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lo Stato del meridione : Uno Stato ad alto rischio
di filippopiccione , Thu 10 February 2011 4:00
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Negli ultimi tempi le questioni che riguardano la lotta alla criminalità organizzata sembrano oscurate dalla soverchiante presenza della politica ad occupare interamente lo scenario pubblico e privato, costringendo gli italiani a dire la propria sul comportamento del premier e le sue vicende personali e non solo. In questo passaggio, che si potrebbe definire il passaggio dalla seconda alla terza Repubblica - secondo alcuni osservatori e soprattutto coloro che sono in prima linea nella lotta alla mafia - lo Stato corre un alto rischio.

Pochi, tranne alcuni magistrati, e in particolare Antonio Ingroia, Procuratore aggiunto a Palermo, hanno rilevato che dopo la cattura dei capi mafiosi, Matteo Messina Denaro, il boss trapanese di Castelvetrano, latitante dal 1993 è diventato un punto di riferimento non soltanto della Sicilia Occidentale. Circa un anno fa, il governo aveva assicurato che mancavano alcuni giorni per essere arrestato. Si è invece appurato che è lui il solo leader attualmente capace di risolvere ogni controversia e di disegnare i nuovi confini dell’associazione mafiosa. I capi famiglia di Cosa nostra vedono in lui, figlioccio prediletto di Totò Riina, la sola persona all’altezza di rimettere al posto giusto le tessere del mosaico mafioso e allevare e far crescere i nuovi capi.

E mentre la politica attraversa un momento di discontinuità molto delicato e di grande difficoltà oltre che di instabilità - anche dal punto di vista istituzionale - il potere mafioso cerca di trarre i propri vantaggi incidendo nel tessuto sociale ed economico con sempre maggiore efficacia. E lo fa, nel caso della famiglia Messina Denaro, silenziosamente gettando un ponte in Calabria e stringendo rapporti con le famiglie della ‘Ndrangheta e in Campania con la camorra. Per il procuratore di Palermo Ingroia tale nuova strategia di Cosa nostra, impersonata ora da Matteo Messina Denaro, lo preoccupa molto in quanto intravede in essa il ritorno della vecchia teoria, secondo la quale “l’Italia, paradossalmente, è una Repubblica fondata sulle stragi”. Ritiene perciò opportuno ricordarcele: quella di Portella della Ginestra che cambiò gli equilibri politico-istituzionali, e, durante il passaggio fra la prima e la seconda Repubblica, quelle di Capaci e via D’Amelio e le bombe a Roma e Firenze.

Partendo da questa constatazione il magistrato ci invita a non dimenticare che “la mafia non è solo un’organizzazione criminale ma un sistema di potere. Un sistema di potere nel quale, alla vigilia della transizione fra la seconda è la terza Repubblica e dopo un lungo periodo di “immersione” vede manifestarsi la tentazione e sintomi dell’universo mafioso a farsi sentire”. E individua in Matteo Messina Denaro il possibile regista di una nuova strategia essendo l’unico sopravvissuto alla stagione stragista degli anni Novanta. Egli però non è solo dotato di memoria storica. La sensazione netta di Ingroia è che sarà lui il capo carismatico anche per altri motivi, da ricercare sia a seguito dei duri colpi ai suoi fiancheggiatori e al patrimonio miliardario della sua famiglia e sia nei messaggi che inviano i boss sottoposti al regime del carcere duro che rappresenta oggi, come allora, la prima merce di scambio tra mafia e politica.

Il 41bis viene applicato a molti capi carismatici delle principali associazioni mafiose, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra con Pasquale Setola, spietato capo dei casalesi, Pasquale Condello, il “supremo” della ‘Ndrangheta reggina e Bernardo Provenzano, il latinte di Cosa nostra di lungo corso. Costoro hanno fatto arrivare i loro messaggi - forse attraverso il terminale più autorevole rappresentato da Matteo Messina Denaro - ai cosiddetti “complici esterni”. Per Ingroia si tratta “di chi in passato ha promesso maggiore impunità e non ha mantenuto i patti”.

Filippo Piccione


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