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iLibrieleNotti : Il legame oggettuale (4)
di fulmini , Tue 21 October 2014 6:00
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2.3.2 W.R.D. Fairbairn

Fairbairn effettua una rielaborazione critica dell’opera freudiana in un’ottica relazionale assumendo una posizione di netto distacco con le altre scuole di pensiero europee. La sua opera, considerata insieme e quella di Sullivan, esprime in maniera evidente la diversità dell’approccio relazionale, rispetto a quello pulsionale.

Il lavoro di Fairbairn, come quello di Sullivan, è un modello esplicativo della psicopatologia, vista come continua, ma insoddisfacente, riedizione dei primissimi legami oggettuali con le figure di attaccamento dell’infanzia.
Fairbairn considera la ricerca dell’oggetto come fine ultimo del funzionamento psichico, contestando il principio del piacere di Freud. L’impulso libidico incorpora l’oggetto, in quanto è specificamente indirizzato verso una persona con cui stabilire una relazione. Fairbairn contesta l’idea freudiana di una struttura dell’IO priva di energie proprie, distinta da una struttura dell’ES, dotata di energie ma incapace di direzionarne l’utilizzazione. L’energia risulta intrinsecamente connessa all’oggetto sin dalla nascita e la psicopatologia consegue dal suo ritiro da esso per effetto dell’impossibilità di stabilire relazioni soddisfacenti con le persone.

Mentre negli animali è l’istinto che guida il piccolo verso la madre, nel bambino questa spinta è più generica e meno indirizzata, sono necessari tempo e numerosi tentativi prima di pervenire ad una relazione soddisfacente con il caregiver, durante questo periodo il bambino sembra apparentemente attraversare una fase narcisistica, autoerotica.
Il raggiungimento del piacere non è la semplice scarica di una pulsione, ma il segnale dell’avvenuta ricongiunzione con l’oggetto, mentre le zone erogene sono quelle parti del corpo che facilitano tale scambio relazionale. Il piacere edonistico rappresenta, invece, il fallimento della relazione nella sua profondità e completezza, una sorta di dispositivo di sicurezza che permette lo smaltimento delle tensioni quando è compromesso l’aspetto qualitativo della relazione con l’oggetto, nonché in caso di deprivazione emotiva.

L’origine delle interferenze con un sano sviluppo delle relazioni oggettuali è ricondotto da Fairbairn agli effetti della civilizzazione, essa ha privato precocemente il bambino della presenza continua della sua figura di attaccamento, altrimenti garantita nelle società primitive. Il nucleo ontogenetico della psicopatologia è, dunque, l’assenza della madre e l’insoddisfazione per la relazione che costringe il bambino a creare un mondo di oggetti interni compensatori, nonché a gestire l’aggressività conseguente alla frustrazione dei suoi bisogni primari.
Lo sviluppo dell’individuo avviene, secondo Fairbairn, passando da una condizione di dipendenza infantile ad una di dipendenza adulta, attraverso una fase transitoria d passaggio.

Il neonato attraversa una fase di identificazione primaria con la madre, caratterizzata dal fatto che il soggetto non si è ancora differenziato dal suo oggetto. Con la crescita, il bambino si differenzia e stabilisce una intensa relazionalità con i genitori, ma instaura anche attaccamenti compulsivi con oggetti interni che gli consentono di sperimentare sensazioni di sicurezza, anche in presenza delle inevitabili imperfezioni del rapporto con i genitori.
Per raggiungere la dipendenza matura, l’individuo dovrà abbandonare gli oggetti interni compensatori dell’infanzia e sperimentare la sua separazione dai genitori, con l’obiettivo di stabilire nuove relazioni, più ricche e soddisfacenti, perché basate sulla reciprocità dello scambio interpersonale.
La costituzione degli oggetti interni a seguito dell’indisponibilità delle figure di attaccamento comporta, secondo Fairbairn, una scissione nella struttura dell’IO.

Le esperienze del bambino con la madre saranno fondamentalmente caratterizzate da condizioni di eccitazione, soddisfazione o rifiuto, le quali sono sperimentate dal bambino come relazioni con oggetti distinti.
Le esperienze di tensione o sgradevoli, verranno interiorizzate insieme alle corrispondenti porzioni dell’IO in virtù dell’inseparabilità tra oggetto e funzioni dell’IO. Si verranno a costituire, pertanto, due oggetti interni, l’”io libidico” connesso all’esperienza con la madre eccitante e l’”io anti-libidico”, connesso all’esperienza con la madre rifiutante.
Le porzioni dell’io-libidico e dell’io-antilibidico, denominate da Fairbairn “IO sussidiario”, sono sottratte alle funzioni dell’IO e quindi indisponibili per lo sviluppo di relazioni con le persone reali.
Il fatto di interiorizzare gli aspetti insoddisfacenti delle relazioni, permette all’IO di tenerle sotto controllo, preservando l’immagine positiva che l’individuo desidera conservare dei genitori, cioè i vissuti di soddisfazione dell’oggetto buono, corrispondenti all’”IO centrale”. Anche l’oggetto buono viene internalizzato, per diventare la cosiddetta “difesa morale”. L’io centrale direziona l’individuo verso l’ideale dell’oggetto buono nel tentativo di, escludere gli oggetti cattivi dell’io sussidiario.
L’io libidico e l’io anti-libidico sono oggetti interni perennemente attivi ed in conflitto tra loro. Essi corrispondono a precise costellazioni di emozioni connesse ad aspettative relazionali.

L’io libidico rappresenta la speranza che le forti eccitazioni suscitate dalla madre possano essere soddisfatte e predispone l’individuo ad un desiderio costante e ad una aspettativa di contatto intimo.
L’io anti-libidico esprime la rabbia per la frustrazione derivante dal rifiuto e dalla mancata soddisfazione dei desideri relazionali e predispone l’individuo alla delusione ed alla rabbia per non poter appagare i propri desideri. Entra inoltre in conflitto con l’io libidico, che odia per il fatto di nutrire ancora desideri e speranze. Per certi versi, l’io anti-libidico è assimilabile al super-io freudiano.

La psicopatologia è ricondotta da Fairbairn all’incapacità da parte del soggetto di sviluppare relazioni oggettuali soddisfacenti.
In una prima definizione, egli distingue il momento in cui si verifica tale fallimento relazionale.
Nella prima fase orale dipendente, il bambino interpreta il fallimento ritenendosi colpevole per la sua troppa dipendenza ed evita il rapporto secondo dinamiche schizoidi. Se invece il fallimento si verifica nella fase orale aggressiva, il bambino si sentirà colpevole per l’odio ed il risentimento provato nei confronti della madre, evolvendo verso dinamiche depressive.

In una seconda fase, Fairbairn ipotizza che il bambino, pur di salvare l’immagine positiva dei genitori, preferisca considerare sé stesso come cattivo ed unico responsabile del fallimento relazionale, in quanto se da un lato non può sopportare la mancanza dei genitori, dall’altro non può convivere con figure imprevedibili e frustranti. Raggiunge tale obiettivo attribuendo a se stesso le caratteristiche cattive dei genitori, in modo da poterle controllare, e rimuovendo negli oggetti interni tutte le caratteristiche indesiderabili dei genitori nonché i ricordi, le fantasie e quant’altro possa riferirsi ad esse.

Questo secondo modello riconduce la patologia all’interiorizzazione di oggetti che non sono altro che vissuti tipici di relazioni insoddisfacenti con le figure di attaccamento primario. Esso consente di spiegare fenomeni come la coazione a ripetere, tipici del comportamento nevrotico, in cui il paziente tende a riprodurre sistematicamente vissuti di sofferenza che sembrano contraddire il principio del piacere freudiano.
In tali situazioni, essendo prioritaria l’esigenza dell’individuo di salvaguardare la relazione, risultano introiettati l’io libidico e l’io antilibidico relativi alle primissime relazioni genitoriali. Le successive scelte relazionali dell’individuo verranno influenzate dai vissuti collegati all’io libidico ed all’io anti-libidico, cosicché l’oggetto dovrà risultare rifiutante o non appagante affinché risulti confermata la struttura dei legami relativi agli originari oggetti interni compensatori.

Fairbairn ha dimostrato come fosse possibile fondare una teoria della psicopatologia fondandosi esclusivamente su costrutti relazionali. Egli è riuscito a rappresentare le complesse dinamiche del mondo interiore senza fare appello al concetto di pulsione, ma non ha approfondito le modalità dello sviluppo umano in condizioni favorevoli. Sembra inoltre eccessivo il suo frequente uso di categorie dicotomiche (gli oggetti sono buoni o cattivi, la madre è il principale prototipo di tutte le relazioni successive mentre il padre svanisce sullo sfondo, etc.), in quanto sarebbe più verosimile pensare a fenomeni che variano con continuità.


3 LEGAME OGGETTUALE OSSERVATO. MODELLI E INFANT RESEARCH

3.1 Le rappresentazioni interne generalizzate di D.Stern.

I bambini sono altezzosi, sprezzanti, collerici, invidiosi, curiosi, interessati, volubili, pavidi, intemperanti, bugiardi, finti; ridono e piangono con facilità; hanno gioie smodate e afflizioni amare per inezie; non vogliono soffrire fisicamente, ma piace loro far soffrire: sono già uomini.
Jean de La Bruyère, I caratteri, 1688

Affinché possa costituirsi una rappresentazione, è necessario che pre-esista un soggetto osservante, conseguentemente, il legame oggettuale implica una separazione tra soggetto ed oggetto e la consapevolezza da parte del soggetto di tale separazione.
Si chiede Stern ([1987] p.21): “Che tipo di esperienza fanno i neonati di sé stessi e degli altri? Esistono sin dall’inizio un “Sé” e un “altro”, o un qualche amalgama di entrambi? Come riescono, i bambini piccolissimi, a comporre i diversi suoni e movimenti, le sensazioni tattili e quelle visive, gli affetti, nell’esperienza di una persona intera? O forse il tutto viene captato immediatamente come tale? Come sono sperimentati gli eventi sociali relativi all’”essere con” qualcuno? In che modo l’”essere con” qualcuno viene ricordato, dimenticato o rappresentato nella mente? Come potrebbe configurarsi l’esperienza della relazione nel corso dello sviluppo? In sintesi, che tipo di mondo interpersonale, o di mondi si crea il bambino?”

Stern tenta di rispondere a questi interrogativi ipotizzando che il senso del Sè si origini e si sviluppi secondo quattro fasi evolutive:
1. Il Sé emergente. Il neonato vive essenzialmente in tre condizioni diverse, durante lo stato di veglia sperimenta percezioni sensoriali, durante il pianto si concentra su sensazioni spiacevoli o dolorose, oltre che su una condizione generale di scompenso che lo rende refrattario ad altri stimoli che non alleviano la sua condizione mentre, durante il sonno, ristabilisce una condizione di bassa stimolazione. Durante lo stato di veglia vigile, il neonato esplora avidamente l’ambiente attraverso i diversi canali sensoriali e sembra in grado di esprimere preferenze ed avversioni, su base innata. Le preferenze corrispondono a quelle stimolazioni sensoriali che orientano la ricerca e che producono la memorizzazione del corrispondente pattern di stimoli che tenderanno ad essere ricercati anche in futuro. Da una base innata di singoli stimoli preferenziali si costruisce un insieme di situazioni ricercate sotto forma di schemi o unità percettive. La ripetizione dell’esperienza nel tempo produce familiarità. I bambini si dimostrano abilissimi nel rilevare su ogni canale sensoriale, le qualità amodali del segnale e di trasferirle da un canale all’altro, tale capacità di rilevare eventi regolari nei segnali relativi a ciascun canale sembra anch’essa essere una dotazione innata, che permette al neonato di estrarre strutture d’ordine dal caos delle stimolazioni. Durante gli stati distonici il neonato è sollecitato da stimoli troppo intensi che possono essere controllati solo da un intervento sollecito del caregiver. Anche nel caso del pianto che richiama l’intervento esterno, il neonato può auto percepirsi in un ruolo attivo, come causa di eventi che lo riguardano. In questo emergere dalla passività, esercitando alcuni istinti che producono conseguenze nell’ambiente, il neonato comincia a realizzare schemi percettivi ed emotivi. La sintonizzazione del caregiver con il neonato costituisce un feedback ed un rinforzo riguardo all’efficacia dei primi schemi di interazione.

2. Il Sé nucleare: Si sviluppa tra il 2° ed il 7° mese. Durante questa fase vengono elaborati i confini corporei. Combinando l’esperienza del feedback propriocettivo con quella del feedback sensoriale, il neonato è in grado di estrapolare se tocca se stesso, gli altri oppure viene da essi toccato. La costante ripetizione di esperienze di azione originate dalla sua iniziativa, confermate dai segnali di feedback, permette di associare gli stimoli in schemi di azione percettivo-emozionale. Sono questi i primi embrioni di rappresentazione che, attraverso la costanza degli eventi invarianti, costituisce il nucleo della sua soggettività. Le esperienze del “non Sé” sono, invece, quelle associate agli eventi variabili ed imprevedibili.

Stern ipotizza che le esperienze vengano registrate in memoria, in maniera globale, integrando sia le caratteristiche percettive sensoriali che quelle motorie ed emotive in “rappresentazioni interne generalizzate” (RIG). Dalla successione di esperienze simili, vengono estratte le caratteristiche invarianti, comuni o frequentemente presenti in tutti gli episodi. Ogni evento partecipa all’elaborazione della RIG, la aggiorna in quanto partecipa alla formazione dell’esperienza “media”, e condiziona la risposta all’evento omologo successivo. Parallelamente si arricchisce la capacità del neonato di differenziare gli stimoli e di percepire la condivisione degli eventi con il caregiver che viene interiorizzato nelle RIG come esperienza dell’“essere con”.

3. Sé soggettivo: Tra il 7° ed il 9° mese il bambino realizza la condivisione dei contenuti della propria mente con la madre. L’esperienza personale inizia a diventare un oggetto della propria ed altrui osservazione. Dal 9° mese il bambino impara a discriminare l’aderenza o meno degli altri alla propria esperienza, nonché la concordanza tra le sue e le altrui emozioni. La percezione di queste differenze, unitamente alla consapevolezza dei confini tra il sé e gli altri, viene elaborata in un senso di soggettività
4. Sé verbale: E’ caratterizzato dalla comparsa del linguaggio nel 2° anno di vita. A partire dai 15 mesi il bambino diventa progressivamente abile a formare rappresentazioni dettagliate di oggetti e relazioni, interiorizzandole come processi, nonché rievocandole e scambiandole con gli altri attraverso il linguaggio. Le parole possono essere organizzate in narrazioni, ma non possono più corrispondere totalmente alle rappresentazioni. Se da un lato il linguaggio consente di estendere il campo di esperienza attraverso lo scambio e la comunicazione, dall’altro sancisce la divergenza dalla rappresentazione originaria dell’esperienza, esso diventa la rappresentazione della rappresentazione.
Dai 18 mesi si rendono possibili funzioni come l’imitazione, la finzione ed il gioco simbolico che stabiliscono corrispondenze tra le rappresentazioni interne e l’azione esterna, attraverso lo scambio di significati con gli altri. Il bambino può concepire una realtà di relazioni desiderabili e parallelamente deve gestire il conflitto con i vincoli esterni, ma comincia a disporre dello strumento verbale con cui può negoziare i significati.

La relazione esistente tra parola ed insieme di rappresentazioni interne fa si che l’interazione verbale con gli altri richiami in continuazione le relazioni oggettuali interiorizzate, l’”essere con” o le RIG delle primissime interazioni diadiche, confrontando continuamente l’esperienza delle relazioni sociali con l’esperienza individuale.
Il linguaggio rievoca nel destinatario del messaggio le rappresentazioni corrispondenti nella sua totalità, ben oltre il significato esplicitamente concordato delle parole utilizzate, mentre, in colui che trasmette, avviene il fenomeno opposto, in quanto solo una parte delle sue rappresentazioni può trovare espressione nella parola, il resto continua ad esistere in modo occulto, comprendendo spesso i correlati emozionali dell’esperienza.
Una importante implicazione di questo aspetto viene sottolineata da Stern ([1987] p.185): “Quando due messaggi, in genere verbale e non verbale, sono radicalmente contrastanti, abbiamo la situazione che è stata definita di “doppio legame” (Bateson, Jackson e altri, 1956). In genere il messaggio non verbale è quello che si intendeva trasmettere, e il messaggio verbale è quello “registrato”. Quest’ultimo è quello di cui siamo ufficialmente responsabili.”

Nella descrizione dei quattro stadi evolutivi del Sé viene evidenziato il ruolo svolto da alcuni fattori fondamentali:
• Istinti: Sono strutture mentali preformate in grado di discriminare il flusso percettivo e di produrre risposte comportamentali riflesse, sono soggette a differenze individuali.
• Capacità transmodale: E’ una funzione che trasferisce l’informazione da un canale sensoriale all’altro, costituisce una prima forma di integrazione percettiva.
• Memoria di riconoscimento: Registra configurazioni complesse di segnali necessarie a comporre le rappresentazioni mentali, consente la rievocazione e la modifica dei contenuti.
• Regolazione: Corrispondenza tra i livelli di eccitazione del bambino e quelli della madre.
• Sintonizzazione: Condivisione affettiva dell’esperienza del bambino da parte della madre, è un potente fattore plastico sia dello sviluppo interiore che dell’intersoggettività (sintonizzazione selettiva, imperfetta o mancante).
L’esistenza di deficit o squilibri in ciascuno di questi fattori può comportare anomalie nello sviluppo del Sé ed implicazioni psicopatologiche.

L’osservazione del bambino non sembra confermare alcuni assunti psicoanalitici:
• Barriera contro gli stimoli: Nella condizione di “inattività vigile” il neonato si dimostra attento alla realtà che lo circonda e se stimolato risponde, non risulta chiuso in un guscio autistico come ipotizzato inizialmente dalla teoria pulsionale, certamente la sua tolleranza nei confronti degli stimoli è limitata, sebbene crescente con lo sviluppo, ma il neonato tende comunque a ricercare un livello ottimale di stimolazione.
• Oralità: La bocca perde il primato come zona erogena primaria per diventare il contesto ed il mezzo privilegiato di relazione con la madre. Come concetto rappresentante la tendenza all’incorporazione di oggetti esterni l’oralità può essere attribuita tanto alla bocca, quanto al senso della vista e dell’udito.
• L’IO e l’ES: Non viene osservato il predominio dell’ES sulle funzioni dell’IO, un bambino nutrito e riposato risulta esercitare, da subito, funzioni tipiche dell’IO riconosciute presenti dalla psicoanalisi, solo successivamente nello sviluppo.
Non trova riscontro eristico l’ipotesi che esistano solo due pulsioni fondamentali, l’istinto di vita e l’istinto di morte, i sistemi motivazioni alla base del comportamento risultano molteplici ed organizzati in un mutuo rapporto.
• Separazione ed individuazione: Riguardo all’esistenza di una fase iniziale indifferenziata la psicoanalisi assume una posizione pressoché uniforme, con l’eccezione della teoria dell’attaccamento, in cui la condizione dell’”essere insieme” non è il punto di partenza ma l’obiettivo di una costruzione attiva, da parte del bambino, di rappresentazioni (RIG) dell’”essere con”.
• Oggetti Sé: Kohut teorizza il ruolo svolto da alcuni oggetti come strutture di regolazione che preservano la coesione del Sé dalla frammentazione prodotta da tensioni ed emozioni. Gli oggetti Sé sono aspetti funzionali delle altre persone che vengono introiettati. Secondo Stern le funzioni di regolazione sono i ricordi delle esperienze di relazione con altri significativi contenuti nelle RIG. La loro rievocazione prima della costituzione delle funzioni simboliche del bambino, può essere attivata da stimoli concreti appartenenti alla RIG, solo più tardi diventerà automatica, divenendo un’interiorizzazione.
Dice Stern ([1987] p.245): “ La capacità di innamorarsi sollecita grandemente la capacità evocativa e la fantasia di essere con un altro. Per poter essere coinvolti a lungo in un amore romantico è necessario che molte esperienze di vita ci abbiano dato l’opportunità di sviluppare la capacità di impregnarci della presenza di una persona che è fisicamente assente, di un compagno quasi costantemente evocato.”
• Intensità degli affetti: Numerose teorie psicoanalitiche hanno individuato l’origine dell’esperienza dissociativa nel trauma, esperienze emotive intense, ma non estreme, sono in grado di organizzare l’esperienza e risultano particolarmente pregnanti dal punto di vista clinico rispetto alle esperienze caratterizzate da un basso coinvolgimento emozionale. Vi sono tuttavia evidenze che i bambini apprendono di più quando non sono pressati da bisogni interni e/o da sollecitazioni esterne.
• Connotazione degli affetti. Secondo Kernberg le caratteristiche di piacevolezza/spiacevolezza dell’esperienza sono frutto di una discriminazione affettiva che precede la dicotomia buono/cattivo, frutto invece di una discriminazione cognitiva. Solo successivamente viene risolta la dicotomia Sé/altro che richiede la riunificazione dei comparti non comunicanti Sé buono/Sé cattivo e altro buono/altro cattivo. L’osservazione del bambino fa ritenere che la discriminazione piacevole/spiacevole proceda di pari passo con la distinzione Sé/altro. Analogamente non è possibile per il bambino associare piacevole con buono e spiacevole con cattivo, finché egli non raggiunge la capacità di discriminare le intenzioni dell’altro nel livello intersoggettivo. Come conseguenza non è possibile attribuire ai pazienti borderline una scissione dell’esperienza in termini di buona/cattiva che può verificarsi solo una volta raggiunta la fase simbolica.
• Fantasia: Con l’abbandono della teoria della seduzione, Freud indirizza lo sviluppo del pensiero psicoanalitico verso le fantasie presenti nel mondo interiore del bambino. La realtà finisce nello sfondo mentre le vicende pulsionali del mondo interiore, assumono la rilevanza della figura.

Klein e Mahler ritengono necessario ipotizzare uno stato fusionale di “simbiosi normale” in quanto la distinzione Sé/altro produrrebbe una intollerabile angoscia di separazione finché il bambino non diventa in grado di produrre delle rappresentazioni della madre anche durante la sua assenza, con il raggiungimento della fase della “costanza dell’oggetto”.
Durante tale periodo il bambino, protetto dalla barriera degli stimoli, allucina la presenza della madre, dissolvendo i confini Sé/altro.
Il mondo fantastico del bambino diventa dominante a scapito della distorsione della realtà.
La posizione di Stern capovolge, nel neonato l’assunto che il principio del piacere preceda il principio della realtà, in quanto “.. la capacità di effettuare distorsioni a scopo difensivo - e cioè psicodinamicamente - sorge più tardi perché richiede l’esistenza di processi cognitivi che all’inizio non sono disponibili. (…) .. la prima infanzia esulerebbe dal campo degli eventi psicodinamicamente determinati, in quanto l’esperienza del bambino non è il prodotto di tentativi di risolvere i conflitti attraverso l’alterazione della realtà.” (Stern [1987] p.256)


3.2 I modelli operativi interni di John Bowlby.

La totale inadeguatezza del neonato a sopravvivere autonomamente nell'ambiente, ha comportato dal punto di vista filogenetico l’esigenza di selezionare, nel bambino, comportamenti istintivi di attaccamento al caregiver, finalizzati all’autoconservazione.
E’ infatti la madre, prima fra tutte, la figura esterna di accudimento a cui è intrinsecamente legata la sopravvivenza del neonato nell'ambiente. Una volta identificata la figura di attaccamento (FDA) da parte del bambino, si stabilisce un vero e proprio sistema di regolazione in cui il bambino controlla continuamente la prossimità del caregiver e produce segnali di richiamo se la FDA si allontana oltre il limite ritenuto critico dal bambino nella situazione ambientale contingente.
Il legame di attaccamento è un legame oggettuale che si stabilisce, dunque, su base istintiva e risulta particolarmente vincolante per i due soggetti, come testimoniano le intense reazioni emotive che suscita, soprattutto nel bambino.

Il comportamento di attaccamento scaturisce, secondo Bowlby, dall’attività di un “modello operativo interno” (MOI), che opera come un sistema funzionale che persegue il mantenimento della vicinanza della madre.
Afferma Bowlby [1975] (vol.2, p. 197): “Nel modello operativo del mondo che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di chi siano le figure di attaccamento, di dove le si possa trovare, e di come ci si può aspettare che reagiscano. Analogamente, nel modello operativo del Sé che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento”.
Bowlby distingue diversi obiettivi del comportamento di attaccamento, fino a tre anni è determinante la verifica dell’accessibilità della FDA, in termini di presenza/assenza, mentre dopo i tre anni è importante la valutazione fiduciosa che la FDA, oltre che accessibile, risulti anche disponibile ad intervenire in modo adeguato in caso di necessità. Una FdA accessibile ed adeguata, risulterà responsiva e quindi efficace nella risoluzione dei problemi esterni.
In realtà nell’individuo possono essere contemporaneamente attivi più MOI per la stessa FdA e per il Sé, derivanti da introiezioni di differenti aspetti della persona e della relazione.

Secondo la previsione di Bowlby ([1975] vol.2, p. 198) “probabilmente il modello della figura di attaccamento e il modello del Sé si sviluppano in modo da essere complementari e da confermarsi a vicenda. Dunque è facile che un bambino che non è stato desiderato, non solo si senta non voluto dai genitori, ma pensi di essere essenzialmente poco desiderabile, cioè di essere non voluto da nessuno. (…) la personalità dell'adulto é un prodotto delle interazioni dell’individuo con alcune figure fondamentali, e specialmente con le figure di attaccamento, durante tutti gli anni dell'immaturità".
Ecco dunque che l’individuo che ha sperimentato FDA accudenti e responsive, svilupperà un’aspettativa di poter trovare nell’ambiente l’aiuto e le risorse a lui necessarie, e probabilmente le troverà perché le cercherà, diversamente da colui che, in seguito ad esperienze di attaccamento deludenti o addirittura dolorose, abbia rinunciato a qualsiasi aspettativa di accadimento, e anche da adulto la modalità relazionale dominante sarà improntata all’opposizione o all’evitamento.

Nelle situazioni intermedie, in cui l’accudimento è stato condizionato a precise risposte comportamenti del bambino, è probabile che si stabiliscano comportamenti finalizzati e/o schemi di manipolazione degli altri dimostratisi storicamente efficaci, che verranno successivamente riproposti in età adulta. Tali comportamenti si differenziano per il grado di fiducia, ossia per il livello di aspettativa residuo che l’individuo nutre di poter ancora ottenere l’accudimento e l’aiuto richiesto dalla FDA.
I modelli operativi interni si stabiliscono nell’infanzia e si perfezionano nel corso della vita come modelli di interazione con l’ambiente.
Essi comprendono, quindi, rappresentazioni di se stesso e degli altri in grado di guidare attivamente il comportamento dell’individuo sulla base delle aspettative con cui, lo stesso, si prefigura le relazioni interpersonali.
I modelli operativi interni saranno attivati in tutte quelle situazioni che richiamano gli elementi caratteristici della dipendenza infantile e del relativo bisogno di accudimento. Le situazioni attivanti potranno dunque avere caratteristiche ansiogene, in cui si configura una condizione di bisogno che implica una richiesta di aiuto. Le aspettative sulle altrui risposte comportamentali, sollecitano condotte dell’individuo che possono apparire inadeguate nel presente, pur essendo risultate efficaci nel passato.

I modelli operativi interni sono, sempre secondo Bowlby, rappresentazioni interne strutturate gerarchicamente di persone, relazioni e situazioni, nonché di sé stessi, che guidano la percezione, le aspettative ed il comportamento dell’individuo per tutta la vita, tanto da diventare aspetti costitutivi della sua personalità. Pur essendo suscettibili di modificazioni, risultano in gran parte inconsce, conferendo stabilità e prevedibilità al comportamento umano.


3.3 Le rappresentazioni interne nella Psicologia Cognitiva.

I modelli di Paivio e Kosslyn.

Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata dal sonno.
Shakespeare. "la Tempesta"

Il modello cognitivista studia l’interazione dell’uomo con il suo ambiente in termini di scambio ed elaborazione delle informazioni, siano esse percepite dalla realtà esterna che acquisite attraverso processi di apprendimento da esperienze precedenti.
Le informazioni percettive, per effetto dell’elaborazione interna, subiscono trasformazioni suscettibili di essere rappresentate attraverso diagrammi di flusso e funzioni di trasferimento, con cui vengono modellate le varie funzioni cerebrali. In questo processo, la mente umana svolge un ruolo attivo sia nella trasformazione sequenziale con cui viene trattata l’informazione, che nel differenziare il processo di elaborazione in maniera contestuale e soggettiva, per effetto delle inevitabili differenze individuali e del diverso patrimonio di conoscenze pregresse.

Per definire la natura dell’unità di informazione oggetto dell’elaborazione da parte dei processi interni, sono stati seguiti due approcci fondamentali, uno di tipo simbolico e l’altro di tipo connessionista. I due approcci fanno riferimento a differenti livelli di complessità dell’informazione, potendo pertanto considerarsi addirittura complementari. L’approccio connessionista fa riferimento a una tipologia sub simbolica dell’informazione in cui viene conservata la complessità degli attributi percettivi degli stimoli corrispondenti all’oggetto, mentre l’approccio simbolico considera tali attributi già composti in unità complesse che costituiscono una prima rappresentazione dell’oggetto. Nell’ambito delle rappresentazioni simboliche è possibile considerare, da un lato, le rappresentazioni di immagini, implicite e di tipo analogico, dall’altro le rappresentazioni proposizionali, esplicite e di tipo discreto.
Le immagini consentono di esprimere le relazioni tra le parti in maniera implicita e globale, mentre le rappresentazioni proposizionali permettono di descrivere in dettaglio le relazioni tra oggetti oppure di elencare i loro singoli attributi.
Il vantaggio di poter esplicitare le relazioni tra oggetti e le loro proprietà, si scontra con la notevole complessità che si raggiunge non appena si tenta di tradurre in termini proposizionali attributi e relazioni tra oggetti, anche in situazioni molto semplici.

Anche gli schemi sono dei sistemi che organizzano gli oggetti della percezione e della conoscenza. Essi consentono di utilizzare l’esperienza passata in cui sono state apprese alcune relazioni tra gli stimoli, per guidare la percezione presente, creando aspettative sull’evoluzione del processo percettivo e completando le informazioni risultate mancanti nell’esperienza attuale. Lo schema consente di perseguire una sorta di economia delle risorse percettive che possono essere dedicate a nuovi eventi e all’acquisizione di nuove relazioni, cosicché l’ultimo evento risulta individuato per differenza rispetto ad uno schema acquisito.
Gli schemi possono essere concepiti come una sequenza ordinata di script, organizzati in maniera gerarchica, finalizzati al raggiungimento di determinati obiettivi. Utilizzati in modo retrospettivo, gli schemi consentono di spiegare in modo coerente singoli comportamenti passati, ma non consentono di predire in base all’esperienza passata quali schemi saranno adottati nel futuro, anche se sono promettenti le sperimentazioni in corso, basate sull’uso delle reti connessioniste.

Per quanto concerne l’indagine sulle immagini mentali, le sperimentazioni si sono orientate secondo tre filoni principali, la rotazione d’immagini mentali, l’esplorazione di mappe mentali e la re-interpretazione di figure ambigue. Gli esperimenti sulla rotazione delle immagini mentali sembrano confermare che gli oggetti mentali, oltre a risultare simili a quelli reali, sono immersi in uno spazio mentale, del tutto analogo a quello esterno. In particolare, il movimento di rotazione mentale sembra implicare movimenti oculari, confermando altre evidenze sul coinvolgimento della funzione visiva nell’immaginazione. Analoghi risultati sono conseguiti in sperimentazioni che consideravano la costruzione di rappresentazioni mentali di mappe geografiche, in cui veniva confermata l’esistenza di uno spazio interno con proprietà analoghe a quelle dello spazio esterno. I risultati sulla reinterpretazione di figure ambigue precedentemente memorizzate hanno evidenziato come l’individuo tenda ad omettere nella sua immagine mentale gli elementi ambigui, privi di significato, rendendo impossibile una nuova interpretazione. La stessa risultava, invece, possibile se l’immagine rappresentata veniva disegnata, portando a ipotizzare l’esistenza nella mente di un medium speciale.
Il tentativo di definire i rapporti reciproci esistenti tra le rappresentazioni proposizionali e le rappresentazioni di immagini ha suscitato un vivace dibattito che ha condotto al riconoscimento di uno specifico formato per le immagini mentali, distinto da quello delle rappresentazioni proposizionali.

Nella teoria della doppia codifica, A.Paivio ha sostenuto l’esistenza nella mente umana di due sistemi distinti e dedicati rispettivamente all’elaborazione delle informazioni linguistiche ed all’elaborazione delle immagini. In ciascun sistema viene ipotizzata l’esistenza di unità base di informazione, rispettivamente i logogeni e gli immageni, nonché di sottosistemi deputati all’elaborazione delle unità base, secondo le varie modalità sensoriali compatibili (mancano nel sistema verbale le rappresentazioni relative al gusto ed all’olfatto). Questo tipo di schematizzazione permette di organizzare il flusso delle unità di informazione attraverso i sottosistemi verbali e non verbali senza dover specificare nei dettagli la definizione delle singole unità di informazione e dei singoli sottosistemi, mettendo in evidenza le interazioni tra i logogeni e gli immageni.
Il modello di Paivio ha trovato conferme nelle sperimentazioni sulle capacità umane di memorizzazione e rievocazione di contenuti verbali e di disegni, risultate superiori in questi ultimi, nonché sull’effetto additivo dei due sistemi nell’esecuzione di un compito. E’ stato invece criticato per il fatto di non specificare adeguatamente le modalità operative dei processi di elaborazione attivi nei due sistemi.
Un modello computazionale in grado di descrivere operativamente il processo di costruzione delle immagini mentali è stato proposto da Kosslyn, il quale ha sostenuto la sostanziale somiglianza di tale processo con la funzione visiva. Nel suo modello Kosslyn introduce il costrutto di “medium spaziale”, luogo riservato alla costruzione dell’immagine, nonché di aggregati di informazioni, i “file proposizionali” e i “file delle immagini”, su cui operano un certo numero di funzioni di elaborazione che operano come istruzioni di programma.

Il medium spaziale è caratterizzato dal fatto di:
1. conservare le proporzioni spaziali degli oggetti rappresentati e presentare limitazioni analoghe a quelle del campo visivo dell’occhio,
2. essere caratterizzato da una risoluzione d’immagine maggiore nell’area centrale, proprio come nel campo visivo della retina,
3. presentare una sua granularità, intesa come calibro dei punti elementari che compongono l’immagine, che la rende più o meno nitida,
4. far decadere, nel tempo, l’immagine appena rappresentata e non continuamente rievocata, analogamente a quanto si verifica con le immagini impresse sulla retina.
I file proposizionali ed i file delle immagini contengono tutte le informazioni necessarie a rappresentare l’oggetto completo nel medium spaziale, nonché le istruzioni di programma per il trasferimento ed il posizionamento dei componenti dell’immagine.
In particolare:
• I file proposizionali contengono l’elenco delle parti che costituiscono l’oggetto, le sue caratteristiche dimensionali e le relazioni tra le singole componenti e la parte fondante.
• I file delle immagini contengono le coordinate spaziali per la rappresentazione grafica delle singole parti che andranno a comporre l’immagine dell’oggetto.
• Sono definiti un certo numero di programmi che operano sui precedenti file, il processo principale che inizializza la rappresentazione dell’oggetto è denominato IMAGE, il processo PICTURE converte graficamente nel medium spaziale le informazioni dei file d’immagine mentre il processo PUT guida il processo precedente nel collocare le singole parti per completare l’oggetto. Altri processi svolgono compiti più specifici.
Il modello di Kosslyn è risultato adeguato nella descrizione dei processi immaginativi ed ha trovato adeguati riscontri sperimentali relativamente ai suoi assunti principali, nonché alcune conferme dagli studi sui deficit di immaginazione conseguenti a lesioni cerebrali.


3.4 Il modello psicofisiologico integrato di V.Ruggieri.

"Chi sogna di giorno conosce molte cose che sfuggono a chi sogna solo di notte."
Edgar Allan Poe

L’approccio psicofisiologico integrato considera l’essere umano come un’unità psicofisica in cui ogni funzione deve essere studiata ed interpretata in termini di interdipendenza tra i sistemi dell’organismo.
Il processo di indagine conoscitiva dell’uomo relativamente a sé stesso, si è sempre rivelato un problema di estrema complessità, che ha costretto gli studiosi a circoscrivere il campo di indagine in singole discipline. Ciò ha comportato da un lato il conseguimento di rilevanti progressi nelle conoscenze acquisite nei singoli campi disciplinari, dall’altro ha evidenziato la necessità di una sintesi unificante in grado di ricostruire le interrelazioni tra i vari campi della conoscienza, pena la perdita di caratteristiche peculiari, tipiche dei sistemi complessi.
In tale ottica, il modello psicofisiologico integrato si propone come disciplina di collegamento tra vari campi di studio, quali la psicoanalisi, in cui la pregnanza dei costrutti più complessi viene raggiunta a scapito di una significatività sperimentale, e la fisiologia, in cui al contrario, la significatività sperimentale non consente di formulare ipotesi esplicative su funzioni psicologiche complesse come p.es. la soggettività.

L’approccio psicofisiologico integrato affronta lo studio della complessità umana, utilizzando un modello di indagine dialettico che, come afferma Ruggieri ([2011] p.20), “… descrive i processi di sviluppo come prodotti di progressivi salti ‘qualità-quantità’”. (…) attraverso l’incremento quantitativo (numerico e di attività) di parti elementari (sub unità funzionali originariamente indipendenti) e la loro interazione, -integrazione di sub unità- si genera un nuovo contesto operativo in cui si sviluppano funzioni completamente nuove, non presenti nei livelli funzionali sottostanti. Il contesto operativo ‘superiore’ mantiene tutte le funzioni delle sub unità sottostanti”.
E’ possibile in questo modo ricondurre tematiche storicamente dicotomiche, quali mente-corpo e struttura-funzione, a processi continui in cui è possibile osservare la progressiva comparsa di nuove proprietà fino ai livelli di complessità osservabili nei processi psicologici.
Le rappresentazioni interne sono immagini mentali che possono formarsi, sia a partire da esperienze percettive del mondo esterno, che a seguito di processi di rievocazione autonoma da parte dell’individuo.
Quando sollecitata da eventi esterni, la rappresentazione interna costituisce il primo atto percettivo conseguente alla conversione da parte dei recettori sensoriali dello stimolo analogico esterno, in segnale bioelettrico interno di tipo digitale. Dopo la trasformazione, l’informazione viene trasmessa al sistema nervoso centrale attraverso le vie nervose afferenti. Il percorso neuronale ascendente è strutturato in modo da realizzare, a vari stadi, delle convergenze sinaptiche che rendono possibili interazioni funzionali, sia tra i segnali elementari afferenti, che tra questi ed i segnali efferenti, diretti verso gli effettori periferici. Possiamo considerare queste strutture nervose come l’hardware su cui possono stabilirsi i comportamenti riflessi e le prime funzioni di controllo.

Prima di raggiungere gli analizzatori corticali, il segnale viene processato preliminarmente, a livello del tronco encefalico, in cui:
• Vengono estratte alcune caratteristiche salienti del segnale che possono attivare comportamenti riflessi ad elevata valenza per la sopravvivenza.
• Viene stabilito il livello di arousal più adeguato delle sovrastanti strutture cerebrali, in termini di diffusione ed aumento dell’eccitazione, con cui avviare la successiva decodifica ed analisi di dettaglio del segnale.
• Viene connotato lo stimolo in base alle dimensioni piacere-dolore, auto segnalando al soggetto suo contenuto affettivo.
Nei successivi stadi di analisi ed elaborazione cognitiva svolti dalle strutture corticali, il segnale viene identificato, riconosciuto ed integrato con la rete di rappresentazioni interne assimilate in precedenza, acquistando significato e rilevanza soggettiva.
Un’utile schematizzazione per rappresentare il comportamento umano in interazione con l’ambiente, consiste nel considerarlo come il prodotto coordinato dell’attività di sistemi funzionali. Essi sono così definiti da Anochin (citato in Ruggieri [1988] p.78), “Per sistema noi intendiamo un insieme di determinate manifestazioni fisiologiche connesse con una determinata funzione (atti di respirazione, deglutizione, locomotori, etc.). Ogni sistema funzionale, che rappresenta in una certa misura un sistema chiuso, agisce grazie ad un costante legame con gli organi periferici ed in particolare con la costante afferenza proveniente da questi organi. Noi riteniamo che ogni sistema funzionale disponga di determinato complesso di segnalazioni afferenti che indirizza e corregge l’adempimento di questa funzione.”
In quest’ottica sistemica viene schematizzato un modello di relazione tra stimoli e risposte, finalizzato al perseguimento di un obiettivo e subordinato ad una presa di decisione, che consente di espandere le possibilità esplicative del modello psicofisiologico, oltre i limiti precedentemente consentiti dal fatto di considerare solo i comportamenti automatici riflessi. Infatti, l’esistenza psicologica dell’individuo si manifesta essenzialmente con la capacità di produrre risposte diversificate in relazione ai propri vissuti esperienziali, presenti e passati, ed ai significati che egli attribuisce al suo essere nel mondo.

La possibilità di identificare ogni singola funzione dell’organismo con un sistema funzionale dedicato, dotato di gradi di libertà adeguati al ruolo svolto nel sistema, unitamente alla possibilità di organizzare gerarchicamente i vari sistemi funzionali in strutture organizzate, permette di formulare ipotesi anche sulle funzioni psichiche più complesse.
Attraverso l’attività dei sistemi funzionali si realizza una interazione di tipo circolare tra la mente ed il corpo. Infatti, da un lato, i processi cerebrali controllano le funzioni corporee attraverso impulsi inviati agli effettori attraverso le vie efferenti mentre, dall’altro, gli auto segnali prodotti dall’attività dei tessuti vengono nuovamente afferentati verso il sistema nervoso centrale, modulandone il funzionamento.
L’IO viene identificato come la struttura-processo che rappresenta, al contempo, la sintesi ed il prodotto di tutti i sistemi funzionali operanti nell’organismo. Esso esercita le funzioni di regolazione e controllo del funzionamento di tutti i sistemi dell’organismo, ma le sue proprietà non sono, tuttavia, immediatamente deducibili da quelle dei sistemi sottoposti, in quanto frutto di un nuovo livello funzionale derivante dalla loro interazione.

La soggettività può essere concepita come una modalità funzionale dell’IO che permette di percepire la propria individualità. La soggettività costituisce un prodotto implicito delle radici corporee del flusso percettivo, sia esterno che interno, della sua continuità nel tempo, nonché della percezione dell’IO posizionato al centro del suo spazio esterno. Il Sé può essere considerato come l’oggetto della riflessione dell’IO su sé stesso.
Anche le rappresentazioni mentali, siano esse di origine percettiva od autoprodotta, possono essere considerate come sistemi funzionali in quanto processi che si prefiggono la produzione di una risposta che consiste, appunto, nell’assemblare in un’immagine mentale tutti gli elementi costitutivi, sia percettivi che affettivi, e ciò a prescindere dalla presenza nella risposta di eventuali azioni nell’ambiente esterno.
Sono state rilevate evidenze sperimentali che dimostrano l’esistenza di una continua interazione delle rappresentazioni mentali con l’organismo, attraverso un coinvolgimento dei recettori sensoriali e del sistema muscolare.
Il sistema muscolare, in particolare, oltre ad assolvere alle funzioni attuative relative alla risposta motoria ed alla postura, partecipa al costituirsi della rappresentazione mentale attraverso la componente connotativa del “sentire”, prodotta dalle variazioni di tensione muscolare, siano esse una conseguenza di variazioni del tono o di contrazioni isometriche dei muscoli.

Variazioni di tono, appena percettibili, possono essere osservate in corrispondenza della fase di programmazione di un’azione o di un gesto, mentre variazioni di tensione di tipo isometrico possono prodursi, più in generale, nelle fasi di preparazione all’azione, nelle fasi appetive dei comportamenti istintuali, negli agiti emozionali, etc.
Il prodursi di tali tensioni viene auto segnalato alle aree corticali attraverso una nuova afferentazione del segnale propriocettivo, rendendosi disponibile per stimolare riflessi, attivare funzioni di autoregolazione o promuovere risposte comportamentali complesse.

Sono le sinestesie che si realizzano tra altre manifestazioni corporee ed i vissuti di tensione che ne determinano la qualità di piacevolezza o spiacevolezza.
L’esistenza di implicazioni tra il richiamo di rappresentazioni mentali ed attività dei recettori visivi, nonché l’influenza dell’immobilizzazione di alcuni distretti muscolari sulla rappresentazione dell’idea di movimento sono state documentate in alcuni esperimenti (citati in Ruggieri [2011]) in cui è stato osservato che: “…l’inibizione attiva dei movimenti dell’occhio, mentre il soggetto immagina un cavallo in corsa, modifica significativamente l’immagine mentale. Il cavallo in movimento nella maggioranza dei soggetti si ‘immobilizza’ oppure si osserva, in un ristretto gruppo, la scomparsa completa dell’immagine mentale” (Ruggieri 1999).
In un altro esperimento è stato studiato (ibid.) “il ruolo fisiologico della concreta attività tonico-motoria nella produzione delle rappresentazioni mentali dei movimenti.(…) la nostra ipotesi sostiene che un’immaginazione puramente mentale del movimento possa anche essere considerata come la programmazione del movimento stesso che si intende eseguire (…) i nostri risultati sembrano confermare il ruolo, nella genesi della rappresentazione mentale di movimento, della concreta attività tonico-motoria: l’immobilizzazione di distretti corporei la cui attività troverebbe una corrispondenza nella rappresentazione mentale del movimento blocca l’immaginazione del movimento stesso”.

L’immaginazione, in quanto funzione in grado di produrre immagini e rappresentazioni mentali senza l’apporto di informazioni dall’esterno, risulta essere influenzata dall’attività dei recettori visivi e da stati di tensione muscolari, i quali sembrano addirittura poter bloccare la formazione dell’immagine mentale. Studi di neuro immagine sembrano confermare che la percezione visiva e l’immaginazione condividano l’attivazione delle stesse porzioni di corteccia cerebrale.

L’ipotesi che l’immaginazione partecipi alla programmazione dell’azione, sovrapponendosi al normale flusso percettivo consente di ipotizzare che l’esperienza soggettiva della realtà possa essere concepita come il prodotto di una tessitura in cui la percezione e l’immaginazione si intersecano intimamente per costruire l’esperienza soggettiva. (Ruggieri [2010])


3.5 Prospettive per la ricerca sulle rappresentazioni mentali.

Nel modello psicofisiologico integrato viene evidenziata la continua interdipendenza esistente tra il corpo e la mente. L’IO rappresenta l’unità psicofisiologica che assolve sia al compito strutturale di rendere possibile la propria esistenza biologica, che al compito processuale di coordinare tutti i sistemi funzionali dell’organismo.
Come visto precedentemente, l’IO può essere considerato un sistema funzionale posto al vertice di una complessa gerarchia di sistemi funzionali subordinati, ciascuno riconducibile ad una rappresentazione mentale, in virtù della codifica bioelettrica delle attività corporee.
Le rappresentazioni mentali si costituiscono, originariamente, a partire da esperienze percettive ed incorporano valutazioni edoniche riguardanti la piacevolezza e la spiacevolezza dei vissuti. Contengono quindi attributi di desiderabilità o indesiderabilità che implicano l’esistenza di una motivazione a ripetere, o ad evitare, esperienze simili.
L’idea che una rappresentazione mentale di origine interna potesse indurre modificazioni corporee era già presente nel pensiero psicoanalitico freudiano, quando, a proposito della meta sessuale infantile, Freud osservava che: “Lo stato di bisogno che richiede la ripetizione del soddisfacimento si rivela in due modi: attraverso un sentimento specifico di tensione, che in sé ha piuttosto il carattere del dispiacere, e attraverso una sensazione, condizionata centralmente, di prurito o di stimolo che viene proiettata nella zona erotica periferica. (...) il primo stimolo sembra richiedere per essere eliminato un secondo stimolo, effettuato sullo stesso punto”. (Freud [1905] in Opere, 4, p.494-5).

Qui si parla di sessualità, dunque di una esperienza piacevole e quindi ricercata, ma cosa dire a proposito delle rappresentazioni relative ad esperienze spiacevoli, da evitare o addirittura divenute inconsce? Anche in questo caso il ruolo della periferia corporea sembra svolgere un ruolo determinante per inibire le rappresentazioni interne sgradite. Avendo assimilato la rappresentazione mentale ad un sistema funzionale, secondo l’accezione di Anochin, la produzione della risposta finale del sistema può essere inibita interrompendo o rendendo inefficaci una qualunque delle fasi precedenti, p.es. quella di programmazione, attraverso un meccanismo di “frammentazione del pattern” (Ruggieri 1988).
Nel caso di un movimento volontario pianificato la programmazione della sequenza di contrazioni muscolari sembra far uso di micro variazioni di tono muscolare dei distretti interessati dal movimento (Ruggieri [2011]).

L’esistenza di contratture muscolari nei distretti interessati non permette al sistema funzionale di progredire nella sua elaborazione del movimento, determinando il blocco dell’intera rappresentazione, realizzando di fatto una rimozione della stessa.
Il fatto che l’interazione tra le nostre rappresentazioni mentali e la realtà esterna sia sistematicamente mediata dalle periferie corporee, in particolare dal sistema muscolare e dai recettori, può sembrare ovvio, per modificare l’ambiente infatti dobbiamo agire su di esso attraverso il corpo. Risulta forse meno ovvio realizzare che ciò avvenga anche nel caso dell’immaginazione.
Come un’immagine mentale di movimento può produrre movimenti oculari o micro-modulazioni del tono muscolare di base, così la fissità dei movimenti oculari o il blocco di un’articolazione muscolare può impedire la formazione di un’immagine mentale in movimento.
Nel caso sia possibile confermare ed estendere, in maniera più generale, l’intima relazione biunivoca che sembra delinearsi tra le rappresentazioni mentali e l’organismo, potrebbe aprirsi un nuovo varco di accesso per la comprensione dei processi mentali, grazie alla maggiore possibilità di osservazione e decodifica dei processi corporei, nonché della possibilità di intervenire sulle rappresentazioni interne, tramite il corpo.


CONCLUSIONI

Il legame oggettuale rappresenta la principale modalità relazionale dell’individuo nel proprio ambiente, in quanto introduce il mondo esterno nella propria realtà interiore.
Attraverso questo collegamento si struttura la soggettività dell’individuo e si perfeziona la sua capacità di relazione interpersonale tramite la quale verranno veicolati contenuti ed affetti durante tutta la vita dell’individuo.
La psicanalisi ha sin dall’inizio attribuito alla relazioni oggettuali un grande rilievo, prima come mezzo, con la teoria strutturale delle pulsioni, e poi come fine, con la teoria delle relazioni oggettuali. Alla pregnanza esplicativa delle teorie psicoanalitiche, per quanto concerne il ruolo del legame oggettuale nelle motivazioni del comportamento umano, non ha corrisposto una sistematica conferma sperimentale dell’esattezza dei costrutti, e ciò sia per la difficoltà di concepire idonei protocolli sperimentali adatti alla situazione analitica, sia per l’impossibilità di verificare in modo diretto l’effettiva esistenza dei processi psicologici postulati dalle varie teorie psicoanalitiche.
L’approccio osservativo, sempre più accurato, delle fasi dello sviluppo umano se da un lato ha modificato alcuni degli assunti psicoanalitici riguardanti le abilità relazionali possedute dal bambino sin dalla primissima infanzia, dall’altro ha confermato la grande rilevanza, per il suo sviluppo, di una interazione di qualità con il caregiver.

La psicofisiologia, nella sua espressione attraverso il modello integrato, propone interessanti raccordi tra le attuali conoscenze sulla fisiologia umana e la complessa dimensione psicologica interna, concettualizzando l’universo rappresentazionale in termini di interazione tra sistemi funzionali, con cui l’individuo risponde ininterrottamente all’ambiente esterno ed all’ambiente interno dell’organismo.
E’ condivisa l’esistenza di modelli comportamentali di attaccamento innati che rendono più probabile la sopravvivenza dell’individuo nell’ambiente, così come l’esistenza di modelli di interazione umana, svelati dalle microanalisi del comportamento interattivo del neonato, che ne promuovono lo sviluppo attraverso la relazione.

La progressiva identificazione dei processi con cui l’individuo costruisce le proprie rappresentazioni interne e le dinamiche con cui queste ultime si organizzano nella dimensione interiore dell’essere umano, aprono nuove vie d’accesso alla comprensione di processi psicologici quali la motivazione, l’identità, il pensiero e, non ultima, alla spiegazione della psicopatologia.


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Riccardo Perra

vedi Il Legame Oggettuale (1) e Il Legame Oggettuale (2) e Il Legame Oggettuale (3)

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