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racconti di poche parole : Uomo
di fulmini , Tue 26 January 2016 5:00
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uomo


La sensazione di avere degli occhi fissi su di me era forte, è stato sufficiente girare leggermente lo sguardo per averne la certezza. Incrociando gli sguardi, in metropolitana, succede sempre che in un attimo l’attenzione reciproca si rivolga altrove. Per rispetto, per pudicizia, per garbo. Quell’uomo di fianco a me non lo fece e non mostrò l’intenzione di farlo. Più curioso che infastidito, ho creduto di rompere l’imbarazzo con un approccio verbale, con un semplice: “buongiorno..” . Il suo guardare non era affatto arrogante e non c’era nessuna traccia di apparente follia, era sicuramente una persona gentile. Non c’era tanta gente, lo spazio non mancava. Tre attimi di silenzio e l’uomo, forse oltre i settanta anni, semplice e ordinato, mi dice: “Oggi ho la necessità urgente di fidarmi di qualcuno”. La mia curiosità si era trasformata in stupore, e non ho represso la sua evidente improrogabilità a palesare i suoi pensieri.
Ancora tre attimi di silenzio e poi, prima di altro silenzio: “ mi fido assai dei suoi capelli”. Non lo so, ma credo di avergli sorriso. Stringeva, premendola sul petto con la mano e con quasi tutto l'avambraccio sinistro, una busta bianca, grande.
Con poche parole, se le avesse scritte sarebbero state due righe, mi ha detto che la ragione del suo comportamento era celato proprio in quella busta e che un’ora prima non avrebbe di certo avuto così tanta fretta di eloquio.
“Fino ad un’ora fa amavo la morte come fosse la cosa più dolce, la forma perfettamente compiuta della serenità. Da poco ho compreso che forse amavo solo la morte raggiunta dagli altri, della mia morte ora so che ho ancora paura”.

Siamo scesi insieme alla stazione Manzoni. Lui, tre passi avanti me, si ferma e si volta per porre fine al nostro incontro. Con un accenno di sorriso mi chiede scusa, per avermi messo in imbarazzo, e mi ringrazia per non avergli mostrato alcuna deleteria angoscia. Prima di andare via, mostrandomi la sua busta, mi ha rassicurato: “Non saranno le cose scritte qui dentro che porranno fine ai miei viaggi, sarà altro e non questo.”

Ho lasciato che si allontanasse verso la scala mobile e poi mi sono avviato anche io. Mi sono fermato ai piedi della scala, lui avanti a me, pur restando perfettamente immobile, saliva in alto allontanandosi in una impressionante ascensione obliqua.

Ho sentito la necessità di prendermi un centesimo di secondo di quel turbamento, giusto il tempo dello scatto della fotocamera.

Antonio Italiano

Qualche mese prima avevo letto Ieri, di una scrittrice che amo in modo irreversibile. Sono tornato a casa con confuse e precise suggestioni, sono andato di corsa alla ricerca di pagine che l’uomo della metro potrebbe aver abitato. Le ho ritrovate.

Mi sembra che il cielo si prepari alla pioggia.
Forse è già piovuto mentre piangevo.
Non c’è dubbio. Più su delle mie mani, l’aria ha preso colore e, accanto alle nuvole nere, l’azzurro è trasparente.
Il sole è ancora là, sbilenco, pronto a cadere. I lampi hanno affondato le loro radici sul bordo della strada.
Nella sera squilibrata, un uccello ferito prende un volo obliquo ma, disperato ricade ai miei piedi.
“Sono stato grande e pesante, - dice. – Gli uomini avevano paura della mia ombra, che a sera cadeva su di loro. Anch’io avevo paura quando cadevano le bombe. Me ne volavo lontano e, passato il pericolo, tornavo a vagare lungamente sopra i cadaveri.
Amavo la morte. Amavo giocare con la morte. Posato in cima alle scure montagne, chiudevo le ali, e come una pietra, mi lasciavo cadere.
Ma non arrivavo mai fino al fondo.
Avevo ancora paura. Amavo solo la morte degli altri. La mia propria morte ho imparato ad amarla solo più tardi, molto più tardi”.
Prendo l’uccello tra le braccia, lo accarezzo. Le sue ali libere sono spezzate.

“Vai sulla montagna, - dice l’uccello, - e lasciami morire. Non posso sopportare la tua tristezza. Tristezza dei gesti, delle cascate color cenere, tristezza dell’alba che si muove lungo i campi fangosi”.

Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto?

Domani, ieri, che vogliono dire queste parole? non c’è che il presente.

Credo che presto sarò guarito. Qualcosa si romperà in me o in qualche parte dello spazio. Partirò verso altezze sconosciute. Sulla terra non c’è che la mietitura, l’attesa insopportabile e l’inesprimibile silenzio.

Ágota Kristóf

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Commenti
Inviato: 26/1/2016 5:09  Aggiornato: 26/1/2016 5:09
Autore: fulmini

Ágota Kristóf, nella voce Wikipedia.