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Gramsci : Il fine e i mezzi
di fulmini , Tue 31 July 2012 6:00
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“Solo chi vuole il fine vuole i mezzi idonei a raggiungerlo.” – ha scritto Antonio Gramsci, ed io ne ho fatto una delle frasi-guida della mia vita.

Ieri, leggendo il Manuale [in greco Εγχειρίδιον / Enchiridion, "ciò che si tiene in mano"] di Epitteto, ho incontrato un pensiero affine, forse una delle fonti dirette o indirette del pensiero di Gramsci. Eccolo nella traduzione di Giacomo Leopardi:
“Innanzi di metterti a qualsivoglia operazione, divisane teco stesso le antecedenze e le conseguenze. Altrimenti tu intraprenderai con grande animo, non pensando punto alle cose che hanno a venire, ma in progresso, nascendoti qualche difficoltà e qualche vitupero, tu ti vergognerai. Desideri tu diventar vincitore olimpico? E io non meno di te, per Dio; ché ella è una qualità che fa onore. Ma considera prima le antecedenze e le conseguenze, e poi mettiti all’impresa. Egli ti conviene sottoporti a una disciplina e osservare una regola; mangiare sforzatamente; astenerti dalle confetture e cotali piacevolezze; esercitare il corpo per forza a certe ore assegnate, sì al caldo come al freddo; non usare bevande fresche né vino a tuo piacimento; in fine darti tutto in mano al maestro, né più né meno come a un medico. Di poi scendere nell’arringo; a un bisogno guastarti una mano, smuoverti un tallone; ingoiare di buoni tratti di polvere; a un bisogno anche toccare delle sferzate, e poi per ultimo esser vinto. Considerato che avrai tutte queste cose, se tu persevererai nel concetto di prima, datti agli esercizj dei giuochi. Ma se tu non considererai cosa alcuna innanzi, tu ti aggirerai come i bamboli, che ora fanno i lottatori, e quando gli atleti, e quando gli schermitori, poi strombazzano, poi contraffanno le tragedie. Così ancora tu: oggi schermitore, domani atleta, e quando oratore, poi filosofo, e nulla mai veramente, e con tutto l’animo, ma in guisa delle scimmie tu contraffai tutto quello che tu vedi, e muti voglia a ogni tratto. Perocché tu non imprendi mai cosa alcuna consideratamente, e spiatala prima bene da ogni banda, ma così a caso e per qualche fantasia leggera. Egli ci ha di quelli che veduto per avventura un filosofo, o udito dire a questo o a quello; oh, Socrate dice pur bene, e: chi è che possa favellare come Socrate? si mettono per voler filosofare ancor essi.
O uomo, considera prima sottilmente questo fatto del filosofare, di che sorta egli sia, e quindi fa di conoscere la tua natura, a vedere se tu sei buono da comportarlo. Vuoi tu pigliare la professione di fare alla lotta o vero ai cinque giuochi? tu hai da por mente alle tue braccia, alle cosce, ai lombi, perché una complessione è acconcia a una cosa e una a un’altra. Pensi tu di potere filosofando mangiare e bere e fare lo schifo e il dilicato come al presente? Egli ti bisogna vegliare, faticare, separarti da’ tuoi, essere vilipeso da un fanticello, in tutto essere inferiore agli altri, negli onori, ne’ magistrati, ne’ giudizj, in ogni coserella. Considera bene queste difficoltà e questi incomodi, e vedi se egli ti pare espediente di sostenerli per avere in compenso di quelli la libertà, lo stato dell’animo senza perturbazioni, senza passioni; e non voler fare come i fanciulli, oggi filosofo, poi gabelliere, appresso oratore, indi procuratore di Cesare. Queste qualità non si accordano insieme. Egli si vuole essere una persona sola, o valente o da poco; adoperarsi intorno alla parte principale di noi medesimi, o intorno alle cose di fuori; aver cura dell’intrinseco o dell’estrinseco; che è quanto dire essere filosofo o pure uomo comune.”

Pasquale Misuraca


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