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racconti di poche parole : Apologie dei semplici: Linardo.
di fulmini , Mon 2 January 2012 12:30
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Linardo era il bracciante agricolo piccolo e gobbo di mia nonna Anna. Lavorava da altre parti? Aveva un’altra vita? Non lo sapevo, quand’ero bambino, e andavo a trovare la nonna buona all’Eremo di Reggio Calabria. Compariva dal nulla e scompariva misteriosamente, dopo il brindisi rituale che concludeva la sua giornata di lavoro. Lo dedicava lui stesso a uno dei presenti, alzando il bicchiere di vino che qualcuno gli offriva. Il suo brindisi preferito era indirizzato a Giuseppe, figlio di Angelo, secondogenito di nonna Anna, e suonava così:

“Don Peppinu, Don Peppanu, / chi faciti ‘nta stu chianu? / Non mangiati, non biviti / e chiù sicchu vi faciti.”

Linardo faceva tutto quello che c’era da fare, nell’orto, nel porcile, nei terreni scoscesi tra le due case che delimitavano le proprietà agricole della nonna. Non entrava mai in casa, come un cane ben addestrato, e si trovava particolarmente bene, a me pareva allora - con grande stupore, nel governare i maiali. Non c’era tra lui e loro quella distanza, quello scalino che notavo tra lui e noi, ‘i patruni’ (i padroni, i signori). Distanza e differenza che non lo umiliavano, non lo disturbavano, anzi. Il governo dei fratelli maiali e il brindisi agli inarrivabili padroni, erano i paradisi della sua giornata, della sua vita. Coronati ogni volta da un estatico sorriso.

Pasquale Misuraca


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Commenti
Inviato: 2/1/2012 15:24  Aggiornato: 2/1/2012 15:24
Raccolse un nutrito numero di calcioni nel sedere allorché, alla caduta del Fascismo, arrivato il Comunismo - di allora -, ebbe l'ardire di rivolgersi al "padrone", sentendosi liberto, con: "Simu 'a stessa cosa, don Angiulino, mo' c'è 'u comunismo".
Episodio narrato dal baffuto "calciatore", anche in presenza del figlio di Linardo, che non aveva migliorato di molto la sua specie.