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racconti di poche parole : I diavoli del Meridione (11)
di fulmini , Tue 8 October 2013 6:00
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Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

11. Anna.

Anna, nonna Anna, anche lei era un diavolo, un buon diavolo però.

Tanto nonna Ciccina, la madre di mio padre, era iperbolicamente cattiva come soltanto i veri diavoli vogliono essere, tanto nonna Anna madre di mia madre era iperbolicamente buona – come solo i buoni diavoli sanno essere. Sì, lo so, ‘buon diavolo’ è un ossimoro – l’unione di due termini contraddittori-, ma chi non ha visto almeno una volta nella vita un ossimoro vivente (magari guardandosi allo specchio)?

Che fosse un diavolo, buono ma diavolo, nonna Anna, lo si intuiva dal suo respiro sibilante e fischiante.

Anna Lo Giudice rimase vedova giovane e morì prima d’invecchiare, di asma. Contrasse la malattia di colpo, una mattina di novembre degli anni venti del Novecento. Erano trascorsi dieci anni dalla morte di Giuseppe Marra, il marito della gioventù, e i familiari tutti erano al cimitero per assistere all’esumazione della salma. Lei no, non voleva vedere. Così, stava affacciata alla terrazza pergolata della casa all’Eremo, la collina puntuta che domina tutta Reggio Calabria, e anche il cimitero -distante dalla casa vuota un tiro di fucile. Nel momento in cui aprirono la cassa lei vide – disse poi - “comu na fumata” salire al cielo. Giuseppe era morto per le tante ferite della Grande Guerra, per cominciare a seguirlo ad Anna bastò una ferita sola, lunga “quantu nu tiru di dubotti”.

Che fosse un buon diavolo, nonna Anna, io lo capivo dal suo passo a volte rumorosissimo.

Si distendeva su un traliccio di canne, sulla terrazza pergolata, una meravigliosa vite di zibibbo piantata da Giuseppe, che veniva su dal piano terra con un tronco forte e torto come una colonna del baldacchino del Bernini in San Pietro. Ogni agosto degli anni della mia infanzia ne rubavo i chicchi più saporiti e più grossi, arrampicato pericolosamente su una scaletta incerta per meglio spennare gli enormi grappoli dorati. Lei che era gelosissima dello zibibbo, lo sapeva e mi lasciava fare. Quando doveva proprio salire al piano di sopra, immaginandomi in bilico sulla scaletta ballerina, faceva un baccano del diavolo calcando i passi sullo scalone interno di legno pieno. Per avvertirmi, per non spaventarmi comparendo improvvisamente.

Avevo tutto il tempo di scendere, nascondere la scala del Paradiso, correrle incontro, abbracciarla e solleticarla. Sibilando e fischiando lei rideva e pregava: “Non mi fari rririri, Peppinuzzu, non mi fari rririri”, nonna Anna.



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