Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Ademocratismo - leOpereeiGiorni - Rubriche : Fulmini e Saette
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leOpereeiGiorni : Ademocratismo
di orlandolentini , Tue 12 February 2013 5:00
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Democrazia e ademocratismo in Italia
Orlando Lentini

1- Democratizzare
Quando si parla di democrazia italiana si usano espressioni come democrazia incompiuta, democrazia malata, democrazia importata, democrazia speciale, democrazia frenata, e altri modi di mettere in evidenza i limiti della democratizzazione del paese, se confrontata con altre più compiute o ‘evolute’ forme di organizzazione dell’autogoverno dei cittadini.
Come sappiamo, nella condizione dell’Italia vi sono diverse decine di altri stati, anche aderenti all’ONU, e in alcuni di essi la ‘democrazia’ lascia davvero molto a desiderare. Le democrazie sorgono per soddisfare domande di autogoverno e di rappresentanza degli interessi materiali e ideali, e queste domande, ’storicamente determinate’, si strutturano attraverso fasi successive di organizzazione, diverse da contesto a contesto, anche se dotate di una dinamica di espansione delle libertà e dei diritti che le fa apparire simili in luoghi ed epoche diversi.

Naturalmente, è bene precisare che non esistono democrazie ‘perfette’. Vi sono molte versioni, molte interpretazioni, molti modelli, ma non casi esemplari traducibili in modelli unici . Se per democrazia si intende l’organizzazione della rappresentanza in funzione dell’autogoverno dei cittadini, come è ad esempio il caso dei paradigmatici Federalist Papers, non solo abbiamo diversi casi, ma quasi certamente ne avremo di nuovi, come adattamenti locali della prospettiva liberal. Si tratterebbe dunque di sviluppi politici ‘ineguali e combinati’, parafrasando Trotsky (Knei-Paz, 1980, 149).

Quindi, anche il caso italiano va considerato come un adattamento locale a modelli disponibili, con l’aggiunta di innovazioni parziali o anche rilevanti, che ne definiscono efficacia e limiti. Istituzionalizzazione, funzionamento e pratica della democrazia sono inoltre soggetti all’interpretazione, secondo il weberiano senso intenzionato dell’agire, che i cittadini ogni giorno ne danno.


Questo vale soprattutto per gli effetti perversi di reificazione, leggi ferree delle oligarchie, delle associazioni con fini particolaristici, familismo, appartenenze che includono per escludere, interessi inconfessabili, corruzione etc. Non c’è bisogno di essere funzionalisti o teorici della modernizzazione per capire che le democrazie senza universalismo nel ricambio sociale e politico sono sempre malate.

Il lato soggettivo della democrazia è il grado di interiorizzazione del complesso di norme e valori e del sistema di aspettative condiviso che rende possibile l’autogoverno. Una volta interiorizzato il modello, tuttavia, le interpretazioni possono essere svariate, e la loro adeguatezza si misura non su orientamenti di destra, sinistra o centro, ma sul rispetto delle kelseniane ‘regole del gioco’, un grado di formalismo decisamente funzionale.

Queste ‘regole del gioco’, da locali sono divenute sempre più internazionali, federali, fino a coincidere con la divisione del lavoro mondiale, che fonda con le sue interdipendenze un nuovo sistema globale di norme e valori e un potenziale sistema di aspettative condiviso. È questo il senso delle carte dei diritti, la cui ultima versione istituzionalizzata e ‘aperta’ a implementazioni è la Dichiarazione dei diritti dell’ONU. Bentham (ma anche Marx) considerava le ‘dichiarazioni’ non senso sopra i trampoli (Waldron, 1987) . Noi invece abbiamo potuto constatare la forza dei principi istituzionalizzati con tutti i loro implied powers.

2- L’Italia fra antico regime e liberalismo
Ripercorrendo la storia della democratizzazione del nostro paese, gli storici fanno risalire i primi passi di liberazione e di riconoscimento dei diritti alla rivoluzione francese, che con l’invasione napoleonica impose un nuovo modello di organizzazione sociale e politica (De Felice, 1965). Questo nuovo modello tuttavia poteva contare solo su minoranze davvero ristrette di proprietari, orientati a superare le varie versioni di assolutismo monarchico al potere nella penisola. Come nell’Inghilterra del XVII secolo, oltre un secolo e mezzo più tardi anche nell’Italia del primo Ottocento, su basi meno diffuse la libertà era privilegio di pochi ‘proprietari’, e questi inoltre potevano esercitarla solo entro i limiti stabiliti dal locale principe.

Le costituzioni strappate dai liberali e dai ‘democratici’ nel 1848, di brevissima durata, non mutavano il quadro del liberalismo monarchico affermatosi dopo la Restaurazione. Perfino lo Statuto Albertino, concesso da Carlo Alberto, manteneva per il sovrano solide prerogative che limitavano il locale liberalismo (Romanelli, 2009; Ghisalberti, 2003). Quanto alla democrazia rivoluzionaria francese, la sua imposizione in Italia era stato un caso da manuale di ‘esportazione e imposizione della democrazia’, subita dai ceti monarchici e colta però come una grande occasione da minoranze attive, più o meno giacobine.

Quindi l’Italia alla fine del Settecento viene riunita per la prima volta e insieme ‘costretta’ a forme sia pure limitate di democratizzazione, che oltre agli effetti amministrativi, di organizzazione dei codici e di sistema politico, estendevano diritti . Questo mentre sia i britannici che gli americani stavano consolidando i loro statuti liberali e/o repubblicani, e gli USA si erano già dotati del loro Bill of Rights . A metà Ottocento, il ritardo italiano in materia di diritti era di duecento anni rispetto ai britannici, e di oltre cinquant’anni rispetto a Stati Uniti e Francia.

Con l’Unità, gli statuti piemontesi divengono nazionali, la costituzione è quella concessa come Statuto Albertino, e il liberalismo è sempre sotto tutela, nonostante la cosiddetta flessibilità della costituzione concessa, che Cavour interpretò subito come un margine per l’esercizio del governo parlamentare. In sostanza, dal 1860 e fino alla caduta del fascismo, lo statuto piemontese ha fatto da riferimento istituzionale, e il sovrano sabaudo ha mantenuto quelle prerogative che gli hanno consentito perfino di licenziare il suo ultimo ‘presidente del consiglio’, Mussolini.

Si trattava di una monarchia parlamentare sostanzialmente estranea alla democrazia, nonostante il lungo cammino della Destra prima e della Sinistra Storica poi, insieme a democratici, radicali, socialisti e cattolici, verso un’interpretazione liberale dello Stato . Non vi era esplicito rifiuto della democrazia, ma lo Stato, almeno fino all’età giolittiana, era quanto meno indifferente alla democrazia e nella sostanza ademocratico. La sequenza era dunque: antidemocratico, ademocratico, democratico.

Questo spiega o può spiegare l’orientamento dei politologi italiani dell’epoca, definiti per lo più elitisti, come Turiello, Mosca, Pareto, cui si aggiunge più tardi Roberto Michels. L’elitismo fotografa la realtà di pochi governanti e di molti governati, qualunque sia la combinazione di ‘classe politica’ o la ‘circolazione delle elites’(Dahl, 1997, 364-383). Quindi, nell’Italia di fine Ottocento, liberalismo limitato, ademocratismo ed elitismo. Naturalmente l’elitismo sarà interpretato politologicamente anche con curvature democratiche, ma in Italia esso porta il segno dei limiti della maturazione liberale del paese.

La caratteristica del sistema politico italiano nella fase di vigenza dello Statuto Albertino, che cessa di essere in vigore solo dopo la seconda guerra mondiale, è di riconoscere la doppia sovranità della monarchia e del parlamento, mentre i cittadini con l’entrata nel mercato mondiale come paese industriale, rivendicano sempre più diritti, partecipazione, rappresentanza (Romanelli, 1995).

La formazione dei due partiti di massa socialista e cattolico determina la crisi del notabilato liberale, che esaurisce la sua funzione con l’ultimo Giolitti. La nuova fase politica tuttavia decolla solo dopo la prima guerra e crea un vuoto di rappresentanza colmato con la violenza e la demagogia dal fascismo. Il fascismo mantiene la finzione della doppia sovranità, svuotando però di significato la seconda, quella parlamentare, mentre il re si accontenta di fornire un alibi, ben ripagato, alla dittatura di Mussolini. Quanto ai partiti, saranno messi fuori legge per vent’anni. La ripresa di ruolo dei partiti, nel bene e nel male, segnerà tutta la prima fase repubblicana e democratica.

3- L’Italia repubblicana
Dal lato soggettivo, la debolezza della cultura politica liberale prima, e democratica in seguito, costituisce uno dei principali problemi di sociologia politica per chi voglia dare un senso alle costanti oscillazioni dell’opinione pubblica e dell’elettorato in Italia. Ciò si avverte fin dalla liberazione, quando la democrazia viene conquistata dall’antifascismo e dalla resistenza, e insieme imposta dalle forze alleate delle Nazioni Unite. Innegabile la presenza preponderante di una ‘zona grigia’ dell’opinione italiana nei confronti dell’antifascismo e della democrazia. A questo proposito è bene ricordare la frase di Winston Churchill: ‘Quando una nazione si permette di sottomettersi a un regime tirannico, essa non può essere assolta dalle colpe di cui questo regime si è reso colpevole’ .

La scelta repubblicana e la Costituzione democratica sono il portato della domanda indigena di democrazia - una domanda piuttosto elitaria – e della congiuntura liberal imposta dalla vittoria anglo-americana sugli eserciti nazifascisti.
Nonostante il percorso tormentato della democratizzazione, possiamo dire che con la Costituzione repubblicana l’Italia consegue un ordinamento politico sostanzialmente coerente con la definizione di ‘poliarchia’, che molti politologi considerano una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per il funzionamento del processo democratico.

La poliarchia implica le seguenti istituzioni: un sistema di elezione dei rappresentanti; elezioni libere e regolari; suffragio universale; diritto di presentarsi alle elezioni; libertà di espressione; informazione alternativa; libertà di associazione (Dahl, 1997, 306-307). Si tratta di componenti indispensabili di un ordinamento democratico, che nella particolare configurazione italiana verranno interpretate secondo lo spirito del luogo, ma anche del tempo. Si configurano subito diverse ‘democrazie’: quella dei ‘cristiani’, quella dei social comunisti (di ascendenza sovietica), quella delle forze repubblicane, azioniste più o meno radicali e quella dei liberali .

La confluenza di queste diverse ‘democrazie’, ognuna col suo bagaglio di valori e di interessi, ha comunque prodotto il nostro specifico ‘ordine politico democratico’ venato di istanze sociali tipiche del periodo, in cui si definisce la centralità del welfare per la democrazia, ma anche istanze civiche come i diritti della persona, che quasi contemporaneamente venivano sanciti dall’ONU.

La cultura del New Deal, che ispirava la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ispirò in fondo anche lo spirito della nostra Costituzione. Tuttavia si tratta, nel caso italiano, di domande di democrazia frenate dalla consistenza nel paese di larghe maggioranze silenziose, apatiche, qualunquiste, generalmente definibili come ademocratiche. Antidemocratici saranno, per un breve tratto, solo i neofascisti, reclutati poi strumentalmente dai protagonisti occidentali della guerra fredda.

Il problema dell’apatia, o dell’indifferenza che era stata già letterariamente segnalata da Alberto Moravia durante il regime, ha natura più profonda del semplice stato psicologico, perché in politica tende a legittimare una sorta di ‘resistenza alla democrazia’, che per l’Italia è endemica.

In altri paesi di più antica democratizzazione la tentazione di resistere alla democrazia non manca. Tuttavia si tratta di tendenze marginali, che non minano la pratica quotidiana dei loro ordini politici democratici. In Italia invece queste resistenze, riaffioranti con una certa regolarità, rendono possibili rigurgiti pericolosi.

A ben vedere hanno dunque ragione alcuni storici a chiamare quella italiana una ‘democrazia speciale’ . La presunta ‘diversità’ della nostra democrazia è probabilmente da attribuirsi al ritardo, rispetto ad altri paesi, con cui siamo pervenuti all’assunzione convinta di questo modello di autogoverno. Late comers dunque non solo in economia ma anche in politica.

La mia convinzione è comunque che ragioni storiche abbiano creato in Italia una forte tradizione di ademocratismo, che riemerge con una certa regolarità, consentendo sospensioni anche lunghe del processo di democratizzazione fondamentale. Oltre ad episodi tipici come quelli di fine Ottocento da Crispi a Pelloux, abbiamo il caso dell’intervento del paese nella Prima Guerra mondiale, e la conseguente delegittimazione del parlamento. Il fascismo sarà il periodo più lungo di arresto del processo di democratizzazione, in evidente contrasto col trend generale dei paesi occidentali nella soluzione di crisi di rappresentanza.

Comunque, va anche detto che dopo l’avvento della repubblica democratica, pur dovendo subire un’interpretazione restrittiva della democrazia, imposta dalla guerra fredda, il processo non si è mai arrestato. Anzi, si è consolidato grazie alla coerente azione dei governi sia centristi che di centrosinistra, portando larghe masse di cittadini all’interiorizzazione dei modelli democratici.

In altre parole le elites italiane, con la parziale esclusione di molti operatori economici e delle gerarchie ecclesiastiche, hanno condiviso la prospettiva del processo democratico e l’hanno tradotta in comportamenti conseguenti, nella Costituzione, nelle istituzioni, e sia pure con qualche ritardo nella scuola e nella cultura.

Questa interiorizzazione, frutto di coerenti scelte e azioni politiche, si verificò sia nel caso dei cattolici che nel caso dei socialcomunisti, il cui modello originario di democrazia era in evidente contrasto con la democrazia liberal. Perfino la Chiesa fu costretta ad accettare la democrazia [sia pure non al suo interno, ma per i propri fedeli] specie dopo il Concilio Vaticano II. Modelli alquanto diversi di ‘educazione civica’ finivano dunque per convergere verso la formazione del nuovo cittadino democratico.

Il fatto poi che la nostra democrazia fosse considerata bloccata dalla conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti , non ha impedito una crescita delle autonomie locali, dei diritti civili e laici, della tolleranza etc. Insomma abbiamo lo strano caso della togliattiana democrazia progressiva che da tattica diviene suo malgrado strategica e consolida i principi dell’autogoverno.

In altre parole, la doppiezza, o la doppia fedeltà, che potevano avere un riscontro a livello di relazioni internazionali e anche in valutazioni di geopolitica, non ne avevano alcuno nel governo locale, dove addirittura sono stati i ‘comunisti’ ad alimentare forme sempre più spinte di democrazia dal basso, creando così una cultura democratica del governo locale , capace di segnare alcune regioni ‘rosse’ come le più autogovernate e le più dotate di ‘senso civico’.
A questa forte propensione a valorizzare il governo locale bisogna collegare anche la lealtà assoluta nei confronti delle istituzioni repubblicane e della Costituzione, che sono stati proprio i ‘comunisti’ a salvare in diverse occasioni critiche o di cedimento democratico. Nonostante il mito della democrazia socialista, quella praticata dai comunisti italiani in Italia è sempre stata una democrazia liberale.

Quanto all’inadeguatezza del programma comunista di modernizzazione del paese, l’arretratezza della visione della società industriale denunciata da Luciano Cafagna in diversi interventi sul PCI può spiegare molte più cose dell’adesione al mito della democrazia socialista (Cafagna, 1999, Cafagna et al., 1998).

Quindi possiamo dire che nonostante tutte le difficoltà, la democrazia dei cristiani, quella dei socialcomunisti e quella dei laici, raggiunse una fondamentale convergenza e finì per essere il comune sentire della maggioranza dei cittadini, come ben testimonia la svolta di Fiuggi dei neofascisti.
Tuttavia, proprio mentre sembrava che, con la caduta del sistema sovietico, il mondo fosse avviato verso una prospettiva liberal, e che quindi anche il nostro paese potesse finalmente liberarsi degli orpelli ideologici e politologici sia del marxismo-leninismo che del liberalmarxismo, ecco ancora una volta riemergere in Italia il tarlo dell’ademocratismo.

Sulle macerie del craxismo, della ‘repubblica dei partiti’ di cui parlò Pietro Scoppola (Scoppola, 1997; Cafagna, 1993; Covatta, 2005, Giolitti, 1992), e del generale discredito in cui cadde un’intera generazione di politici, venne fondato un partito, Forza Italia, che aveva nel suo DNA il rilancio dell’ademocratismo nel paese. Si torna così a quello che possiamo chiamare il ‘liberalismo amorale’ e ademocratico.

Non si è riflettutto ancora abbastanza sulla natura epocale della svolta dei primi anni novanta del Novecento, quando con la fine dell’esperimento di ‘socialismo reale’ sono venute meno le giustificazioni di una realtà virtuale, quella marxista-leninista e quella liberalmarxista, che aveva creato divisioni (dissensioni direbbe Machiavelli) percepite come fatali, ma in realtà tutt’altro che insuperabili.

Per oltre un secolo abbiamo vissuto entro modi di pensare il mondo che d’improvviso, dopo il 1990, sono apparsi nella loro implausibilità (Lentini, 2008, 179-211). Così, anche il sistema politico italiano si è trovato di fronte ad una crisi radicale delle sue grandi narrazioni, e ai conseguenti traumi ideologici, che hanno finito per segnare la lunga transizione che, dal 1990 fino ad oggi, ha messo in evidenza con le sue incertezze la debolezza della cultura democratica del paese.

Così una buona parte degli italiani si è rivelata ancora una volta qualunquista, elitista, amorale, rendendo di nuovo possibile la pratica diffusa del populismo, della demagogia, e quindi riportando indietro la vigilanza democratica verso un forte rigurgito di ademocratismo. Contrastato in tutti i modi da quelle forze che avevano interiorizzato in modo profondo democrazia e prospettiva liberal, il partito ademocratico ha lasciato il segno e ha mantenuto il potere per un periodo interminabile, lasciando inoltre dietro di se conseguenze drammatiche per il futuro economico e civico del paese.

L’ademocratismo era ora soprattutto l’alibi politico per legittimare la pratica indisturbata della corruzione di cui leggiamo quotidianamente sulle prime pagine dei giornali, ma ha anche logorato le istituzioni democratiche, insidiato la Costituzione, minacciato la magistratura, messo in ginocchio il sistema di istruzione, ridicolizzato il paese nei confronti delle altre democrazie. Tutto ciò si è tradotto in una perdita di credibilità internazionale, che durante la lunga recessione continua a pesare su ogni scelta, anche virtuosa, dei governi italiani.

Il partito ademocratico, fin dagli esordi, nei mass media mostra il volto dell’innovazione, orientando e insieme disorientando milioni di cittadini. Ciò è reso possibile anche grazie ad una sorta di oligopolio mediatico. Tuttavia, a consuntivo, si è trattato con tutta evidenza della continuazione con altri mezzi della degenerazione della cosiddetta prima repubblica, mentre i democratici coerenti tentavano con grande fatica di crearne una nuova.

Si ripete spesso che integrità e democrazia devono andare di pari passo, mentre dobbiamo constatare con rammarico che le destre in Italia hanno per lo più usato strumentalmente la democrazia per coltivare i più inconfessabili e talvolta sordidi interessi privati. In questa degenerazione si sono particolarmente distinti molti imprenditori con il loro neutralismo opportunista nei confronti delle regole della democrazia moralmente fondata.

Tuttavia, il guasto più grave è stato il rilancio delle pulsioni ademocratiche, latenti nella cultura politica del paese. Queste pulsioni sono ora di nuovo al lavoro per insidiare il ruolo delle forze politiche nel governo democratico, e ancora una volta dovremo ripercorrere il mito di Sisifo e difendere la quota raggiunta per tenerci stretta questa arma a doppio taglio che chiamiamo democrazia.

La quota è rappresentata dalle istituzioni della poliarchia, che se interpretate in modo opportunistico (ad esempio legittimando il conflitto d’interessi; votando leggi elettorali che trasformano l’elettore in semplice spettatore passivo; contrastando la divisione dei poteri, etc.) possono vuotare di contenuto il processo democratico. La responsabilità del cittadino, specie in regime di poliarchia, è decisiva nel garantire il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. Di qui la gravità degli atteggiamenti ademocratici, che possono sempre trovare politologi e demagoghi pronti a sfruttarli.

Per concludere, comunque, possiamo e dobbiamo anche dire che nonostante i tratti assunti dalla lunga transizione in Italia, la democrazia ha retto e prodotto gli anticorpi, questa volta con un elitismo tecnocratico (che del resto credo che sia una caratteristica latente di tutti i governi del mondo), un elitismo che però diviene esplicito e manifesto, sotto tutela democratica, come cura o terapia, in attesa di riprendere il cammino come democrazia della partecipazione e del dialogo sociale. Questa sembra essere la premessa della nuova identità del paese.

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Commenti
Inviato: 12/2/2013 9:27  Aggiornato: 12/2/2013 11:37
Urla bene Grillo quando afferma che democrazia è sostantivo che non abbisogna di aggettivazione alcuna.

O c'è o non c'è.

E' indubitabile che da noi non c'è; inutile girarci intorno.

Il voto non è, di per se stesso, sinonimo di democrazia.

Diciamo che siamo in un Regime a Libertà vigilata; presa in giro ad ogni tornata elettorale.

Chiedo scusa per la sinteticità.
Inviato: 12/2/2013 17:22  Aggiornato: 12/2/2013 19:48
Grillo è l'ultima incarnazione dell'ademocratismo italiano, un essere spregevole proprio perchè usa strumentalmente la democrazia e il mito della democrazia diretta per diseducare i cittadini italiani. Il risultato è il commento che mi ha preceduto.
Inviato: 12/2/2013 17:36  Aggiornato: 12/2/2013 19:50
Grillo è un individuo spregevole, che usa strumentalmente la democrazia e il mito della democrazia diretta. Per questo va considerato l'ultima incarnazione dell'ademocratismo in Italia, i cui effetti si vedono proprio dal commento qualunquista che mi ha preceduto. L'antipolitica è sempre fra noi.....
Inviato: 13/2/2013 10:02  Aggiornato: 13/2/2013 10:11
Quanta animosità e spregiudicatezza - questa sì - (leggi due Commenti dell'autore dello scritto) nell'attribuire aggettivazione - negativa - all'altrui pensiero!

Confermo che la Democrazia, così come la Libertà et similia, non abbisogna di aggettivazione.

Concetto breve, chiaro, esaustivo che però scatena le ire dell'intelletuale di turno il quale si sente depositario della Verità (anche questa o c'è o non c'è) e dedica il suo livore scritturale a coloro che non la pensano come la sua penna.

Democrazia vuol anche dire ascoltare gli altri e dare spazio alle minoranze (quantitative) poichè la Verità stà dove stà e non nella maggioranza (altro concetto di quantità).
La qualità è altra cosa e non è detto che risideda nella quantità di parole, forbite, pronunciate e/o scritte con il vocabolario in uso tra gli Intellettuali (?) a condire le fregature che si dedicano, anche da Sinistra, al "gregge".

Chiudo con i miei saluti, democratici, e l'invito ad essere meno protervo nelle repliche ed ad accettare le idee altrui.


luigi