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leOpereeiGiorni : Fuori Norma e il mio cinema
di fulmini , Thu 26 October 2017 4:00
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Fuori Norma, il cinema nuovo, il mio cinema, la crisi di civiltà:
https://ilmanifesto.it/alle-origini-di-fuori-norma/

(Silvana Silvestri mi ha intervistato per 'Alias', supplemento culturale de 'il manifesto', su Fuori Norma e il cinema che vado facendo - sabato 21 ottobre 2017)

SILVANA: Quando è stato lanciato a Pesaro dello scorso anno da Adriano Aprà il progetto «Fuori Norma» con un listino di film speciali da far arrivare al pubblico, il regista Pasquale Misuraca (che redige per Alias la rubrica «Fulmini e Saette», una fucina di idee cinematografiche) ci diceva che questo progetto aveva avuto origine parecchi anni fa. Come nacque questa idea?

PASQUALE: Nel 1996, 21 anni fa Adriano Aprà come critico, Alexandra Zambà la mia «complice» come produttore, Marco Ferreri, Paolo Benvenuti, io e altri registi, qualche esercente ci siamo riuniti e abbiamo deciso di fondare «Aida», l’associazione italiana degli autori, costituita da un notaio, di cui Adriano era il presidente, per promuovere, proiettare e discutere in una serie di sale il cinema nuovo, il cinema che inventava. Il più entusiasta era Ferreri, ma morì poco dopo. Adriano era in prima linea tra i critici, allora era direttore di Pesaro. Poi la cosa non andò avanti, anche se avevamo pensato all’organizzazione, alle copie. L’idea era di far arrivare al pubblico i film anche con la presenza degli autori. Io ad esempio avevo detto che non era necessario fossero sempre i registi, ma che ci potevano essere anche dei coautori, sceneggiatore, montatore, l’attore. Questa era la cosa che non piacque a molti perché i registi non vogliono lasciare spazio ai coautori. Poi c’è stata la morte di Ferreri, e mi sono reso conto che i registi non hanno continuità perché si impegnano quando non stanno facendo un film, ma quando girano lasciano perdere tutto.

SILVANA: Questo è l’antefatto. In qualche modo nasceva dall’esperienza dei cineclub, di Salsomaggiore oltre che di Pesaro.

PASQUALE: C’era l’intenzione di arrivare alle sale. Quando Adriano qualche mese fa mi ha coinvolto in «Fuori Norma» ho accettato perché penso sia giusto, sia sano. Bisogna entrare in relazione intanto con gli altri autori in modo da conoscerci, e con i critici, i giornalisti, con l’insieme degli autori del cinema (io ho un’idea dei coautori ampia), con gli spettatori.

SILVANA: Ora invece inizia Fuori Norma

PASQUALE: Alla conferenza stampa di presentazione gli autori hanno soprattutto parlato di loro stessi, dei loro film, di come li avevano fatti. Io mi sono riallacciato a qualcosa che aveva detto Adriano, a partire dal concetto di «società circolare», al fatto che l’opera è aperta, circola, comprende. Sulla scia del mio video «Lo spirito di Fuori Norma», uno dei video che metto sul mio sito (http://www.pasqualemisuraca.com/sito/) il nostro lavoro penso sia importante se inquadrato in questa società in crisi che non funziona più, non funziona la politica, l’economia, la cultura, l’arte ecc. Dentro questa crisi di civiltà come sempre accade nel passaggio da una civiltà all’altra, un passaggio in dissolvenza incrociata e non a stacco, stanno nascendo già da decenni i segni del nuovo. Il nostro cinema non è secondo me un cinema marginale che che fa il contrario del cinema industriale. Noi siamo quelli che costruiscono dei linguaggi nuovi. Ogni civiltà nuova elabora dei modi nuovi di vedere. Noi siamo dal punto di vista intellettuale e morale non ai margini ma al centro del processo costruttivo di linguaggi. E allora portiamo in giro le nostre opere senza fare i marginali di professione. Il nostro atteggiamento deve essere quello di persone che propongono dei linguaggi, delle forme: alcune di queste forse diventeranno centrali tra qualche anno o decennio. Noi siamo nel bel mezzo della produzione, non vogliamo fare i monaci, vogliamo lavorare e inventare, cosa che fanno tutti, anche quelli che fanno il cinema industriale. La sperimentazione fa parte del fare arte, la differenza tra l’artigiano e l’artista è che l’artista è un artigiano sperimentatore. «Il negozio» non è un cinema sperimentale a tutti i costi, io cerco di fare un cinema classico, cioè equilibrato, che recupera tutta la tradizione. Studio i classici, mi rifaccio a quelli senza ripeterli.

SILVANA: Parlami del «Negozio», il tuo film che sarà inserito nel secondo programma. È un film che ti spiazza perché siamo abituati dal documentario a entrare nelle strade, incontrare personaggi. Questo utilizza dei prototipi, ma lo sguardo è diverso.

PASQUALE: Questo è un film che ho cercato di far diventare molto semplice. La superficie del film è cadenzata è semplice, articolata da piccole storie, non ha complicazioni, ma l’ambizione intellettuale è alta. È l’ultimo lavoro in cui cerco di fondare un «cinema ateo». C’è un problema che mi sono posto da sempre facendo lo scienziato e il cineasta: quasi tutta la cultura, anche quella che si dichiara agnostica o atea, ha un orientamento religioso e questo si vede dal linguaggio per esempio il cinema è dominato ancora oggi dalla figura del narratore onnipotente, il regista, i punti di vista di ripresa. Anche nel medio evo c’era la prospettiva, ma la prospettiva non era unica come nel rinascimento perché era un punto di vista umano. Nel medio evo c’erano tanti punti di vista perché il protagonista era dio. Chi ha realizzato «Il negozio»? C’è un narratore onnipotente? No, c’è una registrazione meccanica, sono delle macchine che videoregistrano la realtà.

SILVANA: Ma qualcuno le mette quelle macchine

PASQUALE: Le mette l’ottico per sorvegliare il negozio, questo vale anche per le videocamere nelle strade. Tutto questo flusso è insensato, è informe, bisogna che qualcuno lo monti. Ed ecco che allora l’autore è chi fa il montaggio. Come vedi è scomparso dio perché all’inizio del film ci sono delle riprese, compare un tizio, dice: sono un cineasta, avevo un amico, è morto, ho preso le scene e le ho montate. Quindi la figura che costruisce il film è dichiarata e i materiali vengono dalla realtà. Questo meccanismo linguistico affronta il problema di un cinema che non è un cinema religioso, è un cinema ateo. Come nella fisica di Hawking non c’è più bisogno di dio, così anche nel cinema che faccio io. E in altri tipi di cinema, non sono certo il solo, c’è una tendenza a superare la figura del narratore onnipotente. Questo dal punti di vista teorico. Poi c’è anche un punto di vista sociale. Il problema della videosorveglianza è un problema che abbiamo tutti, siamo videosorvegliati, il potere ci sorveglia. Questo ha prodotto qualcosa non solo a livello civile, ma anche a livello esistenziale, perché fino a trenta anni fa avevamo una massa enorme di materiali che vedevamo e ascoltavamo ogni giorno e poi ci serviva tutta una notte per sognare per cominciare a organizzare questa massa, selezionare. Il sogno è anche un montaggio. Improvvisamente negli ultimi decenni si è moltiplicata la quantità di registrazioni del mondo e noi di fronte a questo moltiplicarsi abbiamo un problema. Io dico a me stesso e alle altre persone che hanno un cellulare e si registrano che dobbiamo dare un senso a questa immane quantità di immagini, montando. Il montaggio è ciò che dà senso e forma alla vita perché c’è una tale quantità di riproduzioni che se noi non impariamo araccontare e selezionare saremo schiacciati. Poi il tema dei temi è la crisi: come si racconta il mondo intorno a noi? Questa idea di mettere insieme cinema e documentario, è una forma nuova che si chiama cinema androgino: il primo lavoro di questo genere che ho fatto è del ’95, non è solo un progetto ideologico, l’ho girato come un documentario, avevo delle idee, delle scene, un ambiente. Mentre lo giravo nascevano intorno a me figure, situazioni, personaggi, che ho incluso nel film. Il film documenta una realizzazione. Quando ho cominciato con Angelus Novus dicevo che erano «intrusioni della realtà», ma qui non ci sono intrusioni, c’è un progetto, con scene che sono venute mentre facevo il film. È veramente il cinema dalla prassi.

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Commenti
Inviato: 26/10/2017 6:25  Aggiornato: 26/10/2017 6:25
Autore: fulmini

Fuori Norma. La via neosperimentale del cinema italiano.
http://www.fuorinorma.it/