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racconti di poche parole : Vermouth
di fulmini , Sat 12 April 2014 6:00
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Antonio Italiano architetto affabulatore mi racconta di una novantenne delle terre umbre che viveva in beata solitudine, autonoma, leggendo i libri che amava, cucinando i cibi che desiderava, e sorseggiando ogni pomeriggio un bicchierino di vermouth. Finché i parenti decisero che stava troppo sola, era troppo anziana, troppo indipendente, in una parola era troppo.
Così la sistemarono in una casa di suore, le quali fin dal primo pomeriggio le negarono il vermouth che per carità faceva male alla sua età, e progressivamente disciplinarono le sue letture, la sua alimentazione, i suoi orari, in una parola tutto. Di fronte alla prospettiva di una vita sociale, salubre, castigata, astemia, la novantenne non aspettò i cento e morì.

Pasquale Misuraca, Storie di poche parole.

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Commenti
Inviato: 19/5/2015 8:13  Aggiornato: 19/5/2015 8:13
Autore: fulmini

Ricevo da Antonio (Italiano) una email-commento al racconto di un racconto. La condivido con i lettori del sito-rivista.

Caro Pasquale,

Ho letto il tuo Vermouth, mi ha riportato alla mente la nonna di Francesco, con la quale ho condiviso un'ora di un pomeriggio di almeno venti anni fa.

Il fascino della storia della nonna del Montefeltro sta tutta nell'età in cui fu accompagnata dalle suore. Non a novant'anni (come hai scritto) ma a cento! E non volle aspettare i centouno, nemmeno per quei due mesi che sarebbero passati presto, anche senza vermouth.

Purtroppo non ne rammento più il nome, ma la crocchia dei capelli, il minuto viso sereno e la sua sagoma curva si. Ricordo bene il cumulo di cose da leggere che mi mostrò, a testimonianza dell'ottimismo che riponeva nella durata del futuro, che le minestre calde e i bicchierini di vermouth le garantivano.
Gli occhiali, riparati mille volte da qualcuno, erano belli, segnavano il tempo trascorso con precisione assoluta. Certo, a volte, dopo la minestra, si dimenticava di spegnere la fiamma del fornello. Oppure non ricordava il nome del giorno più recente della sua lunga vita. La sua libertà era resa possibile da qualcuno che, oltre ad aggiustarle gli occhiali, la riforniva del poco cibo che le occorreva, di una bottiglia di vermouth ogni quattro mesi e di qualche medicina, che tanto dimenticava di prendere, senza per questo essere mai morta. Ma i parenti, della sua palese immortalità si preoccupavano assai, come a dire che a cento anni, quasi centouno, con la vita spericolata che faceva, sicuramente rischiava di finire prematuramente i suoi giorni. Trovarono la soluzione.

Era la nonna di Francesco, con lui andai in Montefeltro e la conobbi, in quell'ora mi raccontò i suoi primi venti anni, i suoi trenta di matrimonio ed i cinquanta di vedovanza portati dalla guerra. Ne fui affascinato, incantato quando mi disse che dopo il riposo che seguiva la minestra del giorno, sempre alle tre del pomeriggio, si accingeva alle sue letture, bevendo un bicchierino di vermouth che le dava energia ed umore buono. Dopo qualche mese Francesco mi disse dell'epilogo che tu conosci. Davvero restai con nessuna parola.

Era lei l'affabulatrice.