parassitaria intrinsecamente si dimostri necessaria date le condizioni esistenti: ciò rende ancor più grave tale parassitismo. Appunto quando un parassitismo è ‘necessario’, il sistema che crea tali necessità è condannato in se stesso” (Q, 1343).

Questi processi non dipendono naturalmente dallo svolgimento dei meccanismi economici, ma risultano da progetti politici che hanno alla propria base il problema dei rapporti di forza tra le classi: “Il saggio del risparmio o di capitalizzazione era basso perché i capitalisti avevano voluto mantenere tutta l’eredità di parassitismo del periodo precedente, affinché non venisse meno la forza politica della loro classe e dei loro alleati.” (Q, 1994)

Ancora: “Che non si vogliano (o non si possa) mutare i rapporti interni (e neppure rettificarli razionalmente) appare dalla politica del debito pubblico, che aumenta continuamente il peso della passività ‘demografica’, proprio quando la parte attiva della popolazione è ristretta dalla disoccupazione e dalla crisi. Diminuisce il reddito nazionale, aumentano i parassiti, il risparmio si restringe ed è disinvestito dal processo produttivo e viene riversato nel debito pubblico, cioè fatto causa di nuovo parassitismo assoluto e relativo.” (Q, 1991)

Il quinto elemento della teoria della crisi organica consiste nella individuazione della rottura degli automatismi dati e nella emergenza di nuovi comportamenti collettivi, i quali tuttavia non arrivano ad espandersi fino a sostituire i precedenti. Questa è una “situazione di contrasto tra ‘rappresentanti e rappresentati’ [il cui] contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò è appunto la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso” (Q, 1603).

Questo è l’elemento decisivo della teoria gramsciana della crisi organica; esso permette di individuare il ruolo della crisi economica all’interno della crisi organica: “Si può escludere che, di per se stesse, le crisi economiche immediate producano eventi fondamentali; solo possono creare un terreno più favorevole alla diffusione di certi modi di pensare, di impostare e risolvere le questioni che coinvolgono tutti l’ulteriore sviluppo della vita statale.” (Q, 1587)

Una crisi economica consiste in effetti in uno squilibrio dei rapporti di forza nel mercato determinato tale da incrinare gli automatismi dominanti nei comportamenti collettivi, e cioè tali da fare emergere comportamenti deteriori, anomali (speculazione, accaparramento, tesaurizzazione ecc.). Questi comportamenti sono di carattere regressivo, tuttavia l’incrinatura degli ‘automatismi dati’ è ciò che rende possibile che nuovi comportamenti collettivi si elaborino e diffondano, che cioè di fronte ai nuovi problemi nuove risposte teoriche e pratiche maturino all’interno di certi gruppi e ne organizzino l’attività.

Più in concreto si tratta di processi di mobilitazione sociale e di attivazione politica di determinate classi, le quali passano dalla passività alla attività, dal consenso passivo all’autonomia politica, dalla fase economico-corporativa alla organizzazione in partiti, e che insomma si pongono l’obiettivo della ‘conquista’ dello Stato affinché i nuovi comportamenti di cui sono portatrici si generalizzino all’intera società. La crisi organica sta dunque nel fatto che determinate classi non si riconoscono più nella vita statale, si staccano dai gruppi dirigenti dati ma nello stesso tempo ancora non riescono ad imporsi come nuove classi egemoni.