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racconti di poche parole : Diavoli del Meridione (7)
di fulmini , Sun 5 May 2013 6:00
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Fino ai diciotto anni ho vissuto in Calabria, un paradiso abitato da diavoli.

7. U signurinu

Restituisco ai contadini confinanti l’asino stremato e corro a casa.

Non incontro nessuno dei miei familiari, non cerco nessuno. Mentre afferro e carico la carabina ad aria compressa e intasco due pugni di piombini, mi risuona in testa: ‘u signurinu’. In quanto figlio di ‘signori’, don Lucrezio cinofilo e donna Antonia professoressa, per i coetanei conosciuti e sconosciuti delle campagne orientali di Siderno ero ‘u signurinu’. L’epiteto era un misto di irrisione (il ragazzo che studia e studia, delicato come una signorina) e invidia (uno destinato a diventare signore, di quelli che comandano). I figli indiavolati di quelli che obbediscono avevano assalito con le fionde 'u signurinu'.

Corro verso il vallone dell’agguato subíto pensando “Ora vi mostro io cos’è un signorino”.

Arrivo ai bordi della sua timpa occidentale e osservo i coetanei dall’alto del precipizio: ridono e giocano eccitati sotto il Sole, intorno alla polla dell’acqua sorgente. Scendendo i tornanti del viottolo che si torce sul fianco del vallone comincio a sparare. Il primo coetaneo, colpito, grida, carico un altro piombino, miro, sparo un altro, urla, ricarico, un terzo tenta di caricare la fionda ma i piombini fischiano e rinuncia, sparo alle gambe, alle mani, alle teste quando sono girate, non sparo in faccia, e gli indiani schizzano via confusi e impauriti, e risalgono l’altra timpa, l’orientale, dalla quale erano calati tirando con le fionde. Avanzo, sparo ancora, ancora. “Ecco cos’è un signorino!”

Ma non finisce così, a caldo, la mia reazione furibonda.

Due giorni dopo, terminate le lezioni – sto frequentando la quinta elementare a Siderno - torno a piedi verso casa, e sulla strada tra il paese e l’entroterra vedo da lontano un coetaneo in bicicletta, una mano sul manubrio e l’altra a reggere una bottiglia di birra piena di vino comprato sfuso in qualche bottega. Mi pare di conoscerlo, anzi di riconoscerlo, sì, è uno dei ragazzi che mi hanno assalito con le fionde nel vallone! S’avvicina, trasale, prova ad accelerare, a schivarmi, ma nel momento in cui mi passa a fianco, artiglio la bicicletta dal manubrio e dal sellino e la scaravento lui compreso sul selciato. Il ragazzo riverso, il ginocchio sbucciato, gli occhi neri che m’inquadrano sbarrati, i vetri della bottiglia rotta, la larga macchia del vino sull’asfalto.

Sembravo indiavolato. Ero indiavolato. Sono dovuto andare via da quel paradiso, per non rimanere diavolo tra i diavoli.

{Questo è il settimo racconto del libro a puntate 'Diavoli del Meridione'. L'intero lo trovi QUI }


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