Radio Fulmini

Per installare RadioFulmini sul tuo sito clicca qui
_________________
Chi siamo
Login
Per gli Iscritti
Ricerca

Ricerca avanzata


Questo sito-rivista è la prosecuzione del blog-rivista fulmini, che in diciotto mesi ha capitalizzato 180.000 visite. Per conoscere il funzionamento di questo sito-rivista si può leggere il "Chi siamo" qui in alto.

il fonografo di Edison : Tecnologia e Musica
di lorenzolevrini , Sat 29 December 2007 9:50
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  



In the first article in this column, we confronted analogue and digital technologies relating to the arts and concluded that, although it is very possible for one technology to be more suitable than another for a particular job, there is no overall winner. But the situation around us does not seem to reflect this conclusion - in all of the audio-visual arts, digital technology seems to have taken over a huge chunk of the field. In this article I’d like to examine the rise of digital technology in the music industry over the last twenty-five years, and how it relates to the music itself.

A microphone will only ever generate an analogue signal, but we can choose to record this signal analogically, using for example a multi-track magnetic tape recorder, or digitally, by converting the incoming signal into a digital one and storing this digital signal on tape or hard-drive. The system used to convert an analogue signal to a digital one is called pulse code modulation, or PCM, and was first demonstrated in 1967. It took some time after that before digital audio recording technology was ready to be used in professional applications, and yet more time before it matched its analogue counterpart in popularity. Today it has superseded it by far, with analogue audio recording having become a niche.
This shift to digital recording media didn’t have a huge direct impact on the music itself, but the workflow associated with digital recording turned the music industry on its head. The level of flexibility, productivity and repeatability afforded by digital recording is many orders of magnitude greater than would ever be imaginable with analogue recording. From the non-linear editing style to the unlimited levels of undo, the influence of digital manifested itself predominantly in the post-processing side of the recording process. In particular, time-domain editing, in which the placement in time of anything from a bar to a fraction of a note of one or more tracks can be altered relative to the rest of the recording, could be performed with an unprecedented level of accuracy.

The recording industry, and the human race in general, has a knack for over-using new and exciting technologies, and inevitably the time-domain editing possibilities of digital recording systems brought about an obsession with time uniformity. Drum tracks started to be perfectly ‘quantized to grid’, which in the industry refers to a method of manually or automatically aligning every single note event to a reference grid of 32nd, or, even worse, 16th notes. The obsession soon spread to pitch uniformity, with ‘pitch-correction’ algorithms invented to bring a recorded vocal track perfectly in tune.

The repercussions we feel today due to these events are not few and far between. Although we have learnt to be a little more responsible in our use of the technology, the mentality of uniformity has permeated the soul of the popular music industry. As most readers will realize, musicality and uniformity are mutually exclusive ideals. This means that we are all too often trading in musicality for uniformity, and not only producing music which is not musical, but passing on the wrong mentality to the industry of tomorrow. The amount of musicians who rely on digital ‘fixing’ capabilities today is astounding.

Another in difference in workflow that may have played a major role in bringing about the changes described is the visual feedback that very quickly became synonymous with digital recording. On an analogue recording platform, one doesn’t have anything obvious to look at, with the possible exception of level meters. The focus is all on listening. But digital platforms have the ability to display a lot of information visually, most notably the shape of the audio waveforms involved. From the moment this visual feedback was a reality, it spawned the totally new concept of looking at music instead of listening to music. Uniformity is a very difficult concept to imagine in a non-visual way, and it is therefore probable that the most important factor in bringing about the uniformity craze was the shift to looking at music.

So what should we have done with digital recording? Perhaps the best thing to do would have been to embrace the technical improvements that it brought to the scene, such as reduced noise, drastically increased dynamic range and enhanced frequency response, and left the workflow as it was with analogue. How can that be achieved? Simply by leaving off the display, the dreaded computer screen, and using the system as a simple multitrack recorder with transport buttons. The workflow associated with digital is one that intrinsically encourages perfection and uniformity, which happen to be ideals that have no place in music. The greatest stronghold of analogue recording is that it carries with it a workflow which synergizes with musicality. If we want to use digital for recording, we should take a tip or two from analogue.

It’s no surprise that so many people despise today’s popular music - they have every reason to. What if it really is the shift to digital that is to blame?

Lorenzo Levrini

* * *

Tecnologia e Musica

Nel primo articolo di questa rubrica, confrontammo la tecnologia analogica e digitale relativamente alle arti e concludemmo che, anche se è certamente possibile che una data tecnologia sia più appropriata di un’altra per un particolare compito, non c'è una vera vincitrice assoluta. La realtà intorno a noi sembra però non riflettere questa conclusione - in tutte le arti audiovisive, la tecnologia digitale sembra avere ormai occupato un’enorme parte del campo. In questo articolo esaminerò l'ascesa della tecnologia digitale nell'industria della musica negli ultimi venticinque anni, e come questo stia incidendo sulla musica stessa.

Un microfono genererà sempre un segnale analogico, ma noi possiamo scegliere di registrare questo segnale analogicamente, usando per esempio un registratore multitraccia a nastro magnetico, oppure digitalmente, convertendo il segnale in ingresso in uno digitale e memorizzando questo segnale digitale su nastro o disco. Il sistema usato per convertire un segnale analogico in uno digitale è chiamato pulse-code modulatiuon, o PCM, e fu dimostrato nel 1967. Ci volle del tempo prima che la tecnologia digitale fosse pronta ad essere usata per applicazioni professionali, ed ancora di più prima che raggiungesse la popolarità della sua controparte analogica. Oggi l'ha sostituita di gran lunga, al punto che la registrazione audio analogica è diventata una nicchia.

Questa transizione all’uso di mezzi d’incisione digitale non ebbe un grandissimo impatto sulla musica stessa, mentre invece l’organizzazione del lavoro - il workflow - associata all’incisione digitale finì col rivoluzionare l'industria della musica. Il livello di flessibilità, produttività e ripetitività che l’incisione digitale porta con sé è di gran lunga maggiore di quanto non sarebbe mai stato immaginabile per la registrazione analogica. Dallo stile d’edizione non lineare sino ai livelli illimitati di correzione (un-do), l'influenza del digitale si manifestò prevalentemente nell’ambito della post-lavorazione del processo di registrazione. In particolare l’edizione nel dominio del tempo - nella quale la disposizione temporale di qualsiasi oggetto, da una barra ad una frazione di nota di una o più traccie, può essere alterata relativamente al resto del materiale - si può realizzare con un livello d'accuratezza senza precedenti.

L'industria della registrazione, e la razza umana in generale, ha un'abilità unica per l’abuso delle tecnologie nuove ed eccitanti, ed inevitabilmente le possibilità d’edizione temporale dei sistemi digitali finirono per generare una vera ossessione per l’uniformità del tempo. Le traccie di batteria cominciarono ad essere perfettamente quantizzate su una griglia di riferimento composta di 32-esimi (biscrome), o anche peggio, 16-esimi di nota (semicrome). L'ossessione si sparse presto all'uniformità dei toni, con l’invenzione di algoritmi di correzione del tono per far raggiungere ad una pista vocale registrata l’intonazione perfetta.

Le ripercussioni che avvertiamo oggi in seguito a questi eventi non sono né poche né distanti. Anche se abbiamo imparato ad essere un poco più responsabili nell’uso della tecnologia, la mentalità dell'uniformità ha permeato l'anima dell'industria della musica di massa. Come i nostri lettori comprenderanno bene, musicalità e uniformità sono ideali mutuamente esclusivi. Oggi ascoltiamo musica che molto spesso sacrifica la musicalità all'uniformità, e finiamo non solo col produrre musica che non è musicale, ma trasmettiamo la mentalità sbagliata all’industria di domani. La quantità di musicisti che ormai si affidano alle capacità di ‘correzione’ del digitale è sbalorditiva ed in costante aumento.

Un'altra differenza nell’organizzazione del lavoro che ha potuto giocare un ruolo notevole nel provocare i cambiamenti descritti è la visualizzazione che molto rapidamente è divenuta possibile con le tecniche digitali. Su una piattaforma di registrazione analogica, non si ha nulla di ovvio da guardare, con la possibile eccezione degl’indicatori di livello. L’attenzione è tutta centrata sull’ascolto. Ma le piattaforme digitali munite di schermo ci mostrano una marea di informazioni, innanzitutto le forme d’onda audio. Dal momento in cui una simile visualizzazione divenne possibile, prese forma il concetto totalmente nuovo di guardare la musica invece di ascoltarla. L'uniformità è un concetto molto difficile da immaginare in un modo non visuale, ed è perciò probabile che sia stato questo fattore a provocare la mania d’uniformità - proprio il passaggio alla visualizzazione della musica.

Cosa avremmo dovuto fare allora con la registrazione digitale? Forse la scelta migliore sarebbe stata d’abbracciare i miglioramenti tecnici che il digitale ha portato - come per esempio un livello di rumore ridotto, un drastico aumento della gamma dinamica e una superiore risposta in frequenza - lasciando però l’organizzazione del lavoro immutata così com’era con la tecnica analogica. Come potrebbe realizzarsi una simile alternativa? Semplicemente ignorando la visualizzazione, il famigerato schermo, ed usando il sistema come un semplice registratore multitraccia con levette di avanzamento. L’organizzazione del lavoro associata alla tecnologia digitale incoraggia intrinsecamente la perfezione e l'uniformità, ideali del tutto estranei alla musica. La roccaforte della tecnica analogica è costituita da un’organizzazione del lavoro che invece produce una sinergia con la musicalità. Se vogliamo usare il digitale per registrare, allora faremmo bene a prendere un paio di suggerimenti dalla tecnica analogica.

Non c’ è da meravigliarsi se sono in tanti oggi a disprezzare la musica di massa - ne hanno ampiamente motivo. Se la colpa fosse proprio del passaggio al digitale?

Lorenzo Levrini

Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news
 
Si raccomanda di abilitare i cookies nel proprio browser prima di inviare un commento.
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Commenti