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haiku rimati : E' sera. Tutte
di fulmini , Thu 23 June 2011 6:00
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E' sera. Tutte
le lucciole del mondo
non fanno giorno.


Pasquale Misuraca

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Commenti
Inviato: 23/6/2011 14:52  Aggiornato: 23/6/2011 14:52
Autore: venises

Molto bello.
'notte' non sarebbe stato più appropriato di 'sera' ?
Inviato: 23/6/2011 18:24  Aggiornato: 23/6/2011 19:28
Autore: fulmini

@ Venises

Sono contento che ti sia parso bello questo haiku rimato – anzi haiku assonante, anzi imperfettamente assonante {mondo: o – o / giorno: i – o – o} di quella rima imperfetta che è già una assonanza, direbbe il professore di turno.

Non soltanto ti ha conturbato, l’haiku, ma insieme provocato al gioco della domanda retorica – della quale sei maestro (ne hai dato ripetute e spiritose prove sul sito-rivista): infatti senti chiaro e sai bene che ‘notte’ è inappropriato. In realtà quello che desideri è farmi svelare il meccanismo costruttivo, compositivo, creativo, in un suo nodo preciso fra i tanti suoi nodi decisivi – ciò che faccio volentieri, demiurgo (o spudorato) quale sono.

La questione delle sonorità. “… è … otte … utte …” sonorità che confina con la cacofonia, l’intoppo, il bisticcio di parole – il che non vuol dire che non si possa usare in altri casi, in altre disposizioni d’animo, una tale goffa e dura sonorità prosaica per comunicare/esprimere un sentimento, un avvenimento, un pensiero, un combattimento, goffi, prosaici, duri.

La questione dei precedenti. ‘Sera’ e non ‘Notte’ perché sto facendo, chissà per quale ragione in questo periodo, i conti con Leopardi e Foscolo e Quasimodo, probabilmente soprattutto con il brevissimo Quasimodo di ‘Ed è subito sera’, addensato, contratto, per amore di sfida o di variazione, all’estremo possibile.

La questione delle azioni. La notte è notte, stante, la luce delle lucciole è la luce delle lucciole, stanti. L’una di fronte alle altre. Invece la sera è l’azione che porta alla notte, una agonia, e le lucciole che non fanno giorno è l’azione che non porta all’alba, una speranza.

La questione delle visioni. Le ho immaginate di colpo di sera ‘tutte le lucciole del mondo’, quando si stava formando precipitosamente nei miei occhi e nella mia mente l’haiku, di sera e non di notte, forse perché è una condizione ancora più angosciosa, quella, questa, della sera con lucciole. Di sera le lucciole sono ancora più patetiche, forse solo disperatamente patetiche, mentre di notte sono impavide e superbe - come le stelle, no?

Pasquale Misuraca
Inviato: 24/6/2011 0:34  Aggiornato: 24/6/2011 0:44
Autore: venises

Avrei un'altra domanda: il titolo.
Dev'essere per forza identico alla prima riga nel caso di un haiku?
Per forza tutta intera?
Inviato: 24/6/2011 9:52  Aggiornato: 24/6/2011 9:53
Autore: fulmini

Ecco una questione che mi ha dato molto da pensare, Venises, ed alla quale ho dato per ora la risposta regolare che hai colto: il titolo dell’haiku è niente altro che il primo suo verso. A volte non mi entusiasma, il singolo titolo, ma tendo a darmi delle regole ed a seguirle – senza mancare qualche volta di contraddirle, anche per mondarle del loro elemento forzoso, ripetitivo, ossessivo (Le regole alcuni le seguono, altri le fanno, diceva Giordano Bruno, ed io cerco di essere tutti.).

La ragione principale della mia scelta (provvisoria – vale fino a quando non ne trovo una migliore) forse sta nella auto-consapevolezza che tendo a spiegare un po’ troppo le mie opere, con il rischio di semplificarle, ridurle, ricondurle dal pascolo dell’artista alla stalla dell’uomo. Ora, dare ogni volta un titolo particolare, scelto, costruito, indirizzerebbe troppo il lettore, che tenderebbe per questa via a spiare le mie intenzioni ed a non partecipare elaborativamente, autonomamente, all’impresa artistica che è fatta unitariamente di scrittura e di lettura.

Ma se la scelta del titolo è proposta da un amico stuzzicherello, allora la musica cambia: ‘Si fa sera’ mi sta bene, nonostante sia composto da quattro sillabe (noi compositori di haiku, anche se di origine culturale greca, non vediamo di buon occhio il numero quattro, e più in generale i numeri pari: dispari siamo, dispari scriviamo).

Pasquale Misuraca