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briciole musicali : Sentire la Musica
di venises , Fri 17 October 2014 5:00
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Eseguire una musica significa interpretarla.
Interpretare vuol dire capire le intenzioni, le emozioni dell’autore sino ad immedesimarsi in quello.
Non sempre riesce.
Non sempre l’esecutore « sente » la musica.
Due fra i massimi esecutori di musica barocca a confronto, nell’esecuzione della medesima cantata.




Dieterich Buxtehude (1637-1707) : Heut Triumphieret Gottes Sohn, BuxWV43
nell’esecuzione di René Jacobs





Dieterich Buxtehude (1637-1707) : Heut Triumphieret Gottes Sohn, BuxWV43
nell’esecuzione di Ton Koopman


Uno dei due conduttori ritiene che la cantata in questione non sia opera di Buxtehude (non si ha la certezza che lo sia, in effetti).
La ragione? Considera la struttura della cantata troppo elementare (intende « banale » anche se ha la carità di non spingersi sino a pronunciare il termine fatale) per essere opera di un gigante quale Buxtehude.

Ascoltando le due esecuzioni, si ha l'impressione che uno dei due direttori esegua la musica perché quello è il suo mestiere, e perché quindi non può certo ignorarla in una raccolta completa delle opere di Buxtehude (se è infatti non dimostrato che la cantata sia di Buxtehude, è pur sempre molto molto probabile che lo sia) ma che lo faccia senza convinzione.
A vostro giudizio, al solo ascolto, è vero che uno dei due grandi esecutori « non sente » la musica? Quale dei due1 ?




Testo della cantata di Buxtehude BuxWV43 (prima parte)
Testo della cantata di Buxtehude BuxWV43 (seconda parte)





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1 L'altro ha a disposizione Maria Cristina Kiehr: bella forza! Così siamo capaci pure a noi ad entusiasmarci per qualsiasi musica di qualunque autore!




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Commenti
Inviato: 17/10/2014 6:04  Aggiornato: 17/10/2014 6:04
Autore: fulmini

Approfondimento intorno al 'sentire', attraverso la lettura di una nota dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, utile al sentimento-comprensione-intendimento della questione musicale, e anche della questione politica. Chi ha orecchi per intendere intenda.

Passaggio dal sapere, al comprendere, al sentire, e viceversa, dal sentire al comprendere, al sapere. L’elemento popolare “sente”, ma non sempre comprende o sa; l’elemento intellettuale “sa”, ma non sempre comprende e specialmente “sente”. I due estremi sono pertanto la pedanteria e il filisteismo da una parte e la passione cieca e il settarismo dall’altra. Non che il pedante non possa essere appassionato, anzi; la pedanteria appassionata è altrettanto ridicola e pericolosa che il settarismo e la demagogia piú sfrenati. L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere senza comprendere e specialmente senza sentire ed esser appassionato (non solo del sapere in sé, ma per l’oggetto del sapere) cioè che l’intellettuale possa essere tale (e non un puro pedante) se distinto e staccato dal popolo-nazione, cioè senza sentire le passioni elementari del popolo, comprendendole e quindi spiegandole e giustificandole nella determinata situazione storica, e collegandole dialetticamente alle leggi della storia, a una superiore concezione del mondo, scientificamente e coerentemente elaborata, il “sapere”; non si fa politica-storia senza questa passione, cioè senza questa connessione sentimentale tra intellettuali e popolo-nazione. In assenza di tale nesso i rapporti dell’intellettuale col popolo-nazione sono o si riducono a rapporto di ordine puramente burocratico, formale; gli intellettuali diventano una casta o un sacerdozio (cosí detto centralismo organico).
Se il rapporto tra intellettuali e popolo-nazione, tra dirigenti e diretti – tra governanti e governati – è dato da una adesione organica in cui il sentimento-passione diventa comprensione e quindi sapere (non meccanicamente, ma in modo vivente), solo allora il rapporto è di rappresentanza, e avviene lo scambio di elementi individuali tra governati e governanti, tra diretti e dirigenti, cioè si realizza la vita di insieme che solo è la forza sociale; si crea il “blocco storico”.
Inviato: 17/10/2014 12:48  Aggiornato: 17/10/2014 12:48
Autore: venises

Grande commento.
Non potremmo essere più d'accordo.
Inviato: 19/10/2014 9:40  Aggiornato: 19/10/2014 9:40
Autore: venises

Egregio Autore,
Le faccio notare che Lei ha usato in modo figurato un’espressione (« sentire ») che però va intesa in senso letterale, riferendosi essa ad una musica, a dei suoni (sentire).
Un oltraggio a qualsiasi galateo della scrittura.
Si precipiti al tutto correggere!

Inviato: 19/10/2014 23:10  Aggiornato: 19/10/2014 23:10
Autore: venises

Distinto Lettore,
non siamo affatto d’accordo col Suo modo di vedere (nel senso letterale) la cosa (nel senso figurato).
Infatti ‘sentire’ è espressione che si riferisce ad un qualsiasi senso (senso = sentire) in modo affatto generico, all’udito non più che al tatto.
Quello che Lei sostiene sarebbe stato pertinente se avessimo fatto uso del verbo ‘udire’ in modo figurato (che però non darsi).
È pertanto possibile utilizzare il verbo ‘sentire’ in modo figurato parlando di un oggetto (in senso figurato) uditivo. Perché relazione letterale non darsi.
Infatti una musica non si sente: o si ode (in assenza d’intenzione) o s’ascolta (quando si vuole indicare che c’è intenzione).
« Sentire » una musica indica che - oltre che l’intenzione - c’è l’attenzione.
Sentire una musica (senza « ») è scorretto e usare non devesi.
Vale.

Inviato: 20/10/2014 6:17  Aggiornato: 20/10/2014 6:28
Autore: fulmini

Amore e grammatica. Caro o cara, autore o lettore che tu sia, tieni-a-mente-e-nel-cuore questa considerazione: "La gelosia ha da entrar nell'amore, come nelle vivande la noce moscata. Ci ha da essere, ma non si ha da sentire." (Francesco Algarotti) Ci senti da quest'orecchio?