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punti di fuga : La vita in diretta
di stefaniamola , Tue 1 January 2008 4:00
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[Giotto (e aiuti?), Il presepe di Greccio, affresco dalle Storie di san Francesco, 1295-97/1299, Assisi, basilica superiore]


Come vuole la tradizione, il primo presepe della cristianità venne allestito nel 1223 in quel di Greccio, nell’alto Lazio, grazie all’iniziativa di san Francesco d’Assisi e nelle forme di una sacra rappresentazione “vivente”, ed ebbe il merito di diffondere a livello popolare la devozione betlemita codificando quegli elementi che noi stessi, oggi, consideriamo irrinunciabili nei nostri presepi domestici rispolverati ad ogni Avvento.

Ce lo racconta la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio (X, 7), a mo’ di didascalia del tredicesimo dei ventotto affreschi giotteschi nella basilica di Assisi ispirati ad altrettanti episodi della vita del Santo: «il beato Francesco, in memoria del Natale di Cristo, ordinò che si apprestasse il presepe, che si portasse il fieno, che si conducessero un bue e un asino, indi predicò sulla nascita del Re povero e, mentre il santo uomo teneva la sua orazione, un cavaliere scorse il [vero] Gesù bambino in luogo di quello che il santo aveva portato».

Da quel momento in poi, ogni anno, l’evento venne rievocato come spettacolo liturgico all’interno della basilica di Assisi. E qui, alla testimonianza letteraria di Bonaventura, si aggiunge quella iconografica di Giotto, che lo trasforma in un fatto di cronaca di tardo Duecento con la vivacità tipica degli spaccati di vita contemporanea: ambientato all’interno della chiesa del castello di Greccio, l’episodio miracoloso – che avviene nella zona presbiteriale in prossimità del ciborio – aggrega intorno a sé e in relazione alle architetture numerosi personaggi raccolti in tre nuclei. Due gruppi di astanti all’interno del presbiterio, tra cui spiccano i deliziosi frati cantori, e le donne incuriosite dall’evento che si accalcano al di là dell’iconostasi, diaframma obbligato di separazione dalla navata prima della riforma tridentina. Un oltre dotato di profondità e spazio, se vogliamo credere al pulpito e al grande crocifisso che si protendono lì dove il nostro sguardo non può arrivare.

Dunque, il presepe visto da Francesco e documentato da Giotto. Non una natività intima e concentrata sul rapporto tra la Madre e il Bambino e l’incrociarsi dei loro sguardi, bensì una sacra rappresentazione, popolata di personaggi contemporanei che sono spettatori del dramma sacro orchestrato secondo uno schema ben preciso, con un bue e un asinello in terracotta e tutta la semplicità evangelica di Betlemme. Quella che la parola stessa praesepe (= recinto chiuso da siepi, e quindi stabbio per animali) vuole indicare nel senso traslato di mangiatoia. Quella che, secondo Tommaso da Celano, mostra «i disagi in cui Gesù si è trovato per la mancanza delle cose necessarie... come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Il tutto in perfetta adesione a quell’iconografia antica che vede sulla scena, appunto, il solo Bambino riscaldato dai due animali, senza altre figure presenti.

Un presepe che è spettacolo ufficiale autorizzato persino da papa Onorio III, solenne eppure nato in modo spontaneo e popolare. Soprattutto, un’idea di Natale che metteva da parte tanto la Natività quanto la Maestà per tornare alle origini, che non erano evangeliche ma apocrife (in particolare il Vangelo dello Pseudo Matteo, composto tra il VI e l’VIII secolo). Non c’è la grotta nei Vangeli canonici, né la selva e le rupi imponenti che san Francesco volle come sfondo a Greccio. La domanda è: perché scegliere l’iconografia popolare e non quella classica della Natività? Perché preferire un allestimento en plein air (che Giotto trasferirà in un interno solo per documentare le successive rievocazioni dell’evento) e preoccuparsi di ottenere la licenza esplicita del pontefice tanto per la sacra rappresentazione quanto per la celebrazione della messa sopra un altare portatile?

Forse perché il presepe non nasce come generica rappresentazione natalizia ma come solenne e forte dichiarazione d’intenti. Da poco chiusi i contrasti con l’autorità papale e approvata la seconda Regola, Francesco sembra riaffermare, a Greccio, la sua volontà di radicalismo evangelico, il suo intento di imitare Cristo, rifacendo Betlemme in forme così poco canoniche: non la chiesa ma il bosco, non lo splendore e i doni dei Magi ma l’essenzialità di una mangiatoia e di due animali, non una Maestà da adorare ma un Bimbo cullato sussurrando una ninna nanna.

Da qui ad un’ulteriore suggestione il passo è breve: che il presepe di Greccio intendesse porsi anche quale surrogato di un pellegrinaggio a Gerusalemme mai compiuto e, magari, quale alternativa pacifica alle Crociate. Ciò che Giotto non racconta, infatti, diversamente dalle cronache dell’epoca, è che i partecipanti non esitavano – a rappresentazione terminata – a considerare miracoloso il contesto e i suoi “ingredienti” e a portarsi a casa, come una reliquia, proprio la paglia della mangiatoia.



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