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iLibrieleNotti : La parola che nomina gli dèi
di fulmini , Sat 12 February 2011 5:00
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{Sabato scorso 5 febbraio 2011 è uscita su Alias supplemento settimanale de 'il manifesto' una mia saetta - che ripubblico qui immaginando i lettori del sito-rivista interessati alla scoperta e prima conoscenza di una nuova saggista italiana di livello internazionale.}

In Italia – nonostante le mafie - fioriscono ancora i limoni, e gli essais. I migliori, in solitudine – stante il declino delle sue università.

E così mi era sfuggito questo libro sorprendente di Laura Sturma, La parola che nomina gli dèi, Il Nuovo Melangolo, 2007. Finché un amico onomaturgo me l’ha indicato e – generosità chiama generosità – desidero condividerne festosamente la scoperta.

Saggi sulla poesia e il mito recita il sottotitolo del libro, che l’uno e l’altra illumina tessendo i risultati dei cento autori cruciali attraverso un contributo originale – come testimonia l’autore più amato fra i cento, Stefano Agosti, nella fulminante Prefazione.

“Opposto al lógos (...) il nome proprio costituisce il modello di un diverso linguaggio: il linguaggio del mito e della poesia.” (p. 13) “Alla intuizione degli studiosi è mancata una analisi ed una interpretazione più approfondita di quell’elemento difficile e problematico del linguaggio che è il nome proprio. Alla luce di una nuova analisi apparirà invece che tutte le forme del nome proprio appartengono intimamente al linguaggio mitico cosicché il nome divino non ne costituisce solo il primo elemento ma ne organizza tutta la struttura profonda.” (36) “Il linguaggio del mito (...) ricostituisce l’unità fra le cose, rese viventi e divine, e la vita più profonda dell’anima umana.” (49) “Il mito e la poesia spontaneamente si toccano nella modulazione di un nome proprio.” (66) “Accomuna il mito e la poesia (...) una continuità di linguaggio e di forme . Per questa continuità, mentre al mito si riconosce la natura di un linguaggio specifico, la poesia riceve un valore nascostamente religioso”. (97) “L’età moderna non oppone alle religioni rivelate solamente il suo razionalismo o il suo laicismo, perché quello che viene dal primo Romanticismo e si estende poi a tutta la letteratura moderna è una vera e nascosta religiosità, non istituzionale, non codificata. Di questa religiosità la critica vede in genere gli aspetti irrazionalistici, oscuri, regressivi, mistico decadenti, ma questi aspetti hanno sempre un senso ultimo e comune: è la ricerca di un al di là o di un infinito non fuori dal mondo, ma nel mondo, nelle cose e nella vita.” (100) “L’aldilà è qui.” (103) “L’aldilà è ora.” (105) Questa “ricerca di un al di là, di un infinito, di un invisibile, che non è posto oltre il mondo, ma che appartiene al mondo e alla vita (...) non è regressiva, ma è sovversiva” (117) dal momento che “il cristianesimo, la religione, la morale, la metafisica e tutti i principi essenziali del pensiero occidentale si fondano sempre sul pensiero della trascendenza”. (119)

A Laura Sturma rivolgo le domande che ho fatto a me stesso leggendola – ospiterò la sua risposta in questa rubrica: La mitologia arcaica si biforca da un lato nella mitologia olimpica e dall’altro nella poesia antica? “L’irripetuta unità dell’uomo e della natura con il sacro e con il divino” propria della mitologia arcaica perduta, si ricostituisce, si ricompone, da quando perduta, nella poesia antica-moderna-contemporanea in quanto arte che realizza “la ripetizione dell’evento mitico in un presente con il carattere della festa”?

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