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economia di solidarietà : Il fittizio potere del 'sistema'
di luisrazeto , Wed 5 January 2011 5:00
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{Ieri, dopo aver letto e meditato il post di Pietro Pacelli pubblicato sul sito-rivista, ho trovato nel sito di Luis Razeto un post a suo modo ‘complementare’. Lo propongo all’attenzione dei lettori. Premetto alla versione originale spagnola completa la traduzione in italiano della parte sostanziale del testo. Pasquale Misuraca}

Oggi non esiste la schiavitù e nessuno si considera schiavo; però la grande maggioranza delle persone pensa che sono i potenti a influire sul corso degli eventi, e che gli individui ‘comuni e correnti’ sono privi di potere e sono soggetti alle decisioni che i potenti assumono. Molti dicono che non possono cambiare la loro vita dipendente, né realizzare le trasformazioni sociali che desiderano, a causa del ‘sistema imperante’, il quale non ci permette di vivere come vogliamo né agire in maniera coerente ai nostri principi e valori.

In realtà, ciò che intendiamo come ‘sistema imperante' è, al pari del ‘potere dominante’, niente altro che una finzione, un mito, la cui esistenza illusoria risiede soltanto nella nostra coscienza.

Vediamo la gente consumare e indebitarsi e agire e comportarsi e studiare e lavorare nella maniera in cui lo esige il mercato, come lo domanda il ‘sistema’, come dettano i potenti e lo esigono i loro mandatari.

Si dice che ‘il sistema castiga’ coloro che si emarginano e si liberano delle sue esigenze e delle sue norme. Con questa idea, molti giustificano il permanere nel ‘sistema’ che non vogliono e che dicono di voler cambiare. Chi, che cosa temono?

A volte vediamo che qualcuno ‘esce’ dal sistema e agisce seguendo le proprie convinzioni, valori e ideali. Ed ecco, sono moltissimi coloro che intervengono a castigarlo, a criticarlo, a ‘farlo rinsavire’, a convincerlo che ‘gli andrà male’, nonostante che in cuor loro desiderino fare ciò che quello fa. Non è il ‘sistema’ che lo castiga, ma ciascuno di noi, ciascuno di quelli che persistono nell’agire in conformità al mercato, alla pubblicità, alla politica, al ‘sistema’. Il ‘sistema’ acquista esistenza e potere grazie alla “schiera di schiavi che eseguono i suoi ordini”.

Parafrasando Klatzkin, la nostra debolezza è una finzione, un errore, un errore da schiavi. Non è ‘il sistema’ che temiamo, noi temiamo noi stessi. Il ‘sistema’ acquista la sua forza sommando le nostre forze. Lo fa eliminando dalla nostra coscienza i valori, le idee, i progetti in cui veramente crediamo e che vogliamo (o che un giorno vorremo) realizzare.

A causa di questo errore di molti, l’errore di credere che ‘il sistema esiste e ci domina’, il ‘sistema’ si mantiene e si rafforza. La abolizione di questo errore nelle nostre coscienze segnala la fine del fittizio potere del ‘sistema’.

Luis Razeto

*

El falso poder del ‘sistema’ y lo que realmente nos impide ser libres.

Coincido con Jacob Klatzkin cuando dice que “el poder dominante es una cosa mítica, que debe su existencia a la imaginación. En esencia, es un fenómeno psicológico: toda su realidad es de carácter ilusorio. Vemos a una persona rigiendo un pueblo, dominando a una nación entera. Multitudes de seres humanos le sirven con temor. ¿A quién temen? En fuerza real los esclavos son inmensamente superiores a su amo. Pero cada esclavo se ve a sí mismo como un individuo contra sus compañeros de esclavitud. Aunque se sientan impelidos a rebelarse, se temen mutuamente. A veces se rebela uno de ellos; entonces sus compañeros se ven forzados a castigarle, aunque en sus corazones deseen o proyecten hacer lo que él. No es al dictador a quien temen, sino a la hueste de esclavos que ejecutan sus órdenes. En otras palabras, se temen a sí mismos. Su debilidad es una ficción, un error, un error de esclavo. El dictador obtiene su fuerza agregando la de otros a la suya. Lo hace borrando de la conciencia de sus esclavos el hecho de sus intereses comunes. La multitud se ve como individuos opuestos entre sí. Cada criatura esclavizada se considera esclavizada por la comunidad de sus compañeros de esclavitud. Por este error común, error de muchos, se mantiene el poder de uno. Los muchos recobran la fuerza que les es propia en cuanto advierten este secreto del temor recíproco. La abolición del error en los corazones de esclavo señala el fin del ficticio poder de la tiranía.

Hoy no existe la esclavitud y nadie se considera esclavo; pero la inmensa mayoría de las personas piensa que son los poderosos los que influyen sobre el curso de los acontecimientos, y que los individuos ‘comunes y corrientes’ carecemos de poder y estamos sujetos a las decisiones que tomen aquellos. Muchos dicen que no pueden cambiar sus vidas dependientes, ni realizar las transformaciones sociales que desearían, a causa del ‘sistema imperante’, que no nos permite vivir como quisiéramos ni actuar conforme a nuestros principios y valores.

En realidad, lo que entendemos como ‘sistema imperante’ es, igual que el ‘poder dominante’, no más que una ficción, un mito, cuya existencia ilusoria reside solamente en nuestra propia conciencia.

Vemos a la gente consumiendo y endeudándose y compitiendo y comportándose y estudiando y trabajando, de la manera en que lo exige el mercado, como lo requiere ‘el sistema’, como lo dictan los poderosos y lo exigen los que mandan. Se dice que ‘el sistema castiga’ a los que se marginan y se liberan de sus exigencias y normas. Con esta idea, muchos justifican el permanecer en el ‘sistema’ que no quieren y que incluso dicen que quisieran cambiar. ¿A quién, a qué le temen?

A veces vemos que alguno ‘se sale’ del sistema y actúa siguiendo sus propias convicciones, sus valores e ideales. Entonces son muchísimos los que salen a castigarlo, a criticarlo, a hacerlo ‘entrar en razón’, a convencerlo de que ‘le irá mal’, aunque en sus corazones desearían hacer lo que él. No es el ‘sistema’ el que lo castiga, sino cada uno de nosotros, cada uno de aquellos que siguen actuando en conformidad con lo que requiere el mercado, la publicidad, la política, ‘el sistema’. El ‘sistema’ adquiere existencia y poder por ‘la hueste de esclavos que ejecutan sus órdenes’.

Parafraseando a Klatzkin, nuestra debilidad es una ficción, un error, un error de esclavos. No es al ‘sistema’ a quien tememos, nos tememos a nosotros mismos. El ‘sistema’ adquiere su fuerza sumando las fuerzas nuestras. Lo hace borrando de nuestras conciencias esos valores, ideas, proyectos en que verdaderamente creemos y que quisiéramos (o que algún día quisimos) realizar.

Por este error de muchos, de creer que ‘el sistema existe y nos domina’, el ‘sistema’ se mantiene y se hace fuerte. La abolición de este error en nuestras conciencias señala el término del ficticio poder del ‘sistema’.

Luis Razeto. (Enero 2011)


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Commenti
Inviato: 6/1/2011 12:10  Aggiornato: 6/1/2011 12:10
Autore: Pietro

Condivido l’analisi di Razeto solo in parte. Sono d’acccordo con Lui quando parlava di “bisogni indotti”. A questo proposito, mi piace citare una ricerca che feci al corso di studio di Sociologia con Ferrarotti; si trattava di verificare le condizioni di vita dei baraccati; si era agli inizi della tv-color. Bene, molti dei baraccati, oggetto della nostra ricerca avevano in bella evidenza uno splendente televisione a colori, pur essendo sprovvisti di energia elettrica. In questo caso, chiaramente eravamo in presenza di un bisogno indotto. Ma…
Quando si analizza il regime fascista o nazista, o comunque un sistema di potere perdurante e sostenuto da elementi concretamente obiettivi, non si può parlare di non condizionamento del sistema imperante o di bisogni indotti.
Basta chiederlo ai pensionati al minimissimo che sopravvivono a stento o ai “giovani” 40-45enni ancora in cerca di lavoro e che vagano nel precariato più desolante.
In questi casi abbiamo a che fare con realtà oggettive e non con bisogni indotti.
Naturalmente è del tutto accettabile l’imput di Razeto sul protagonismo e l’importanza delle coscienze. Imput che va coltivato e incoraggiato…Pietro Pacelli
Inviato: 9/1/2011 2:22  Aggiornato: 9/1/2011 8:30
A Pietro Pacelli:

Io non dico che il potere dominante e le istituzioni e il 'sistema' non esistano in assoluto, bensì che sono creazioni sociali che operano attraverso gli individui che le hanno assunte nelle proprie coscienze, e agiscono conformemente ai disegni dei dominanti. Il potere agisce attraverso i sudditi che lo obbediscono, e questi obbediscono perchè credono che hanno da obbedire e che se non lo fanno saranno puniti. Ma i punitori, di nuovo, non sono direttamente coloro che hanno il potere, ma i loro sudditi. Il fatto di essere suddito è qualcosa che succede nella coscienza delle persone, è un fatto psicologico ed ideologico.
La questione che voglio impostare è questa: Come possiamo diventare individui autonomi e solidali? La prime cosa mi pare che sia, smettere di pensare che 'il sistema' ed i potenti sono interamente esteriori a noi stessi.
Nel 1980 tornai in Cile dall'Italia. Mi accorsi che tutti agivano tenendo in mente 'la idea' di Pinochet, e questo li riduceva deboli, timorosi. In pochi giorni mi accorsi che quella 'idea' stava entrando anche nella mia mente. E compresi,... e mi dissi di dover togliermela e cercare di toglierla dalla testa degli amici. E quindi comminciammo a sviluppare il movimento della economia solidale, e siamo diventati capaci di notevoli iniziative, possibili soltanto perché abbiamo smesso di pensare a Pinochet che ci dominava.
A volte penso che gli italiani sono oggi paralizzati dalla 'idea' di Berlusconi. Leggo e sento che tutti parlano di Berlusconi, che non riescono a pensare che a lui. E così Berlusconi diventa potente, invincibile, anche ricevendo la forza da coloro che non lo vogliono al potere. A meno che, cancellando dalla propria testa questa 'idea'...

Quando Pietro Pacelli ci parla dei " 'giovani' 40-45enni ancora in cerca di lavoro e che vagano nel precariato più desolante" e afferma che quella è una realtà oggettiva, io gli rispondo che quei 'giovani' non sarebbero più quei soggetti desolati e vaganti che descrive, se nella loro coscienza non ci fosse l'idea che sono povere vittime del sistema, ma invece siano coscienti di essere persone capaci di fare molte cose, di diventare utili alla società, perché hanno una volontà ed una intelligenza ed una immaginazione potenti. Como ha scritto Gramsci e non mi stanco di ripetere, "solo chi fortemente vuole identifica i mezzi per realizzare la propria volontà".

Luis Razeto
Inviato: 9/1/2011 13:18  Aggiornato: 9/1/2011 13:18
Autore: Pietro

Condivido quello che scrivi Luis. Sono d'accordo con te.
Inviato: 14/1/2011 9:19  Aggiornato: 14/1/2011 10:00
Autore: unviaggiatore

@ Luis

Citi Gramsci “Solo chi fortemente vuole identifica i mezzi per realizzare la propria volontà”

Una evidente prova di questo ci arriva da un prete che si definisce prete di strada, prete no-global, altri lo definiscono il prete rosso.
La vicenda pubblica di Don Andrea Gallo inizia nel 1970 nel quartiere genovese del Carmine dove don Andrea fa scelte di campo con gli emarginati. In quell'anno viene scoperta nel quartiere una fumeria di hashish, prendendo spunto da questo lui parla di altre droghe nella predica domenicale, quelle del linguaggio che definisce un ragazzo “inadatto agli studi” se figlio di povera gente, che definisce un bombardamento su popolazioni inermi “azione in difese della libertà”. La parrocchia diventa punto di riferimento per molti militanti della nuova sinistra, cristiani e non. La borghesia cittadina lo accusa di essere comunista, la curia che giudica i contenuti delle sue prediche “non religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti” decide il suo allontanamento, gli viene offerto un incarico nell'isola di Capraia.
Il provvedimento provoca nella città un movimento di protesta, la curia non torna indietro e ingiunge a don Gallo di obbedire, lui rinuncia all'incarico che lo avrebbe totalmente e definitivamente isolato. Qualche tempo dopo viene accolto dal parroco di San Benedetto al porto. Qui insieme ad un piccolo gruppo fonda una comunità che vuole offrire una proposta di emancipazione all'interno di una partecipazione e confronto critici con il sociale e con il politico. La Comunità di San Benedetto al Porto cresce attraverso un percorso sicuramente tortuoso, si espande fuori dai confini ragionali, nel 2009 acquista assieme ad oltre 540 persone il terreno dove ormai da anni sorge il Presidio Permanente No Dal Molin per mettere radici a difesa del territorio e dei beni comuni, “L' Asociacìon San Benedeto al Puerto" è presente in Repubblica Dominicana fin dal 1993 come organizzazione non governativa (ong), costituita da italiani e dominicani, con l’obiettivo di "lavorare insieme per uno sviluppo locale sostenibile con la partecipazione delle comunità locali. Si promuovono iniziative di assistenza umanitaria, educazione ambientale, culturale e formativa.”
Oggi Don Gallo continua a impegnarsi per la pace e il recupero degli emarginati e dice “Insieme ad altri quaranta sacerdoti nell’estate 2009 ho firmato un appello per “la libertà sul fine vita” promosso da “Micromega”, dopo la morte di Eluana Engaro e durante la discussione al Senato del disegno di legge sul testamento biologico. Noi firmatari non desideriamo che una legge dello Stato sia fatta su misura per i cittadini cattolici. La morte è un appuntamento naturale. La decisione di porre fine a una parvenza di esistenza è di pertinenza esclusiva della persona interessata, che ha il diritto di esprimersi in testamento o di affidarlo alla famiglia di concerto con il medico che agiscono in scienza e coscienza. L’intervento legislativo mortifica la libertà di coscienza. In risposta a questa presa di posizione è partita dalla Congregazione per la dottrina della Fede una lettera indirizzata ai vescovi diocesani e ai superiori, lettera che ordinava di convocare noi quarantun preti “ribelli” per richiamarci ed eventualmente punirci. A 81 anni mi ritrovo ancora una volta sulla lista nera. Non mi riconosco chissà quali qualità, ma almeno sembra che io sia una persona coerente”

Giuliano Cabrini
Inviato: 14/1/2011 18:24  Aggiornato: 14/1/2011 18:25
Autore: fulmini

{Questo articolo di oggi del direttore de 'la Repubblica' è una chiara e tonda conferma della tesi sostenuta da Luis sul "fittizio potere del sistema" - specialmente laddove sferza la "incultura gregaria della sinistra".}

FIAT / Le ragioni di Marchionne e le ragioni di tutti

di Ezio Mauro


Due, tre cose sulla Fiat e il Paese prima che si conoscano i risultati del referendum di Mirafiori. Prima, per ragionare fuori dall'orgia ideologica di chi si schiera sempre con il vincitore e di chi pensa che i canoni della modernità e del progresso - oggi - sono sanciti dal rapporto di forza.

Il voto e la sfida di Torino non disegneranno un nuovo modello di governance per l'Italia, come sperano coloro che oggi attendono da Marchionne quel che per un quindicennio ha promesso Berlusconi, senza mai mantenere. Soprattutto non daranno il via né simbolicamente né concretamente - purtroppo - ad una fase generale di crescita del Paese. Il significato della partita di Mirafiori è un altro, e va chiamato col suo nome: la ridefinizione, dopo tanti anni, del rapporto tra capitale e lavoro.

Un manager che è lui stesso transnazionale, che ha spostato il baricentro della Fiat da Torino a Detroit, ha liberato la famiglia proprietaria dal vincolo centenario con l'automobile ma anche dalla responsabilità verso il Paese, ha deciso un assemblaggio multinazionale dei prodotti che cambierà per sempre la fisionomia e la natura dell'automobile italiana, cambia a questo punto anche le regole del gioco.

Se devo vendere nel mercato globale - dice Marchionne all'operaio - devo produrre al costo e alle condizioni di quel mercato, e se in Italia le condizioni e i costi sono diversi devono adeguarsi: solo così io investirò a Mirafiori, altrimenti andrò in Canada.

Dammi dunque il tuo lavoro secondo le mie necessità, in cambio ti darò più salario e il posto. Non c'è altro perché il posto, in tempi di crisi e di esclusione sociale, diventa la suprema garanzia e ne assorbe ogni altra. Anzi, perché l'investimento sia redditizio, ho bisogno di un controllo totale della produzione, via dunque i diritti (lo sciopero, la rappresentanza) perché sono una variabile indipendente, che rompe il modello di controllo: questo è il nuovo diritto-dovere in cui si esercita la libertà d'impresa. Le ragioni di Marchionne sono quelle della globalizzazione. Ma ci sono anche le ragioni degli altri, che sono le ragioni di tutti, perché chiamano in causa addirittura la democrazia.

Noi vediamo che in questo schema il rapporto tra capitale e lavoro si semplifica perché perde ogni cornice, si rinchiude nella fabbrica, smarrisce ogni valenza nazionale, dunque simbolica, quindi politica. Separato dai diritti, il lavoro torna ad essere semplice prestazione, merce. Ma insieme con i diritti, il lavoro diventava un elemento di dignità e di emancipazione (concetti più ampi del solo, indispensabile salario), dunque di cittadinanza, dando un senso alla Costituzione che lo pone a fondamento della Repubblica proprio per queste ragioni, intendendo in sostanza che senza libertà materiale - nel senso più largo ma anche più concreto del termine - non c'è libertà politica.

Ora, nessuna tra le parti in causa accetterebbe di definire la democrazia come un valore relativo, comprimibile in particolari condizioni davanti a specifiche esigenze. Bene. Ma vediamo oggi che alcune componenti della democrazia, cioè i diritti legati al lavoro (che sono anche i diritti dei più deboli, portatori delle maggiori disuguaglianze) possono essere comprimibili, se il mercato lo vuole, dunque diventano relativi. Soprattutto, questo non rappresenta un problema generale, ma solo dei singoli interessati, che senza più una classe di appartenenza, un partito di rappresentanza, una società con il senso del legame solidale tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione, devono ormai cercare risposte individuali ad una questione collettiva: che non riescono più a far diventare una questione di tutti, vale a dire politica nel senso più alto del termine. Mentre le ragioni del mercato, le ragioni della produzione, vengono considerate comunemente come un problema generale, da condividere.

La vicenda si compie nella cornice spettacolare e dirimente del referendum, dove si confrontano apertamente il sì e il no. Ma qual è il grado di libertà dell'operaio di Mirafiori che va a votare (qualunque sia la sua scelta), sapendo di avere in realtà una sola risposta a disposizione, perché il no equivale alla perdita del posto di lavoro, per sé e per gli altri? Sarà anche questo un problema di democrazia sostanziale, appunto di libertà, oppure per gli operai valgono regole a parte?

Dico questo pensando che sia un grave errore non partecipare al referendum e comunque non riconoscerne l'esito, che deve essere in ogni caso vincolante per tutti, anche nelle condizioni date. Non solo: credo anche che l'urto della globalizzazione, che ci costringe a fare i conti non soltanto tra noi e gli altri (i Paesi emergenti), ma tra noi e noi, resettando regole e condizioni, non vada lasciato interamente sulle spalle dell'imprenditore. Ma c'è pure un modo per negoziare produttività, competitività, compatibilità salvaguardando nello stesso tempo i diritti legati al lavoro, semplicemente perché sono a vantaggio di tutti e dunque a carico di ciascuno, in quanto fanno parte del contesto democratico in cui viviamo, della moderna civiltà italiana ed europea.

Per questo è stupefacente l'incultura gregaria della sinistra che ha smarrito il quadrante della modernità e della conservazione, e pensa che l'innovazione sia cedere al pensiero dominante perché non ha un'idea propria del lavoro oggi, delle nuove disuguaglianze, del legame tra modernizzazione, partecipazione e solidarietà, come dice Beck, quindi la London School of Economics, non un'università marxista del secolo scorso: "Se il capitalismo globale dissolve il nucleo di valori della società del lavoro si rompe un'alleanza storica tra capitalismo, Stato sociale e democrazia", quella democrazia che è venuta al mondo in Europa proprio "come democrazia del lavoro". Cosa c'è di più innovatore e progressista che difendere questo nesso della modernità occidentale, che lega insieme l'economia di mercato, il welfare e la democrazia quotidiana che stiamo vivendo in questa parte del mondo?

Gregaria la sinistra, parassitaria la destra di governo, che usa la forza altrui esclusivamente per regolare i conti ideologici del Novecento visto che non è riuscita a saldarli per via politica, non avendone l'autorità. Ed è un puro ideologismo, non un semplice infortunio, il plauso del Capo del Governo all'idea che la Fiat debba lasciare l'Italia se dovesse perdere il referendum, punendo Torino, le famiglie operaie, l'indotto, il Paese per leso liberismo, altrui. Come se il dividendo ideologico (peraltro preso a prestito) fosse per il Capo del governo italiano più importante del lavoro, della sicurezza, del destino di una città e di un Paese.

Il vuoto della politica ha impedito di chiedere a Marchionne, mentre fissa nuove regole agli operai, di spiegare natura, rischi e potenzialità dell'investimento promesso, chiarendo anche, se il costo del lavoro pesa per il 7 per cento nel valore di un'automobile, quali sono le garanzie dell'azienda che anche tutto ciò che dà forma al restante 93 per cento si stia rimodellando in funzione delle nuove esigenze del mercato mondializzato, per riguadagnare le quote perdute di competitività: garantendo profitti e lavoro. Se la sfida è globale, riguarda appunto tutto e tutti.

Ma il vuoto della politica è più grave se si alza lo sguardo da Mirafiori e si raccorda la Fiat all'Italia. Un Paese fermo legge la sfida di Marchionne come una rivoluzione copernicana e una riforma capitale non del sistema di produzione ma delle relazioni di potere che lo governano: come se fosse possibile per la politica acquistare in outsourcing le riforme che non è capace di produrre in proprio, e gestirle senza condivisione.

La realtà è che l'innovazione berlusconiana del '94 si è accontentata della conquista del potere ed è invecchiata esercitandolo, insieme con tutti i protagonisti in campo - sempre uguali, sempre gli stessi - di maggioranza e d'opposizione. Attorno il mondo ha fatto un giro, è nata Google, è rinata al mercato la Cina: l'Italia è ferma. Guidandola, Berlusconi diventa il simbolo di un Paese bloccato, il cui immobilismo non può però certamente dipendere solo da lui. Attorno alla politica nazionale, il sistema non ha più prodotto uomini riconosciuti come quadri internazionali dalla comunità europea e mondiale, come ai tempi di Ruggiero, Prodi, Monti, Padoa Schioppa, Bonino. Tolta l'eccellenza della moda e in particolare del lusso (che non può trainare da solo l'economia di un Paese) è ferma la produttività e la competitività del sistema industriale, quindi della crescita. Ma appassisce persino la stessa vecchia scuola delle Partecipazioni Statali, declina l'università e tutto il sistema d'istruzione - vero investimento a medio e lungo termine sul futuro -, le televisioni sono diventate inguardabili salvo le nicchie di Sky e della nuova "7". L'establishment ha confermato di non esistere, accontentandosi di essere un network di autoprotezione da rotocalco, incapace di svolgere la funzione nazionale di un richiamo alle regole e ai canoni europei, ma preferendo adattarsi al modus vivendi di un Paese rimpicciolito e rattrappito, pur di staccare qualche dividendo di piccolo potere, all'ombra del potere dominante. Così, inevitabilmente, l'immagine complessiva del Paese è declinata fino a raggiungere i più ingiusti stereotipi che ci hanno sempre accompagnati: in modo che nelle cancellerie non si fa nemmeno più lo sforzo di distinguere la realtà italiana dai luoghi comuni, perché la coincidenza è più comoda, e un'Italia debole fa comodo a tanti.

Il debito pubblico, nella sua massa enorme e nell'impotenza anche culturale della politica di affrontarlo per noi e per i nostri figli, è la fotografia di questo blocco. Che rende difficile affrontare gli spiragli di ripresa che gonfiano le vele alla Germania, ma consentono alla Francia di mantenere lo status di grande Paese se non più di grande potenza, ridanno speranza all'America, cambiano con Cina, India e Brasile la geopolitica mondiale.
Si capisce che in questo quadro la Fiat sembri una soluzione, ma è l'indicazione di un problema. Stupisce, piuttosto, che in tutti gli inviti politici alla "responsabilità", alla "pacificazione", all'"emergenza" che coprono il gran mercato della compravendita di deputati (l'unico fiorente) manchi l'unico appello veramente necessario al Paese: quel "patto per la crescita" che può cambiare l'Italia e che sarà l'indispensabile piattaforma di speranza per il dopo-Berlusconi.
Inviato: 14/6/2011 17:48  Aggiornato: 14/6/2011 18:15
Autore: fulmini

Rivedendo il film di Francesco Rosi Cristo si è fermato a Eboli, tratto dall'omonimo libro di Carlo Levi - interpretato magnificamente da Gian Maria Volonté, ho individuato questo brano molto interessante per la questione che andiamo affrontando.

Gian Maria Volonté/Carlo Levi (da 2' 25" in poi) sente parlare i politici comunisti, liberali, democratici del tempo suo e pensa: “…sono tutti degli adoratori più o meno inconsapevoli dello Stato, lo Stato inteso come qualcosa di trascendente alle persone – tirannico o paternamente provvidenziale, dittatoriale o democratico, ma sempre centralizzato e lontano…”

Pasquale Misuraca