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lo Stato del meridione : Apologia di Placido Rizzotto
di filippopiccione , Thu 12 April 2012 6:00
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Placido Rizzotto. Si potrebbe cominciare da “Placido” per sostenere che questo nome non è in contraddizione ma si addice al temperamento e all’azione generosa del rivoluzionario sindacalista socialista partigiano ucciso dalla mafia il 10 marzo 1948. Nel corso di un’assemblea di braccianti agricoli convocata presso la Camera del Lavoro di Corleone, la gente irrequieta e vociante, si placa non appena inizia a parlare Placido Rizzotto. Le sue parole sono semplici e vibranti. Una stanza umida e fredda. Le pareti vuote e senza intonaco su cui compare un ritratto del volto di un uomo con la barba che pare assomigliare a Filippo Turati. Placido sale su una sedia. Parla pochi minuti.

“Compagni voi tutti sapete chi sono io e perché siamo qua riuniti oggi. Siamo qua per lottare, questo si sa. Ma contro chi lottare? Contro i padroni, i ricchi e i prepotenti, contro i campieri, contro le male persone o contro noi stessi? Durante la guerra ho capito molte cose. Ho capito che l’uomo che si guarda i piedi quando parla è un uomo di cui non ci si può fidare. Io vi guardo negli occhi, compagni. Il nostro nemico contro cui dobbiamo lottare non sono i padroni ma siamo noi stessi. Non si nasce schiavi o padroni, chi ci vuole diventare ci diventa. Noi dobbiamo restare uniti, compagni, perché da soli non si cambiano le cose. E’ questo che dobbiamo capire. Il coraggio che vi chiedo è di combattere contro le nostre paure che ammazzano le speranze, con i nostri piccoli interessi, con i nostri egoismi. Io vi dico che se vogliamo costruire un futuro ce lo dobbiamo costruire con le nostre mani. La nostra terra che ci ha cresciuto potrà essere la nostra libertà, il nostro futuro, la nostra speranza”. “E ora dobbiamo decidere”. “Chi è d’accordo con l’occupazione? L’assemblea approva con esultanza la proposta di occupare le terre incolte del feudo di “Strasatto”.

Placido si commuove e invita un compagno, che funge da segretario, a scrivere nel registro dei verbali: “Oggi 10 marzo 1948, l’Assemblea della “Cooperativa della Madre Terra”, riunitasi nei locali della Camera del Lavoro decide all’unanimità che i contadini poveri di Corleone si rechino nelle campagne dello “Strasatto”.

Un discorso che tocca nel profondo l’animo, la dignità e l’orgoglio dei presenti, mettendo al tempo stesso in allarme i mafiosi che, in accordo con i nobili proprietari terrieri, deliberano un minuto dopo l’assemblea della Camera del Lavoro, di spegnere quella voce e, per cancellarne per sempre il suo ricordo, l’ammazzano e ne buttano il corpo nella “ciacca” (in un dirupo) di Rocca Busambra. Nel 2009, accertato che i resti ritrovati appartenevano a Placido Rizzotto, il governo Monti accoglie la richiesta di celebrare i funerali di Stato.

Pasquale Scimeca, regista del film ‘Placido Rizzotto’- da cui il passaggio sopra riportato - afferma che “La memoria vola nel vento e cammina sulle gambe, e si nutre del sangue che bagna le pietre, e aleggia nei poemi e nei racconti dei sopravvissuti”.

Il famoso poeta siciliano, Ignazio Buttitta, aveva dedicato una poesia a Salvatore Carnevale, un altro sindacalista, capo dei braccianti agricoli, che lottava contro il latifondo di “Sciara” - un piccolo paese della provincia del palermitano. Turiddu Carnevale venne ucciso all’alba del 16 maggio 1955 dai sicari mafiosi dei latifondisti con due colpi di lupara sparati sul volto a bruciapelo. “Anciulu era e nun avia ali/nun era santu e miraculi facia/’n cielu acchianava/Senza cordi e scale/ e senza appidamenti nni scinnia”.

Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale sono i simboli della lotta alla mafia che segnano un’epoca e descrivono un contesto di una parte della Sicilia occidentale nella quale per decenni la criminalità organizzata e i suoi capi storici hanno dettato le loro leggi ed esercitato un potere quasi assoluto sul territorio, stabilendo un connubio indissolubile con le istituzioni deviate, fino a condizionarne la storia recente del nostro Paese. L’assassinio di Placido Rizzotto è avvenuto a meno di un anno dalla strage del primo maggio 1947 a Portella della Ginestra, in cui persero la vita undici persone e ventisette furono ferite, mentre manifestavano il giorno della festa del lavoro. Nel 1946 mentre il 2 giugno veniva proclamata la Repubblica e si discuteva nell’Assemblea Costituente la Carta costituzionale – in vigore dal 1^ gennaio 1948 – in cui all’articolo 1 si sanciva che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, la mafia aveva già compiuto ventisei omicidi con l’obiettivo di bloccare quel processo di liberazione civile che ne stava mettendo a repentaglio lo strapotere. Da allora non si contano più i morti ammazzati per mano dei mafiosi. Sono stati quarantadue i sindacalisti uccisi come Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale, emblema della battaglia contro la mafia, a difesa del lavoro, della giustizia, della libertà e della democrazia. Molti dei quali ancora attendono giustizia. Non ci può essere migliore riconoscimento che dedicare a uomini e donne, vittime di mafia, che hanno lottato e lottano per riscattarsi da una condizione di sudditanza morale e materiale, una “Giornata della Memoria e dell’Impegno”. Si potrebbe coniare un nuovo slogan che non deve restare soltanto uno slogan, come afferma il fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti: “La memoria ha vinto, la mafia ha perso”. E’ importante in questo senso la decisione del governo di esaudire la richiesta dei funerali di Stato per Placido Rizzotto. Può essere un segnale ancora più netto, capace di infondere più coraggio e determinazione per combattere e vincere le mafie in Sicilia come in altre parti del Paese. Con la consapevolezza che essendo dotate di mezzi di infiltrazione sempre più sofisticati e micidiali, sono lungi dall’essere facilmente e immediatamente sconfitte.

Ecco perché è opportuno parlare anche in questa occasione di un altro protagonista della lotta alla mafia, Pio la Torre. Quest’anno ricorrono i tren’anni del suo omicidio, perché anche lui, come Rizzotto e Carnevale, si era battuto perché “la terra tornasse ai contadini”, attraverso l’approvazione della norma sul 416 bis che conteneva la confisca dei terreni e dei patrimoni delle cosche mafiose per essere assegnata ai parenti delle vittime della mafia. La stessa sorte toccò, dopo qualche decennio, all’allora Capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa, che indagò sulla scomparsa di Placido Rizzotto, arrestò i colpevoli e individuò la foiba in cui fu gettato il suo corpo.

Il sacrificio di questi eroi civili dovrà servire a combattere meglio le mafie e insieme ad esse, la corruzione, il malaffare e le ingiustizie sociali che purtroppo continuano a dilagare nel nostro Paese. Il fatto stesso che il parlamento Europeo abbia votato l’istituzione di una Commissione Antimafia sul modello di quella italiana mostra quanto sia importante il ruolo della società civile e responsabile e quello della politica e di chi li rappresenta. La presa di coscienza dell’esistenza delle mafie è trasversale a tutti i paesi. Occorre quindi una maggiore unità e coesione di tutte le forze, istituzionali e democratiche, di tutte le energie e le intelligenze disponibili, con in testa i giovani, per incidere meglio sulla realtà di oggi. Anche in nome di Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale.

Filippo Piccione


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