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agathotopia : Giustino decise di tornare
di unviaggiatore , Mon 7 January 2008 1:50
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Giustino era emigrato in Australia all'età di ventitré anni.

Aveva fatto fortuna e si era sposato. Rimasto vedovo, senza figli aveva deciso di tornare a Genova, la sua città.

Comprò un appartamento nello stesso quartiere dove aveva vissuto, ritrovò i vecchi amici, erano tutti figli di operai nati e vissuti in quel quartiere, mancava solo Carlo, era morto qualche anno prima, lui era stato il suo amico migliore.

Parlavano dei loro ricordi giovanili, avevano ricordato il soprannome di Giustino, U caputtun, il cappottone, e avevano riso, quando era bambino, sua madre gli aveva comprato un cappotto di una misura molto più grande perchè doveva durare negli anni.

Un giorno Roberto, erano soli al club dei pensionati, gli aveva ricordato che una volta lui si era comportato male con un certo Gianni, glielo aveva detto sorridendo, senza aria di rimprovero, un ricordo come tanti.


Lui ci era rimasto molto male, non aveva mai dimenticato quell'errore ma non ci aveva dato molto peso, non lo sapeva nessuno. Ora era dispiaciuto che anche loro sapessero, non pensava che loro conoscessero quel ragazzo. Lo aveva confessato solo a Carlo, solo lui poteva averlo detto, non se lo sarebbe mai aspettato.

Ma allora perchè non glielo avevano detto subito, perchè ora Roberto gli ricordava una cosa così lontana nel tempo? Loro non avevano mai sbagliato? Era una scorrettezza, si sentiva offeso.

Aveva negato tutto, loro non avevano capito niente, aveva avuto uno scatto di collera e, cercando di spiegare, si era contraddetto più di una volta.

I suoi amici volevano solo che lui fosse sincero con loro. Avevano ripreso quel discorso, non era importante quello che era successo, per loro era importante la sua sincerità e lui cambiava la versione dei fatti ogni volta. Non si erano visti per molti anni ma per loro Giustino era rimasto l'amico di un tempo.

Lui di fronte ad una accusa ingiusta non si sarebbe mai arrabbiato, ne avrebbe discusso. Ora lentamente cambiava.

Il suo comportamento era diventato incomprensibile, si era chiuso in se stesso e vedeva gli amici sempre meno, non andava più tutti i giorni al club dei pensionati.

A volte si lasciava scappare una parola, qualcosa che voleva nascondere, una parola che forse nessuno aveva notato, allora nella paura di essere scoperto la ridiceva spiegando goffamente, quindi facendola notare.

Dava strane spiegazioni che solo a chi vuol nascondere qualcosa può venire in mente di dare.

Si infastidiva se qualcuno riusciva a fare quello che non riusciva a fare lui. Era diventato insicuro e nascondeva la sua insicurezza facendo credere che quelle cose non lo interessavano.

Ancora una volta Roberto riprese quel discorso solo per spiegare che lui non voleva certo rimproverarlo, litigarono e in un momento di rabbia Roberto lo accusò di qualcosa che non pensava.

Lui ne fu felice, poteva dimostrare che su quel punto sbagliava e quindi poteva sbagliare su tutto, da quel momento se ne avesse ancora parlato avrebbe insistito sull'errore dell'amico, sapeva che lui non pensava quello che aveva detto ma fece finta di crederci.

E poi, certo lui aveva sbagliato, ma non fino in fondo, certo suo malgrado, ma non era riuscito nel suo intento, quindi di quale colpa parlavano?

Andava a mangiare sempre nella stessa trattoria, per mesi il suo tavolo era stato quello vicino alla finestra, ora aveva deciso di cambiare e si sedeva al tavolo in fondo, nell'angolo. Lì era tranquillo, poteva guardare tutti di fronte o alle spalle, nessuno poteva guardarlo senza essere visto.

Riusciva a gustarsi in tutta tranquillità un piatto di minestrone col pesto alla genovese, proprio come lo faceva sua madre.


[I NOSTRI INVIATI – 53 - Khútspe, Genova, Pensionati al campo da bocce di Salita Oregina, 2007]

Un viaggiatore

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