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lo Stato del meridione : Mafia e informazione
di filippopiccione , Sun 10 January 2016 5:00
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Il rapporto mafia – informazione ha sempre rappresentato un riferimento importante per capire la tenuta del sistema informativo rispetto alle minacce della criminalità organizzata, piccola, media o grande che sia. Di tanto in tanto viene fuori che i giornali, su carta stampata e on line, ma anche le radio e le televisioni, soprattutto locali, per una serie di ragioni, non riescono a fronteggiare e contrastare, con i loro servizi, la presenza e le azioni malavitose dei clan. Una di queste ragioni è senz’altro da ricercare nel fatto che i giornalisti, il più delle volte, sono costretti a confrontarsi con un mercato del lavoro “in cui la retribuzione media di un pezzo di cronaca non supera i venti euro”. Una condizione di precarietà che si manifesta soprattutto nelle periferie, dove le mafie del luogo hanno gioco facile per tenere a bada coloro che operano in questo settore importante della vita civile, come testimoniano le migliaia di episodi censiti dalla Commissione Parlamentare Antimafia.

Dalla relazione, presentata da Claudio Fava, approvata il 5 agosto scorso, emerge l’esistenza di “una guerra a bassa intensità, fatta di minacce, intimidazioni, violenze, in un crescendo sistematico che va dalla lettera minatoria all’auto data alle fiamme, fino alle aggressioni vere e proprie”. Quanto basta, senza bisogno di ricorrere al gesto eclatante, a raggiungere l’obiettivo, che è il silenzio o l’annacquamento della notizia, della testata giornalistica.

Non è certo l’unica soluzione per sconfiggere questo allarmante fenomeno, ma può essere una buona idea quella di mandare in onda, su Raiuno, le storie di questi invisibili e indifesi cronisti dell’antimafia, raccontate in cinque puntate, una per ogni giornalista, poco o per nulla conosciuti al grande pubblico, che sono costretti a confrontarsi con le minacce quotidiane delle famiglie mafiose.

Ben venga il servizio pubblico ad illuminare anche quest’altro aspetto, anch’esso connaturato al malaffare, spesso sottovalutato e sottaciuto dalla grande informazione e ancora più frequentemente trascurato dalle istituzioni che sono chiamate a vigilare ogni qualvolta che si aprono varchi di illegalità e di sopraffazione. Anche questa realtà - che in prima battuta colpisce tutti quelli che fanno questo lavoro - se lasciata a sé finisce per diventare la banalità del male endemico che oltre a perpetuare violenza e intimidazione, crea sudditanza, complicità e silenzio, che è il brodo di coltura della malavita organizzata.

Filippo Piccione

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Commenti
Inviato: 10/1/2016 8:22  Aggiornato: 10/1/2016 8:32
Autore: fulmini

Post interessante, Filippo.

Occorre allargare l'analisi critica e l'orizzonte teorico, fino a cogliere che le riviste sono destinate a diventare nella nuova civiltà in costruzione ciò che erano i partiti nella vecchia civiltà moderna.

Luis Razeto ed io abbiamo sviluppato nei nostri libri di scienza della storia e della politica una serie di Note dei Quaderni del carcere di Gramsci. Riporto di seguito un brano de LA TRAVERSATA. Libro Secondo.

Per chiarezza espositiva individuo in grassetto il testo mio e di Luis che introduce la lettura ordinata di alcune Note dei Quaderni - che sono sviluppate, appunto, nel seguito nel Libro Secondo de LA TRAVERSATA.

Una ragione decisiva del porre la ‘rivista’ anziché il partito politico al centro della nuova politica sta nel fatto che la ‘rivista’ è essenzialmente un luogo di ricerca e creazione di cultura, e compie direttamente la funzione di direzione intellettuale e morale, mentre il partito politico è essenzialmente luogo di organizzazione e propaganda (subordinatamente a una concezione del mondo data), ed esercita funzioni decisionali e di governo. Il partito politico inoltre ha un limite interno nell’attività creativa di cultura, e piuttosto che fare cultura dispiega una politica culturale, laddove la ‘rivista’ è caratterizzata dallo svolgere unitamente produzione e diffusione culturale.

Organizzazione culturale: le riviste e la comunicazione.

Gramsci disegna poi un quadro complessivo delle “iniziative molteplici” che devono essere messe in opera dal “centro omogeneo di un modo di pensare e di operare omogeneo”, individuando in particolare tre tipi di riviste indirizzate a differenziate fasce di lettori, corrispondenti ai tre gradi in cui ha distinto l’attività e le funzioni intellettuali.

“All’ingrosso si possono stabilire tre tipi fondamentali di riviste, caratterizzate dal modo con cui sono compilate, dal tipo di lettori cui intendono rivolgersi, dai fini educativi che vogliono raggiungere. Il primo tipo può essere offerto dalla combinazione degli elementi direttivi che si riscontrano in modo specializzato nella ‘Critica’ di B. Croce, nella ‘Politica’ di F. Coppola e nella ‘Nuova Rivista Storica’ di C. Barbagallo. Il secondo tipo ‘critico-storico-bibliografico’ dalla combinazione degli elementi che caratterizzano i fascicoli meglio riusciti del ‘Leonardo’ di L. Russo, l’ ‘Unità’ di rerum Scriptor e la ‘Voce’ di Prezzolini. Il terzo tipo dalla combinazione di alcuni elementi del secondo tipo e il tipo di settimanale inglese come il ‘Manchester Weekly’, o il ‘Times Weekly’. Ognuno di questi tipi dovrebbe essere caratterizzato da un indirizzo intellettuale molto unitario e non antologico, cioè dovrebbe avere una redazione omogenea e disciplinata; quindi pochi collaboratori ‘principali’ dovrebbero scrivere il corpo essenziale di ogni fascicolo. L’indirizzo redazionale dovrebbe essere fortemente organizzato in modo da proporre un lavoro omogeneo intellettualmente , pur nella necessaria varietà dello stile e delle personalità letterarie. [...] Un organismo unitario di cultura che offrisse ai diversi strati del pubblico i tre tipi suaccennati di riviste (e d’altronde tra i tre tipi dovrebbe circolare uno spirito comune) coadiuvate da collezioni librarie corrispondenti, darebbe soddisfazione alle esigenze di una certa massa di pubblico che è più attiva intellettualmente, ma solo allo stato potenziale, che più importa elaborare, far pensare concretamente, trasformare, omogeneizzare, secondo un processo di sviluppo organico che conduca dal semplice senso comune al pensiero coerente e sistematico.” (Q, 2263)

Il terzo tipo, “elementare”, “si può dire appartenga alla sfera del ‘senso comune’ o ‘buon senso’, perché il suo fine è di modificare l’opinione media di una certa società, criticando, suggerendo, sbeffeggiando, correggendo, svecchiando, e, in definitiva, introducendo ‘nuovi luoghi comuni’. Se ben scritte, con brio, con un certo senso di distacco (in modo da non assumere toni da predicatore), ma tuttavia con interesse cordiale per l’opinione media, le riviste di questo tipo possono avere grande diffusione ed esercitare un influsso profondo. Non devono avere nessuna ‘mutria’, né scientifica né moralisteggiante, non devono essere ‘filistee’ e accademiche, né apparire fanatiche o soverchiamente partigiane: debbono porsi nel campo stesso del ‘senso comune’, distaccandosene quel tanto che permette il sorriso canzonatorio, ma non di disprezzo o di altezzosa superiorità.” (Q, 2270-1)

Il secondo tipo, “medio”, “critico-storico-bibliografico”, rivolto fondamentalmente agli intellettuali in formazione, è strutturato in rubriche (dizionario enciclopedico politico-scientifico-filosofico, biografie e autobiografie politico intellettuali, studi regionali, recensioni critico-informative e teorico-critiche, bibliografie ecc.) tutte orientate alla elaborazione di una nuova categoria di intellettuali. “Uno studioso che esamina un fenomeno storico determinato, per costruire un saggio sintetico, deve compiere tutta una serie di ricerche e operazioni intellettuali preliminari, che solo in piccola parte risultano utilizzate. Questo lavorio può essere invece utilizzabile per questo tipo medio di rivista, dedicato a un lettore che ha bisogno, per svilupparsi intellettualmente, di aver dinanzi, oltre al saggio sintetico, tutta l’attività analitica nel suo complesso che ha condotto a quel tale risultato. Il lettore comune non ha e non può avere un abito ‘scientifico’, che solo si acquista col lavoro specializzato: occorre perciò aiutarlo a procurarsene almeno il ‘senso’ con una attività critica opportuna. Non basta dargli dei concetti già elaborati e fissati nell’espressione ‘definitiva’; la loro concretezza, che è nel processo che ha condotto a quella affermazione, gli sfugge; occorre perciò offrirgli tutta la serie dei ragionamenti e dei nessi intermedi, ben individualizzati e non solo per accenni.” (Q, 2264)

Il primo tipo, superiore, “esige immediatamente un corpo di redattori specializzati, in grado di fornire, con una certa periodicità, un materiale scientificamente elaborato e selezionato; l’esistenza di questo corpo di redattori, che abbiano raggiunto tra loro un certo grado di omogeneità culturale, è cosa tutt’altro che facile, e rappresenta un punto d’arrivo nello svolgimento di un movimento culturale. Questo tipo di rivista può essere sostituito (o anticipato) con la pubblicazione di un ‘Annuario’ [...] preparato organicamente, secondo un piano generale, in modo da essere come il prospetto di un determinato programma di rivista.” (Q, 2271-2)

La scienza modella ed è parte costituente di tutti e tre i tipi, differenziandosi solo per la forma in cui si esprime e comunica. “L’informazione scientifica dovrebbe essere integrante di qualsiasi giornale [...] sia come notiziario scientifico-tecnologico, sia come esposizione critica delle ipotesi e opinioni scientifiche più importanti [...]. Un giornale popolare, più degli altri, dovrebbe avere questa sezione scientifica, per controllare e dirigere la cultura dei suoi lettori, che spesso è ‘stregonesca’ o fantastica e per ‘sprovincializzare’ le nozioni correnti.” (Q, 2273)"
Inviato: 12/1/2016 8:21  Aggiornato: 12/1/2016 8:21
Autore: fulmini

Inviato: 5/3/2016 6:01  Aggiornato: 5/3/2016 6:01
Autore: fulmini

Inviato: 31/1/2017 15:09  Aggiornato: 31/1/2017 15:09
Autore: fulmini

Roberto Saviano e Attilio Bolzoni sulla scomparsa della mafia:
http://mafie.blogautore.repubblica.it/2017/01/saviano/?ref=HREC1-3