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iLibrieleNotti : Il legame oggettuale (3)
di fulmini , Mon 20 October 2014 5:00
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2 IL LEGAME OGGETTUALE IPOTIZZATO. LA PSICOANALISI.

2.1 Premessa

L’approccio psicoanalitico attuale è costituito da un insieme assai diversificato di teorie, spesso tra loro poco comunicanti, che riflette l’evoluzione del pensiero analitico a partire dalle brillanti intuizioni freudiane fino ad oggi. La differenziazione delle varie teorie dalla comune matrice pulsionale è stata caratterizzata da una crescente attenzione per le dinamiche relazionali dell’individuo e da una complementare disinvestimento dai processi di origine interna, interpretati come effetti secondari del campo relazionale.

Osservano Greenberg e Mitchell ([1986] p.242), con riferimento al pensiero di Heinz Hartmann: “I concetti delle psicologie non psicoanalitiche possono descrivere il comportamento con grande precisione e perfino con eleganza, senza fornire i sottostanti costrutti che spieghino il perché di un determinato comportamento. La psicoanalisi all’opposto, non si occupa della descrizione del contenuto psichico, ma di ciò che ne è la causa, con la formulazione di leggi”.
Tutte le teorie psicoanalitiche condividono l’idea che il comportamento umano sia il risultato di forze che agiscono internamente all’individuo, in uno scenario inconscio, considerano che all’origine della psicopatologia vi sia una mancanza e concordano tra loro nel considerare il setting analitico come la sede elettiva per approfondire la conoscenza dell’uomo. Gli elementi di divergenza tra le teorie psicoanalitiche sono, invece, rappresentati dalla diversa caratterizzazione dei contenuti inconsci che determinano il funzionamento psichico.

In relazione al ruolo attribuito da ciascuna teoria alle relazioni oggettuali è possibile individuare due approcci fondamentali:
• L’approccio pulsionale considera le pulsioni, in particolare quelle sessuali ed aggressive, come il movente principale dell’agire umano. Le relazioni sono solo un mezzo, sebbene importante, con cui è possibile “scaricare” le pulsioni su oggetti. La psicopatologia viene spiegata dalla mancata soddisfazione delle pulsioni causata da conflitti con le norme sociali.
• L’approccio relazionale considera invece prioritaria l’esigenza di stabilire relazioni umane soddisfacenti. Le pulsioni sono una modalità con cui viene raggiunto questo obiettivo. La psicopatologia è l’esito dell’impossibilità di stabilire relazioni interpersonali emotivamente appaganti.
Ciò che una teoria considera come mezzo, l’altra lo considera come fine.

Questi approcci psicoterapeutici possono essere ricondotti a due diverse impostazioni del pensiero filosofico, l’approccio pulsionale si collega con l’empirismo inglese (Hobbes e Locke) che individua nella la ricerca individuale del piacere e della ricchezza la motivazione principale dell’agire umano, mentre l’approccio relazionale si pone in continuità con il pensiero politico di Hegel e Marx che individuano nell’agire collettivo, il principale contesto in cui può realizzarsi l’essenza umana.
Come affermano Greenberg e Mitchell ([1986] p.398) “Chiedersi quale dei due modelli psicoanalitici sia “giusto” o “sbagliato” non è né utile, né produttivo. Ciascuno è complesso, elegante ed abbastanza elastico da saper spiegare tutti i fenomeni. Il modello pulsionale considera la ricerca individuale del piacere e la scarica pulsionale come base durevole dell’esistenza; tutte le altre esperienze e gli altri comportamenti , incluse la sessualità e l’aggressività, compulsive ed impulsive, ne sono derivati.(…) I fautori del modello relazionale pensano che la descrizione freudiana dei violenti conflitti che hanno luogo sotto lo smalto della coscienza abbia aperto la porta ad una profonda e intima comprensione dell’esperienza; però Freud si sbagliava a proposito del contenuto di questi conflitti. Per i teorici relazionali, tutti lottano per stabilire e mantenere relazioni con gli altri, dai primi sforzi per raggiungere i genitori a quelli seguenti, tesi a consolidare le relazioni intime significative della vita adulta”.

Questa polarità sembra dunque essere irriducibile, nonostante i tentativi di conciliazione tra le due impostazioni di pensiero. Non si tratta di punti di vista diversi su uno stesso fenomeno, ma di due sistemi esplicativi della natura umana, egualmente completi ed esaurienti, che partono da presupposti completamente diversi.

La teoria delle relazioni oggettuali rappresenta oggi un obiettivo di convergenza tra i numerosi approcci che condividono una grande attenzione per lo sviluppo dei legami affettivi a partire dalla primissima infanzia.
La rassegna che segue, lungi dall’essere una trattazione esaustiva delle varie teorie psicoanalitiche, esamina le trasformazioni che il costrutto di legame oggettuale ha assunto nello sviluppo del pensiero di alcuni autori, ritenuti tra i più rappresentativi.


2.2 Il modello strutturale delle pulsioni

2.2.1 Sigmund Freud.

La psicoanalisi nasce con Freud come una tecnica psicoterapeutica per curare i disturbi mentali ma assume progressivamente le caratteristiche di un esaustivo modello teorico del funzionamento mentale. Freud, infatti, oltre ad ideare una tecnica psicoterapeutica, stabilisce anche una metodo sperimentale di lavoro che, in base all’osservazione clinica dei suoi pazienti, gli permette di formulare nuove ipotesi e di adattare quelle precedenti al progressivo emergere di nuovo materiale clinico, dimostrando di sapersi accomodare anche alle correnti di pensiero critiche dei suoi seguaci ed intervenendo con contributi originali in numerosi campi della cultura.

L’approccio freudiano alla psicopatologia si caratterizza sin dall’inizio con l’enunciazione del “principio della costanza” che ipotizza l’esistenza nell’organismo di una tendenza biologica a mantenere il livello di stimolazione e di eccitazione ai livelli più bassi possibile. Per raggiungere questo obiettivo le tensioni ed i relativi affetti che si creano all’interno dell’organismo devono essere scaricati. La psicopatologia viene ricondotta ad un blocco del processo di scarica degli affetti a causa di impedimenti esterni o al conflitto con valori e ideali morali o etici.

Inizialmente, le tensioni e gli stimoli che dovevano essere scaricati vengono identificati con gli affetti conseguenti ad eventi. Nel caso si determini un conflitto interno la memoria di tali eventi viene rimossa producendo il sintomo nevrotico. Secondo la “teoria della seduzione iniziale”, erano specifici eventi realmente accaduti all’individuo a produrre il trauma da cui originava il conflitto e la conseguente rimozione.

L’apparato psichico tende a scaricare tanto le eccitazioni sensoriali provenienti dall’esterno, quanto quelle prodotte dai bisogni interni, attraverso l’apparato motorio, per mezzo di espressioni emozionali. L’esperienza di soddisfazione viene memorizzata e, quando si ripresenterà l’esperienza di bisogno, l’apparato psichico tenderà a riprodurre attraverso il desiderio la risposta percettiva soddisfacente.

E’ questo un primo riferimento a rappresentazioni interne, create e memorizzate su base percettivo-emozionale, che possono essere rievocate in occasione dell’emergere di un bisogno e che organizzano una risposta dimostratasi soddisfacente, attraverso il desiderio.

L’introduzione del concetto di “identità percettiva” di Freud [1899] collega implicitamente la capacità dell’individuo di produrre schemi di risposta all’emergere del senso di identità.
Il contenuto dell’inconscio in questa prima formulazione dell’apparato psichico è costituito dai desideri che sono però determinati dalle situazioni, le quali sono importanti solo per il fatto di errere state capaci di produrre la soddisfazione di un bisogno, e pertanto tenderanno ad essere ripetute.
Successivamente, Freud abbandona il modello del desiderio sostituendolo con il modello delle pulsioni. Le situazioni contingenti in cui si verifica la scarica delle tensioni perdono importanza rispetto alla loro causa, identificata nella spinta pulsionale, riconosciuta come il motore primo dell’attività psichica.

Freud ([1905] in Opere, vol.4 p.479) definisce la pulsione come “la rappresentanza psichica di una fonte di stimolo in continuo flusso, endosomatica,” distinguendola dallo stimolo, “.. il quale è prodotto da eccitamenti isolati e provenienti dall’esterno. (…) ciò che distingue le pulsioni l’una dall’altra e le fornisce di qualità specifiche è la relazione che esse hanno con le loro fonti somatiche e le loro mete. La fonte della pulsione è un processo eccitante in un organo, e la meta prossima della pulsione risiede nell’abolizione di questo stimolo organico.”
Nei bambini (ibid. p.494) “La meta sessuale della pulsione infantile consiste nel provocare il soddisfacimento mediante stimolazione appropriata della zona erogena scelta in un modo o nell’altro. Questo soddisfacimento dev’essere stato provato in precedenza per lasciare dietro di sé il bisogno della ripetizione. (…) si può formulare la meta sessuale anche in questo modo: giungere a sostituire nella zona erogena la sensazione di stimolo proiettata, facendo ricorso a uno stimolo esterno che elimini la sensazione di stimolo provocando la sensazione di soddisfacimento.”

Sono evidenti in questi passi alcune importanti caratteristiche delle pulsioni:
• costituiscono una “rappresentanza psichica”;
• si originano da una base sensoriale di origine interna, “endosomatica”;
• vengono associate ad una connotazione piacevole/spiacevole e, quindi memorizzate;
• la fonte di una pulsione consiste nell’eccitazione di un organo;
• la meta sessuale è l’abolizione dell’eccitazione, implica la produzione di uno stimolo in una zona erogena;
• la zona erogena è stata sede in precedenza di un processo di soddisfacimento, è quindi collegata alla relativa rappresentazione;
• lo stimolo eterno deve sovrapporsi allo stimolo interno evocato dalla rappresentazione per dar luogo alla soddisfazione del bisogno.

In questa schematizzazione sono presenti numerosi riferimenti biologici che possono oggi essere reinterpretati alla luce della psicofisiologia integrata (Ruggieri [1988]).

Nel modello strutturale delle pulsioni Freud ipotizza che le richieste formulate all’apparato psichico provengano dall’interno dell’organismo e siano riconducibili a due gruppi di pulsioni fondamentali, quelle sessuali o libidiche e quelle di autoconservazione.

Il processo di soddisfazione delle pulsioni può essere ostacolato per il fatto che la pulsione entra il conflitto con “l’insieme delle rappresentazioni dominanti dell’IO” generando sentimenti spiacevoli. La pulsione viene quindi rimossa e non può trovare quindi la sua soddisfazione ma continua ad esercitare la sua influenza sul comportamento umano. Questo nucleo di pulsioni sessuali è oggetto di una rimozione originaria che produce una fissazione della pulsione, la stessa rimane attiva e funge da centro di attrazione nei confronti di altre pulsioni con cui sono, in qualche modo, in relazione e che subiscono la medesima sorte.

Nella teoria pulsionale l’oggetto perde la sua specificità, non è più legato alla particolare situazione ma assume rilevanza solo in virtù della sua capacità di consentire la soddisfazione della pulsione e può essere pertanto sostituito.
Nel neonato le prime occasioni di soddisfazione sono legate al ripetitivo accudimento materno, che permette di registrare schemi percettivo-emotivi che in seguito tenderanno ad essere riprodotti, anche tramite l’autoerotismo.

Nel neonato non è presente un istinto sessuale unificato, ma solo pulsioni parziali che costituiscono le tessere di un mosaico che si compone progressivamente nel corso dello sviluppo per dar luogo alla formazione dell’oggetto. L’oggetto globale è il prodotto dell’integrazione degli oggetti parziali sperimentati durante lo sviluppo e rappresenta per Freud l’unificazione delle zone erogene infantili sotto il primato dei genitali.

Nel modello strutturale freudiano delle pulsioni, affermano Greenberg e Mitchell ([1986] p.55): “Non esiste un oggetto intrinseco, né un legame preordinato con l’ambiente umano. L’oggetto viene ‘creato’ dall’individuo, in base alla sua esperienza di soddisfazione o di frustrazione pulsionale. Per Freud l’oggetto deve convenire all’impulso, mentre per i teorici del modello relazionale l’impulso è semplicemente una strada per mettersi in relazione con l’oggetto.”

Il riavvicinamento alla realtà esterna della teoria pulsionale fu sollecitato dalle critiche di Adler a Freud e portò all’introduzione del “principio di realtà”, attraverso cui veniva riconosciuta l’inadeguatezza di un appagamento puramente allucinatorio dei bisogni interni e la necessità che l’apparato psichico si rappresentasse la realtà esterna, anche se spiacevole, affidando all’IO il compito di mediare tra inconscio e la realtà stessa. Agli oggetti esterni viene così riconosciuta la capacità di influenzare le dinamiche del mondo interiore ed all’IO viene attribuita la facoltà di disporre di energie, differendone la scarica pulsionale e/o indirizzandole verso altre scelte di oggetti.


2.3 Il modello strutturale delle relazioni

2.3.1 Harry Stack Sullivan

Benché la nascita della psicoanalisi sia stata costellata da divergenze e scismi ideologici che hanno dato vita a varie correnti dissidenti di pensiero, basti citare A.Adler, C.G.Jung, O.Rank e O.Ferenczi, esse non si concretizzarono in prospettive realmente alternative al pensiero freudiano. Diversamente accadde negli Stati Uniti dove, a partire dagli anni ’30, iniziò a prender corpo una corrente di psichiatria interpersonale che considerava inadeguato il modello freudiano delle pulsioni e troppo angusto il suo contesto sociale e culturale.

H.S.Sullivan è stato il maggiore esponente di un gruppo di studiosi che comprendeva tra gli altri, E.Fromm, C.Thompson e K.Horney. Il pensiero di Sullivan, improntato al pragmatismo, accoglie con diffidenza il linguaggio eccessivamente astratto della teoria freudiana, il quale non trova riscontro nel comportamento osservabile del paziente.

Secondo Sullivan il paziente non può essere compreso se non nell’ambito dell’interazione con il suo ambiente, egli afferma che “qualunque cosa si possa trovare nella mente umana vi è stata messa da relazioni interpersonali, fatta eccezione per la capacità di recepire ed elaborare le esperienze relative. Questa enunciazione va intesa anche come l’antitesi di qualsiasi dottrina degli istinti umani” (Sullivan citato in Greenberg e Mitchell [1986] p.110).

Nella sua esperienza di conduzione di un reparto psichiatrico composto da pazienti schizofrenici, Sullivan maturò la convinzione che essi potevano essere curati, in quanto il loro comportamento esprimeva significati che potevano diventare accessibili solo se interpretati in relazione all’ambiente relazionale dei pazienti. Questa constatazione lo portò ad entrare in aperto contrasto con la psichiatria dell’epoca che esprimeva il pensiero di Kraepelin, estremamente tassonomico e quindi elusivo, mentre assunse un atteggiamento ambivalente con Freud, in quanto non condivideva il fatto che lui:
• ritenesse i pazienti schizofrenici non curabili con la psicoanalisi,
• facesse uso di costrutti teorici estremamente astratti e quindi non osservabili,
• sottovalutasse le relazioni interpersonali.
Avvertì, inoltre, il pericolo che il pensiero freudiano si trasformasse in un pensiero dogmatico, in grado di fornire spiegazioni certe su ogni aspetto del funzionamento psichico.

Sullivan avvertiva la sostanziale inconoscibilità dell’esperienza portata dal paziente e quindi la necessità di affrontare la relazione con lui senza categorie preconcette, dopo una attenta analisi personale, attenendosi quanto più possibile ai contenuti della conversazione ed ai dati dell’osservazione del paziente, in quanto l’individuo è conoscibile solo nell’ambito di una relazione interpersonale ed il terapeuta deve essere consapevole della propria mancanza di obiettività.
Sullivan distingue tra motivazioni connesse a bisogni di soddisfazione e motivazoni legate a bisogni di sicurezza.

I bisogni di soddisfazione sono quelli primari, connessi alla sopravvivenza dell’individuo, quelli di contatto emotivo con altri esseri umani, nonché quelli inerenti l’esercizio di funzioni. Nel bambino la soddisfazione di un bisogno avviene in un contesto relazionale, tipicamente diadico, in cui al desiderio del bambino ne corrisponde uno complementare della madre. La soddisfazione di un bisogno implica, dunque uno scambio con l’ambiente attraverso delle “zone di interazione”, che possono coincidere con le zone erogene di Freud, ma sono qui concepite solo come finestre attraverso cui transitano le informazioni sensoriali.

Un costrutto rilevante del pensiero di Sullivan è il concetto di angoscia, definito come un’esperienza emozionale di intensa paura, provocata da eventi esterni ma trasmessa empaticamente dal caregiver al bambino, e sperimentata da quest’ultimo come un sentimento pervasivo di terrore che non riesce a fronteggiare.

Il bambino impara ben presto a distinguere e catalogare internamente le esperienze di interazione che non producono angoscia (buona madre), da quelle produttrici di angoscia (cattiva madre).
Il bisogno di sicurezza è concepito da Sullivan come evitamento degli stati angosciosi. Il bambino impara ad anticipare i comportamenti angoscianti della madre, controllando il proprio comportamento. Tra le sue reazioni possibili deve selezionare quelle che soddisfano il proprio bisogno di sicurezza.
Anche il Sé è una struttura che viene plasmata da tale bisogno. Sullivan distingue la personalità dal sé. La prima rappresenta ciò che l’individuo “è”, mentre la seconda, ciò che “crede di essere”. Il sé viene sostenuto dal riconoscimento altrui e dalle necessarie illusioni che permettono all’individuo di conservare un’elevata autostima. Le esperienze gratificanti consolidano il sé mentre quelle angoscianti tendono a frantumarlo. Se le aree di esperienza in grado di sollecitare il bisogno di sicurezza sono estese, la vita dell’individuo risulterà dominata da distorsioni della realtà per il fatto di rievocare (integrazioni paratassiche) modelli di relazione che in passato si sono dimostrati efficaci nel produrre esperienze di controllo o sicurezza.

Ne scaturisce che, per evitare accuratamente i vissuti di angoscia, l’individuo giungerà a immaginare e perseguire esperienze di onnipotenza, conquistare di particolari status sociali, potere e riconoscimenti di valore personale in grado di conferirgli la sensazione di controllo sugli eventi della propria vita. Se i bisogni di sicurezza diventano pervasivi, in termini di occupazione del campo di coscienza, l’individuo risulterà incapace di perseguire il piacere derivante dal soddisfacimento degli altri bisogni.

Nel modello di Sullivan la soddisfazione dei bisogni risulta sistematicamente associata alla rievocazione di rappresentazioni che includono l’individuo in relazione con gli altri, e questo, sia che siano utilizzate dal sistema sé per individuare in anticipo situazioni potenzialmente minacciose per la sua integrità, oppure che vengano rievocate come fantasie di controllo per esorcizzare le esperienze di frammentazione. Le rappresentazioni sono, in ogni caso, sempre esperienze di relazione.

Riccardo Perra

vedi Il Legame Oggettuale (1) e Il Legame Oggettuale (2)

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Commenti
Inviato: 20/10/2014 10:50  Aggiornato: 20/10/2014 10:50
Autore: fulmini

Nella parte oggi pubblicata del testo, Riccardo Perra così descrive i due approcci fondamentali della psicoanalisi:

“In relazione al ruolo attribuito da ciascuna teoria alle relazioni oggettuali è possibile individuare due approcci fondamentali:
• L’approccio pulsionale considera le pulsioni, in particolare quelle sessuali ed aggressive, come il movente principale dell’agire umano. Le relazioni sono solo un mezzo, sebbene importante, con cui è possibile “scaricare” le pulsioni su oggetti. La psicopatologia viene spiegata dalla mancata soddisfazione delle pulsioni causata da conflitti con le norme sociali.
• L’approccio relazionale considera invece prioritaria l’esigenza di stabilire relazioni umane soddisfacenti. Le pulsioni sono una modalità con cui viene raggiunto questo obiettivo. La psicopatologia è l’esito dell’impossibilità di stabilire relazioni interpersonali emotivamente appaganti.
Ciò che una teoria considera come mezzo, l’altra lo considera come fine.”

Bene. Secondo Ricardo Perra, e altri studiosi della psicoanalisi, questi due approcci (rispettivamente di Freud e di Sullivan) sono compatibili nel quadro concettuale della psicoanalisi.

Secondo me, invece, gli studiosi della psicoanalisi si contentano di troppo poco. Li invito a trarre tutte le conseguenze dalla situazione di crisi teorica che questa dualità segnala, a rimboccarsi le maniche del cervello e le vene del cuore e costruire una nuova teoria psicologica comprensiva dei due approcci e ad entrambi scientificamente superiore.

Pasquale Misuraca