Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Il legame oggettuale (2) - iLibrieleNotti - Rubriche : Fulmini e Saette
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iLibrieleNotti : Il legame oggettuale (2)
di fulmini , Sun 19 October 2014 4:00
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1 IL LEGAME OGGETTUALE. GENERALITA’.

Il legame oggettuale è un costrutto che rende possibile formulare ipotesi sul funzionamento mentale e sulla interazione dell’individuo con l’ambiente. Il legame oggettuale presuppone l’esistenza del concetto di rappresentazione mentale, che consente di spiegare quei comportamenti dell’essere umano non immediatamente riconducibili alla sola esperienza percettiva presente.

Il legame oggettuale è dunque una rappresentazione mentale, ma non tutte le rappresentazioni mentali danno luogo a legami oggettuali. E’ la forte connotazione affettiva associata alla rappresentazione che la rende rilevante nel funzionamento psichico in quanto favorisce la codifica dell’esperienza nella rappresentazione che, una volta assimilata, diventa la base di ulteriori acquisizioni.

Come dimostrato dagli esperimenti di Bower (citato in Stern [1987] p.246) sulla rievocazione di eventi passati, lo stato di attivazione emozionale risulta favorire il ricordo, e quindi la fissazione della relativa rappresentazione. La concordanza dello stato emozionale del soggetto nelle fasi di memorizzazione e di rievocazione risulta, inoltre, essere una condizione facilitante il ricordo.

L’esistenza di una motivazione, osserva Lichtemberg ([1995] p.8), è strettamente legata all’esperienza vissuta, in quanto essa “...ha a che fare con il modo con cui noi esseri umani consciamente o inconsciamente cerchiamo di appagare i nostri bisogni e desideri andando alla ricerca negli eventi potenziali, di affetti che ci segnalano quell’appagamento esperienziale.”

Spinti da un bisogno, seguiamo dei comportamenti istintivi o cerchiamo di adattare le sequenze comportamentali già sperimentate con successo nel passato, in quanto associate a sentimenti di soddisfazione.

Il legame affettivo riferito ad un oggetto può dunque richiamare un pattern comportamentale, anche assai complesso, potendo interiorizzare anche le relazioni intercorrenti tra gli oggetti, nonché i legami stabiliti dal soggetto con essi.
In base questi assunti iniziali, il potenziale esplicativo del concetto di rappresentazione e la considerazione della sua valenza emozionale nel legame oggettuale, ci consentono di ipotizzare la costruzione di un vero e proprio microcosmo interno che riproduce, in miniatura, tutta la realtà esterna.

Così come una mappa geografica ci consente di orientarci nel territorio, la nostra rappresentazione interna della realtà ci fornisce i necessari riferimenti per vivere. Tuttavia, la mappa non è il territorio, cosicché il nostro mondo di rappresentazioni non sarà l’esatta immagine della realtà esterna, se tale immagine esiste. Se poi consideriamo la soggettività del sentimento che accompagna inevitabilmente ogni rappresentazione, ci rendiamo conto che non è neanche possibile definire in maniera univoca un criterio con cui valutare gli errori commessi nella costruzione del nostro microcosmo interno.

E’ comunque in base ad esso che noi interpretiamo la realtà e produciamo le nostre risposte comportamentali, ed è probabilmente a causa della sua inadeguatezza che vengono sperimentati i disturbi mentali e la psicopatologia.

In quest’ottica le rappresentazioni sembrano svolgere nel sistema mentale lo stesso ruolo che svolge la moneta in un sistema economico. E’ proprio grazie alla capacità di simbolizzazione che l’essere umano ha conseguito un vantaggio evolutivo rispetto alle altre specie, permettendo lo sviluppo delle funzioni cognitive superiori e la costruzione dei complessi sistemi motivazionali, attraverso i quali interagisce continuamente con gli altri e con l’ambiente.
Per la mente umana, lavorare con le rappresentazioni anziché con le immagini degli oggetti reali ha rappresentato una considerevole economia di risorse, per il fatto di trattare con intere classi di oggetti in luogo dei singoli esemplari.

Oltre all’uso della singola rappresentazione, è inoltre risultata agevole la possibilità di aggregare le rappresentazioni in uno spazio-tempo interno, svincolato da quello esterno, in modo da poterne disporre liberamente per realizzare ogni tipo di astrazione, quali fantasie, progetti, programmi, simulazioni, previsioni, aspettative, etc., pur nella consapevolezza da parte dell’individuo, che la dimensione interiore astratta è distinta, anche se parallela, a quella della realtà.

La dualità tra realtà esterna e fantasia fu rilevata sin dall’inizio della speculazione psicoanalitica quando Freud cominciò inizialmente a cercare l’origine dei disturbi mentali nelle esperienze vissute dai suoi pazienti, per poi constatare che le loro fantasie avevano un valore esplicativo assai più rilevante degli eventi realmente accaduti. Con l’abbandono della teoria della seduzione, l’indagine del mondo fantastico dell’essere umano divenne così una caratteristica dominante della speculazione psicoanalitica che influenzò potentemente il pensiero degli autori che lo seguirono, tra cui M.Klein e M.Mahler. Le rappresentazioni interne ancorate a motivazioni pulsionali erano concepite come predominanti rispetto alle rappresentazioni ancorate alla percezione della realtà esterna. La realtà era relegata sullo sfondo, mentre la figura era costituita dalle dinamiche pulsionali dell’individuo. Una barriera agli stimoli proteggeva il neonato da stati di eccitazione intollerabili, un guscio protettivo nel quale il bambino poteva condurre un’esistenza simbiotica con la madre ed allestire le proprie strutture del sé (fase autistica “normale” della Mahler).

Con la separazione-individuazione dalla madre, il bambino conquistava progressivamente un’autonomia affettiva, attraverso lo sviluppo dell’io diveniva in grado di soddisfare le sue pulsioni e risolvere i suoi conflitti interiori, acquisiva, in altre parole, la capacità di autoregolare i propri affetti.
La realtà venne reintrodotta nel pensiero freudiano solo tardivamente, gettando comunque le basi per lo sviluppo della psicologia dell’IO e, successivamente, della teoria delle relazioni oggettuali.
Con il riconoscimento della rilevanza dell’ambiente affettivo di sviluppo dell’individuo, si assunse che le primissime relazioni con il caregiver venissero introiettate per costituire dei modelli di relazione inconsci, utilizzati successivamente dall’individuo per tutto il corso della vita.

Il concetto di modello operativo interno elaborato da J.Bowlby potrebbe essere considerato come un particolare tipo di sistema motivazionale in cui il bisogno fondamentale è la ricerca di sicurezza e di protezione, che si concretizza nei comportamenti di attaccamento.

Bowlby elaborò la sua teoria dell’attaccamento a seguito delle ricerche da lui svolte negli anni ’50 per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla salute mentale dei bambini senza famiglia, nonché dopo aver elaborato una considerevole documentazione sperimentale sulla valenza evolutiva delle risposte emozionali istintive alla separazione dal caregiver.
L’interesse per l’approccio teorico di Bowlby risiede nel fatto di evidenziare come su una base emozionale istintiva, quale la risposta ansiosa del bambino alla separazione dalla figura di attaccamento, sia possibile costruire una complessa gerarchia di sistemi funzionali in grado di guidare il comportamento dell’individuo. Nel seguito verranno approfondite le implicazioni del suo approccio dal punto di vista dei modelli di rappresentazione delle relazioni.

Un’altra ipotesi di interiorizzazione di relazioni a valenza affettiva è stata proposta da D.Stern che ha introdotto il concetto di “rappresentazioni interne generalizzate” (RIG), egli fornisce anche un modello di sviluppo del Sé che evidenzia come l’acquisizione di nuove funzionalità accompagni costantemente l’evoluzione della sua struttura, in un processo di causalità circolare.

La concettualizzazione dell’attività psichica in termini di rappresentazioni interne presuppone infatti l’esistenza di un soggetto osservante, il Sé, che si costituisce solo progressivamente nel corso della primissima infanzia. In tale periodo le rappresentazioni interne dovranno assumere una consistenza diversa da quella che è possibile osservare nell’adulto, in relazione anche alla diversa organizzazione psicofisiologica dell’organismo.
Osserva Lichtenberg ([1995] p.10): “Dobbiamo cioè cercare un modo di concettualizzare le motivazioni che si adatti sia alla vita psichica del bambino, nella fase che precede la rappresentazione simbolica, sia alla vita psichica del bambino che comincia a muovere i primi passi, del bambino più grande e dell’adulto che usa la rappresentazione simbolica.”

Lichtemberg ipotizza l’esistenza di sistemi motivazionali-funzionali in grado di governare i processi con cui l’individuo percepisce stimoli e sperimenta affetti, p.es. “Quando a un bambino leggermente assopito viene presentato un sonaglio, la possibilità di afferrare, guardare, sentire e mettere in bocca può mettere in moto una potente motivazione esplorativo-assertiva. Il potenziale funzionamento può accendere una scintilla che dà fuoco ad altri elementi motivazionali sorprendentemente irresistibili. In ogni sistema gli affetti ricoprono un ruolo fondamentale amplificando le esperienze motivazionali nel loro dispiegarsi, fornendo obiettivi esperienziali alle mete motivazionali.” (ibid. p.13)

Il ruolo modulatore svolto dalle emozioni, sin dalle primissime interazioni madre bambino, è stato sottolineato da Trevarthen (in Ammaniti, Dazzi 1990), secondo il quale il neonato risulta dotato di un corredo di abilità base nell'esprimere e nel riconoscere le emozioni nell'ambito della relazione con il caregiver, che lo rende in grado di relazionarsi efficacemente. L'empatia, in tale relazione, corrisponde alla complementarità delle emozioni della madre con quelle del neonato, e trova conferma nelle aspettative di relazione del neonato che, se frustrate, determinano ben definite reazioni di scompenso emotivo.
Attraverso una buona relazione empatica, la madre stabilisce con il proprio bambino una forma di “protoconversazione”, estremamente intensa e fonte di grande soddisfazione per entrambi i partecipanti, attraverso la quale vengono trasmessi modelli di reazione agli stimoli, che verranno assimilati dal bambino e costituiranno la base delle sue funzioni di autoregolazione psicofisiologica.

Le competenze e le abilità progressivamente apprese nel corso dello sviluppo, corrispondono a rappresentazioni interne che devono tuttavia organizzarsi, componendosi in modo coerente e reciprocamente compatibile.
Seguendo l’approccio psicofisiologico integrato (V.Ruggieri [1988], [2011]) verrà esaminato sia il ruolo svolto dalle rappresentazioni interne in termini di sistemi funzionali che concorrono ad elaborare tutte le risposte comportamentali dell’organismo, sia la funzione di integrazione svolta dall’IO nel conferire quella unità e coerenza spazio-temporale che permette lo sviluppo della soggettività e dell’identità.

Riccardo Perra vedi Il Legame Oggettuale (1)

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Commenti
Inviato: 19/10/2014 5:17  Aggiornato: 19/10/2014 6:02
Autore: fulmini

“Così come una mappa geografica ci consente di orientarci nel territorio, la nostra rappresentazione interna della realtà ci fornisce i necessari riferimenti per vivere. Tuttavia, la mappa non è il territorio, cosicché il nostro mondo di rappresentazioni non sarà l’esatta immagine della realtà esterna, se tale immagine esiste. Se poi consideriamo la soggettività del sentimento che accompagna inevitabilmente ogni rappresentazione, ci rendiamo conto che non è neanche possibile definire in maniera univoca un criterio con cui valutare gli errori commessi nella costruzione del nostro microcosmo interno.”

Ecco una questione fondamentale, interessante per tutti, e non soltanto per gli psicologi di professione: esiste una esatta immagine della realtà esterna? Formuliamo la domanda in maniera più generale: il mondo esterno esiste obiettivamente?

La questione è filosofica, è complessa, non la affronteremo qui a fondo. Possiamo però sgombrare il campo da qualche mala impostazione. Come? Leggendo una nota dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, che lo scienziato e filosofo italiano inscrive in un gruppo di Osservazioni e note critiche su un tentativo di «Saggio popolare di sociologia» di Nikolaj Bucharin, un testo fondamentale della sociologia marxista.

§17 La così detta «realtà del mondo esterno».
Tutta la polemica contro la concezione soggettivistica della realtà, con la quistione «terribile» della «realtà oggettiva del mondo esterno», è male impostata, peggio condotta e in gran parte futile e oziosa (mi riferisco anche alla memoria presentata al Congresso di storia delle scienze, tenuto a Londra nel giugno luglio 1931). Dal punto di vista di un «saggio popolare» tutta la trattazione risponde più a un prurito di pedanteria intellettuale che ad una necessità logica. Il pubblico popolare non crede neanche che si possa porre un tale problema, se il mondo esterno esista obbiettivamente. Basta enunziare così il problema per sentire un irrefrenabile e gargantuesco scoppio di ilarità. Il pubblico «crede» che il mondo esterno sia obbiettivamente reale, ma qui appunto nasce la quistione: qual è l’origine di questa «credenza» e quale valore critico ha «obbiettivamente»? Infatti questa credenza è di origine religiosa anche se chi vi partecipa è religiosamente indifferente. Poiché tutte le religioni hanno insegnato e insegnano che il mondo, la natura, l’universo è stato creato da dio prima della creazione dell’uomo e quindi l’uomo ha trovato il mondo già bell’e pronto, catalogato e definito una volta per sempre, questa credenza è diventata un dato ferreo del «senso comune» e vive con la stessa saldezza anche se il sentimento religioso è spento o sopito. Ecco allora che fondarsi su questa esperienza del senso comune per distruggere con la «comicità» la concezione soggettivistica ha un significato piuttosto «reazionario», di ritorno implicito al sentimento religioso; infatti gli scrittori o gli oratori cattolici ricorrono allo stesso mezzo per ottenere lo stesso effetto di ridicolo corrosivo.

Adesso che l’abbiamo letta, la nota intera, rileggiamo il seguente passo:

“Il pubblico «crede» che il mondo esterno sia obbiettivamente reale, ma qui appunto nasce la quistione: qual è l’origine di questa «credenza» e quale valore critico ha «obbiettivamente»? Infatti questa credenza è di origine religiosa anche se chi vi partecipa è religiosamente indifferente. Poiché tutte le religioni hanno insegnato e insegnano che il mondo, la natura, l’universo è stato creato da dio prima della creazione dell’uomo e quindi l’uomo ha trovato il mondo già bell’e pronto, catalogato e definito una volta per sempre, questa credenza è diventata un dato ferreo del «senso comune» e vive con la stessa saldezza anche se il sentimento religioso è spento o sopito.”

E domandiamoci: siamo consapevoli del fatto che la comune credenza di una esistenza obiettiva del mondo esterno è radicata in una visione religiosa del mondo e della vita?
Naturalmente, dopo esserci liberati dalla stretta di questo ingenuo oggettivismo, non per questo dobbiamo abbracciare un ingenuo soggettivismo. La questione è complessa, abbiamo anticipato – ma il campo, intanto, è liberato da qualche erbaccia.

Pasquale Misuraca

*

Il lettore e la lettrice che vogliano approfondire la conoscenza della critica di Gramsci al Saggio popolate di sociologia marxista possono leggere due parti specifiche di un libro che ha per titolo LA TRAVERSATA, che ho scritto con Luis Razeto:

http://luisrazeto.net/content/parte-prima-i-la-critica-delle-sociologie-capitolo-1-il-soggetto-della-critica

http://luisrazeto.net/content/capitolo-2-la-sociologia-come-%E2%80%98tendenza-deteriore%E2%80%99-del-marxismo