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lo Stato del meridione : La rivolta
di filippopiccione , Wed 11 November 2015 5:00
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La rivolta dei commercianti nella capitale di Cosa nostra

Bagheria, la città di Renato Guttuso, di Giuseppe Tornatore e di Dacia Maraini. Il paese che ha anche dato i natali a Bernardo Provenzano, il capo quasi assoluto che, insieme a Totò Riina, aveva comandato Cosa nostra negli anni Ottanta e Novanta; il più longevo latitante della storia della criminalità organizzata, arrestato dieci anni fa in un casolare vicino alla sua residenza abituale. I commercianti e gli imprenditori hanno deciso di non volere più pagare il “pizzo” alle cosche mafiose di Bagheria.

Una protesta di massa che arriva mentre si celebrava il maxi processo di Mafia Capitale. Un’iniziativa con cui si poneva fine al fenomeno dell’omertà. Veniva infranto uno dei più potenti tabù. Brodo di coltura del potere mafioso indispensabile al controllo del territorio. Tramite il quale e accanto al quale si svolgono collaterali e più redditizie attività criminose.

Molti di questi commercianti sono finiti sul lastrico. Le cronache di questi giorni hanno ricordato, fra gli altri, Domenico Toia e Gioacchino Sciortino. Il primo morto perché ridotto alla povertà dopo che gli uomini del clan gli avevano smontato pezzo dopo pezzo, con richieste sempre più esose, la sua florida impresa di costruzione. Il secondo, dopo alcuni tentativi di resistenza, non ce l’aveva fatto più a fronteggiare le minacce e le violenze e si era impiccato nel suo magazzino.

Alla luce di questi tragici episodi, 35 imprenditori e commercianti, vessati da anni dalle cosche, hanno trovato il coraggio di denunciare questo sconcio secolare contro cui poche volte e con poche sporadiche prese di posizioni individuali si era registrata un’azione corale di tale portata. Sono infatti scattate le manette per 22 individui per ordine della Dda di Palermo. Si tratta di una vera e propria rivoluzione. Un’azione di contrasto nei confronti della malavita organizzata avvenuta grazie al concorso del coraggio di chi rifiuta i ricatti e contemporaneamente grazie all’intervento delle forze dell’ordine e degli organi inquirenti. Una vera e propria rivoluzione perché è stato inferto un colpo micidiale a “una mafia antica e moderna, classica ma attuale che continua a soggiogare il territorio e l’economia”.

Nei confronti dei massimi esponenti che avevano segnato la storia della mafia con l’appoggio dei loro sgherri ai quali nessuno osava dire no, sembra sia arrivata l’ora di dire che la loro storia stia per esaurirsi. Per i boss - che entravano e uscivano dal carcere e si davano il cambio nella riscossione del pizzo chiesto alle imprese e ai negozianti i quali, quando non ce la facevano a far fronte alle richieste, erano obbligati a cedere parte delle loro attività, delle loro aziende e addirittura la loro stessa abitazione - non sarà più come prima.

Anche la strategia operativa di contrasto alle mafie, inclusa l’efficienza della macchina repressiva dello Stato, che si avvale del costante contatto con Addio Pizzo e Libero Futuro e altre associazioni simili, è incoraggiante e ci fa ritenere che qualcosa di inedito stia maturando nella mentalità delle persone e nella stessa società. Potrebbe essere ingenuo dire che la mafia è un fenomeno ormai del passato.

Ma quello che è avvenuto a Bagheria non ci impedisce di affermare che, in alcune zone del Paese, il vento stia effettivamente cambiando. Che Cosa nostra non è più padrona. Che non ha più il potere di vita e di morte su tutti gli uomini e le donne che ha intorno. Ecco perché quello che è accaduto a Bagheria non è soltanto un episodio marginale o scontato ma è un fatto clamoroso che va esaltato.

Filippo Piccione

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Inviato: 27/12/2015 13:29  Aggiornato: 27/12/2015 13:29
Autore: fulmini