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saperi sociali : Nation Building & Sistema Mondo
di orlandolentini , Mon 22 November 2010 4:00
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{Pubblichiamo il testo della relazione che Orlando Lentini coautore del sito-rivista ha letto all'Accademia delle Scienze della Moldavia il 2 giugno scorso.}

Conferinta Stiintifica Internationala
Republica Moldova in ‘sistemul-lume’ modern: evolutii si perspective
Chisinau , 02-06-2010


NATION BUILDING & SISTEMA MONDO
Orlando Lentini


1 - IDENTITÁ

Stati più o meno nuovi e potenze emergenti pongono sempre il problema di definire la loro identità come conseguenza del cambiamento di status, qualunque sia la loro collocazione nella scala della sovranità. I cosiddetti ‘stati nuovi’, nati dalla decolonizzazione, hanno subito posto il problema della definizione dei propri caratteri distintivi in funzione dell’unità statuale e dei suoi dichiarati interessi, generalmente determinati dalla forza politica al momento egemone nel paese.
Ogni progetto identitario mantiene comunque il vincolo della collocazione nella divisione mondiale del lavoro e nel sistema interstatale. Pertanto, l’identità degli stati nuovi, mentre sembra guardare al passato in cerca di caratteri distintivi, è destinata a forgiarsi piuttosto nelle scelte sul presente nel contesto regionale e mondiale.
Con effetti simili a quelli delle ex colonie, si sono formati i nuovi stati emersi dalla disgregazione del sistema del socialismo sovietico, che però non erano stati colonie ma regioni di un sistema, più o meno autonome dal potere centrale, unite da una lingua comune nel caso dell’ex impero sovietico, o da una comune appartenenza al campo socialista. In questo caso l’identità si ridefiniva a partire soprattutto dall’abbandono del sistema chiuso di divisione del lavoro, una sorta di neo-mercantilismo.
Il mutamento più vistoso tuttavia sarebbe sopraggiunto con l’entrata nel mercato mondiale di due superpotenze demografiche come la Cina e l’India, che non solo si pongono problemi di nuova identità al loro interno, ma stanno imponendo una ridefinizione di identità di tutti gli stati componenti il sistema mondiale ( che sono anche i paesi aderenti all’ONU).
I processi indicati per il periodo che ha seguito la seconda guerra mondiale, tuttavia, sono ricorrenti e si manifestano nel corso della storia in mille modi. Nessuno di questi processi deriva da particolari presunte matrici biologiche o antropologiche, dato che tutti i popoli sono composti di mescolanze sia biologiche che culturali . La condizione di meticciato è la condizione normale di qualsiasi popolo noi prendiamo in esame, quindi dobbiamo chiederci: che altro può definire l’identità di un popolo che si fa nazione e stato?
Quando un paese, o una collettività per le ragioni più diverse riesce a farsi stato, ci chiediamo: quali sono le basi strutturali della sua identità? L’identità è un costrutto, che guarda al passato ma si costruisce nel presente-futuro, e quindi ha la sua forza in una serie di misure politiche che determinano una sorta di trasformazione fondamentale delle forme della convivenza. Elencando sommariamente, possiamo dire che le basi o condizioni strutturali dell’identità di un paese sono:
1 - il sistema costituzionale
2 - il codice civile e penale
3 - organizzazione economica, divisione del lavoro e welfare
4 - sistema educativo
5 - politica estera e di difesa
6 - storiografia prevalente [potere di definizione della situazione]
7 - relazione con la divisione mondiale del lavoro.

L’interiorizzazione delle basi strutturali dell’identità nazionale, è il prerequisito della stabilità culturale nel funzionamento di un paese, o di uno stato nazione, come sistema di norme e valori e di aspettative condivise. Senza interiorizzazione diffusa delle basi strutturali, un paese è destinato a forme ricorrenti di ‘crisi di identità’ e di slealtà, che possono gravemente danneggiare le sue politiche.
Ciò naturalmente non deve far dimenticare che sia le basi strutturali che la conseguente identità sono in continuo aggiustamento, sono cioè costantemente soggette ad alterazioni e modifiche, sia dovute a scelte negoziate, sia a scelte dettate dalle condizioni esterne come effetti non voluti o effetti perversi. Bisogna quindi favorire l’interiorizzazione del sistema di norme e valori e di aspettative condivise non come dati rigidi e immodificabili, ma come ‘regole del gioco’ e modelli di funzionamento che possono essere adattati consensualmente in caso di necessità.

Proprio la ricerca del consenso ci porta al problema della formazione di sistemi democratici di definizione dell’identità nazionale. I processi storici di formazione dei sistemi democratici di identità nazionale sono diversi da area ad area del pianeta, ma hanno subito una sorta di unificazione convergente solo a partire dalla formazione della divisione europea del lavoro mondiale.
L’economia-mondo europea, attraverso un’evoluzione politica secolare, a partire almeno dal XV secolo, ha visto il sorgere di forze sociali e politiche in grado di imporre ai sistemi gerarchici delle grandi monarchie assolute un principio di salvaguardia dell’autogoverno delle forze produttive.
Dal repubblicanesimo dell’economia mondo mediterranea, già espressione della domanda di autogoverno delle forze produttive, si è passati gradualmente alla repubblica olandese, alle prime forme di governi liberali (glorious revolution inglese), al sistema federale americano, alla rivoluzione francese. Si tratta delle tappe fondamentali della transizione verso la democrazia moderna.
I passaggi successivi implicavano innovazioni nelle basi strutturali dell’identità, che hanno segnato in effetti la storia europea e occidentale, per poi imporsi su scala mondiale nel periodo in cui l’occidente ha assunto qualche grado di egemonia e di dominio sul resto del mondo.
Ma in ogni caso il resto del mondo non era certo passivo, e comunque aveva altre storie, che ora emergono come condizioni discriminanti del passaggio dei paesi nuovi, dei paesi usciti dal sistema del socialismo e delle nuove potenze demografiche, alla democrazia. La domanda di democrazia appare come la vera rivoluzione culturale del XX secolo.
Quando si parla di democrazia e di identità democratica, si tratta di un auspicabile modo di essere della convivenza su scala planetaria, ma anche dei modi in cui questa convivenza si esercita su scala locale. Anche in questo caso, il modo di arrivarci definisce un’identità.
Le matrici storiche della democrazia odierna vanno certo ricercate nel passato dell’occidente, ma non come processo lineare. Dal repubblicanesimo al liberalismo, alla ‘democrazia socialista’, siamo passati per molteplici idealtipi. Il contenuto storico della nozione di democrazia varia se consideriamo il settecento, o l’ottocento o il novecento prima della guerra mondiale e dopo.
I modelli inglese e francese sono alla base di molti sistemi politici, il primo come graduale affermazione dell’autogoverno delle forze produttive attraverso la monarchia parlamentare, il secondo come affermazione violenta dell’autogoverno, consolidata dal codice civile napoleonico. L’ottocento è stato una fase di incubazione della democrazia dalle sue radici liberali, ed ha visto l’emergere dei movimenti operai e socialisti, che hanno fornito l’impulso decisivo al salto di qualità della democratizzazione dell’occidente.
Tuttavia l’attuale condizione democratica del mondo, come progetto e come istituzione, è stata definita dalla creazione, durante il New Deal di F. D. Roosevelt, di un ‘ordine politico democratico’, dapprima affermatosi in America in risposta alla grande crisi , e poi divenuto l’idealtipo della convivenza organizzata in seguito alla vittoria degli alleati nella seconda guerra mondiale.
La vittoria degli alleati impone al resto del mondo vari modelli di ordine politico democratico, sanzionati dall’ONU e dalla sua carta dei diritti. A partire da questo momento si può parlare di un modello mondiale di formazione delle identità nazionali, che pone come prerequisito la democratizzazione fondamentale .
I processi storici di democratizzazione saranno le basi delle nuove identità nazionali. Pur mantenendo tutte le sacre differenze, gli stati nazione avranno d’ora in poi la possibilità di misurarsi con un modello di base strutturale comune, definito dall’ONU come requisiti minimi dello sviluppo umano.
Questo processo in corso implica molteplici aggiustamenti o ‘cambi di identità’, che in genere sono guidati dai movimenti e dalle spinte di forze sociali locali, storicamente radicate nel paese e mobilitate in primo luogo per porre con forza il problema dell’autogoverno delle forze produttive, nucleo centrale di quella che Spinoza chiamerebbe la ‘potenza umana’ organizzata.

2 - COSTRUZIONE DELLA NAZIONE

I processi di nation building variano da zona a zona del sistema mondiale moderno. Il recente ‘ritorno della nazione’, dopo la prima versione romantica storicamente attribuita agli effetti della conquista napoleonica dell’Europa, e di cui è espressione anche il caso del ‘risorgimento italiano’, è stato determinato dai processi di decolonizzazione.
La decolonizzazione, liberando aree geopolitiche come l’Africa e il sud-est asiatico dal dominio coloniale, ha dato l’avvio al sorgere di decine e decine di ‘stati nuovi’, che oltre ad aderire all’Organizzazione delle Nazioni Unite, sperimentavano forme diverse di nation building, prendendo spesso a modello il regimi dei paesi di riferimento, per lo più Inghilterra e Francia.
La scelta dei modelli tuttavia doveva fare i conti con le specificità etniche, linguistiche, economiche locali, e in ogni caso aveva come problema principale la costruzione di un vero e proprio ‘stato’. I leader, spesso visti come dei veri e propri eroi nazionali, e i loro partiti, si dentificavano con la nazione e con lo stato in costruzione, tentando di realizzare in pochi anni ciò che i loro modelli avevano realizzato nel corso di secoli.
Poiché i processi di nation building avvenivano nel contesto ideologico mondiale di un ordine politico democratico (ordine imposto almeno sulla carta dall’egemonia americana), ci si è trovati quasi sempre di fronte alla retorica della libertà e della democrazia e alla realtà di regimi tutt’altro che liberali e democratici. In questo senso l’esperienza africana è stata una delusione cocente in quasi tutti i casi .
Tuttavia, i processi di costruzione della nazione, fra molte convulsioni, stanno andando avanti e i paesi africani, sia pure gradualmente si daranno ordinamenti e sistemi di norme e valori sempre più democratici, perché così vuole la divisione mondiale del lavoro e così impone la domanda che emerge dal basso, dai cittadini, di una democratizzazione fondamentale. Lo svilppo delle forze produttive vuole sicurezza, ma ben presto passa a chiedere sempre più democrazia.
Il discorso si presenta analogo per i paesi del medio oriente e dell’Asia centrale, dove si pone anche il problema del confronto fra culture occidentali e culture islamiche. Nel caso del mondo arabo sopravvivono vecchie teocrazie e nuovi potentati economici a forte caratterizzazione islamica, che devono fare i conti non solo con le compatibilità internazionali (ONU etc.), ma anche con la spinta interna alla laicizzazione dello stato e alla garanzia dei diritti umani.
Altri paesi nuovi, derivanti dall’implosione del sistema sovietico, partono dall’esperienza del socialismo, da una forte caratterizzazione statuale e da una sistema di norme e valori a forte valenza sociale, orientato in linea di principio alla cultura della solidarietà. La formazione di una coscienza civica delle nuove nazionalità è fortemente influenzata da queste premesse.
Questa cultura, di fronte alle ondate di neo-liberismo che a partire dall’amministrazione di Ronald Regan hanno avvelenato il clima mondiale, ha portato avanti il processo di nation building dovendo da un lato reintegrarsi nel mercato mondiale dopo decenni di chiusura neomercantilista, dall’altro tentare di difendere le conquiste di una gestione sociale della ricchezza, come il welfare socialista.
Alcuni di questi paesi nuovi, definiti anche ‘paesi in via di sviluppo’ o ‘paesi del terzo mondo’, erano stati messi sotto stretta sorveglianza dal Dipartimento di Stato americano , dagli organismi sovranazionali come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, e naturalmente anche dai paesi più forti nella scala della sovranità.
Non solo Stati Uniti e Unione Sovietica, ma anche Inghilterra, Francia e Germania dettavano o tentavano di dettare le condizioni del cosiddetto sviluppo, offrendo in cambio aiuti sempre interessati, ma comunque indispensabili per il decollo dei paesi nuovi. Il rapporto di interdipendenza ineguale era la regola. [Dopo il 1991, questa situazione non è mutata sostanzialmente].
Così, la costruzione della nazione, la formazione di un’entità statale compiuta e almeno in parte autosufficiente, passavano attraverso condizioni e ‘aggiustamenti strutturali’, che di fatto determinavano le scelte istituzionali ed economiche di paesi che in teoria avrebbero dovuto essere sovrani. La condizione di marginalità nella scala della sovranità è il tratto distintivo di molti paesi nuovi. Lo stato nazione dunque, ieri come oggi, nasce a responsabilità limitata.
Tuttavia, chi ha resistito o tentato di resistere alle pressioni degli organismi internazionali o alle imposizioni delle grandi potenze, si è trovato in una situazione di relativa neutralità, punto di partenza per politiche di crescita basate sempre più sulla propria forza, se non proprio autosostenute. Il complessivo movimento dei paesi ‘non allineati’ ha segnato una svolta dopo gli assetti di Yalta, aprendo la via ad una nuova configurazione geopolitica prima, geoeconomica in seguito, del sistema mondiale emerso dalla Seconda Guerra mondiale.
Inoltre, per una sorta di ironia della storia, alcuni dei paesi che hanno scelto la neutralità si sono trovati a beneficiare degli investimenti esteri, della delocalizzazione, fino a rendersi indispensabili, come nel caso della Cina e dell’India, nella divisione mondiale del lavoro. Da questa sorta di invecchiamento industriale del centro dell’economia mondiale, sono nate nuove prospettive per i paesi terzi e soprattutto spazi per nuove configurazioni della divisione del lavoro mondiale.
La nuova grande trasformazione dell’economia mondiale è in corso e non possiamo nemmeno immaginare quale sarà l’esito, ma possiamo dire che la costruzione di una nazione sarà profondamente segnata dai futuri assetti. Già Cina e India sono impegnate nella ridefinizione delle loro identità di nuove grandi potenze, e così la Russia, ma anche il Brasile e così via. Lo stesso processo sta imponendo nuove identità alle nazioni vecchie, che dovranno fare i conti col peso delle nazioni nuove o rinnovate.
La nuova federazione delle nazioni del vecchio occidente europeo, l’Unione Europea, si trova di fronte a questa inaspettata grande trasformazione della divisione mondiale del lavoro, stretta fra vecchi stati nazione e nuovo sistema mondiale dell’economia. L’Unione Europea sta tentando di darsi un’identità, guardando più all’eredità della prospettiva liberal imposta dall’egemonia americana che al mutamento imposto dai nuovi assetti geoeconomici e geopolitici.
Questi nuovi assetti richiedono urgenti segnali di unità, che però gli stati europei non sembrano in grado di offrire. Prevale in tutti gli stati nazione del vecchio continente ancora il primato dell’unità di analisi stato nazione o società nazionale. Cedere sovranità è ancora un tabù, non solo a Londra, ma anche a Parigi o a Berlino, eppure l’unità di analisi stato nazione sembra inadatta a comprendere l’attuale crisi della moneta unica.
Un’unità di analisi che appariva obsoleta già dopo la Prima Guerra mondiale, e che si è rivelata ancora più lontana dalla realtà dopo la Seconda Guerra. Infatti, la vittoria americana e la conseguente egemonia nel sistema mondiale avevano senza ombra di dubbio definito una nuova scala della sovranità che, con la metafora di Wallerstein, si presentava ancora una volta con un centro, una semiperiferia e una periferia.
Pur trattandosi di una metafora oggi poco funzionale, questa tripartizione della geometria variabile degli stati del sistema-mondo rendeva lo stato nazione poco più che una parte di un tutto. Uno stato molto interdipendente da un insieme determinato dalla divisione mondiale del lavoro, egemonizzata dal suo centro, che dopo la guerra era costituito dagli Stati Uniti d’America. L’ipotesi dei due centri, quello americano e quello sovietico , era pura apparenza legittimata dagli accordi di Yalta, ma l’egemonia era saldamente nelle mani degli USA.
Inoltre la Seconda Guerra, attraverso gli alleati delle nazioni unite, ha creato anche la nuova ideologia del mondo unico (one worldism, in italiano unomondismo). Questa ideologia del mondo unico, sostenuta sia dai democratici che dai repubblicani, ha costituito lo spirito fondante dell’ONU, la prima vera organizzazione unomondista nella storia, che durante l’amministrazione Truman è stata costruita ad immagine e somiglianza dei valori del New Deal rooseveltiano.
In tal modo, grazie alla vittoria nella guerra mondiale e alla conseguente egemonia USA, l’ONU ha potuto unire decine e decine di stati nazione vecchi e nuovi nello spirito della Carta dei Diritti dell’Uomo. Abbiamo così avuto un’ideologia unificante e insieme il rilancio degli stati nazione prima attraverso la decolonizzazione e poi attraverso l’implosione del sistema sovietico.
L’unità di analisi stato nazione, pur apparendo in contrasto con l’unomondismo delle Nazioni Unite, in realtà rendeva possibile il riconoscimento di entità diverse, con identità, lingue, religioni e culture diverse, ma unite nella comune adesione ai valori dello sviluppo umano sanciti dall’ONU.
Questa prospettiva, che come abbiamo detto deriva direttamente dall’ordine politico democratico creato dal New Deal, è stata imposta, non senza vistose contraddizioni, a tutto il mondo occidentale dagli Stati Uniti. Infine questa regola di convivenza si è affermata come regola standard per tutti i paesi del mondo, che pur restando stati nazione, sono anche parte integrante del sistema-mondo come mondo unico.
Risulta chiaro a questo punto che, nonostante tutto, lo stato nazione continua a svolgere un ruolo fondamentale nell’organizzazione della convivenza di una collettività, ed è lungi dall’essere superato o anche semplicemente obsoleto. La sua funzione è cruciale su tutti i piani che definiscono la capacità di un nucleo di forze produttive di autosostenersi e svilupparsi.
Come aveva già notato Frederic List, un’economia non può che essere nazionale se vuol essere competitiva nei mercati mondiali . Questa verità appare oggi ben fondata nell’esperienza di tutti gli stati nuovi. D’altra parte, lo stato nazione non è mai autosufficiente ed esiste soltanto in funzione di un’interdipendenza che dopo la Seconda Guerra mondiale è risultata ben evidente.
Si tratta dunque di districarsi e muoversi nelle pieghe dell’interdipendenza, che può essere piegata ai propri interessi soltanto in funzione della posizione di uno stato nazione nella scala della sovranità. L’attuale grande trasformazione della divisione mondiale del lavoro impone scelte di scala. Ed è questa scelta di scala che ha spinto i vecchi stati europei a tentare di unirsi. Ma di unioni se ne possono progettare o imporre molte e diverse.
Unioni come la Cina, l’India o anche gli Stati Uniti hanno avuto secoli per consolidarsi, ma non sono eterne, come ha dimostrato il caso russo . E così altre unioni possono nascere, di media o ampia grandezza. Tuttavia le disunioni sono sempre dietro la porta. Si parla oggi anche di eventuale disunione degli Stati Uniti, e perfino l’Italia rischia la secessione della sua zona più ricca. I processi di aggregazione e di separazione, nella lunga durata braudeliana, sono più normali e regolari di quanto si pensi.
Forse, ricordando il Machiavelli delle Istorie fiorentine, dovremmo ammettere una sorta di ciclo di vita delle collettività, e una continua spinta dissipativa, che a stento si riesce a frenare. Gli stati nazione sono da oltre cinquecento anni l’unità di analisi che meglio spiega i processi di aggregazione e dissipazione delle collettività, ma oggi questa unità di analisi concepita come un’entità che basta a se stessa, deve riconoscere la sua inadeguatezza di fronte al formarsi di un mondo veramente unico che non è più concepibile, come lo era ai tempi di Machiavelli, come un impero mondo.
La definizione dei caratteri nazionali di una storiografia si può far risalire alle Istorie Fiorentine, e si può anche dire che proprio da Machiavelli si incomincia a ragionare in termini di stato nazione, proprio perché la ‘nazione fiorentina’ non riusciva a farsi ‘nazione italiana’, mentre Spagna, Francia, e Inghilterra erano già consolidate realtà politiche unitarie.
Così lo stato nazione, come categoria storiografica, si perfeziona proprio alla ricerca di un nuovo e impossibile stato unitario degli italiani. Il caso Italia sembra emblematico sia ai tempi di Machiavelli che nella fase del cosiddetto Risorgimento, un movimento di liberazione nazionale e di unificazione che ha fornito molti elementi di riflessione ad altri popoli afflitti da problemi simili.
Quel che vale la pena di rilevare è la costante che caratterizza il processo di costruzione della nazione. Come abbiamo sottolineato parlando dei caratteri strutturali dell’identità, questi caratteri sembrano essere l’elemento cruciale di una unione, a partire proprio dal sistema costituzionale e dal sistema produttivo, veri e propri software e hardware di uno stato nazione.
Questa unione tende storicamente, quando ha successo, a privilegiare ciò che unisce rispetto a ciò che divide, anche se questo sembra essere più il risultato di una spinta subliminale alla persistenza, una sorta di manifestazione dell’istinto di sopravvivenza, per cui le strategie di costruzione della nazione finiscono per definirsi come strategie di sopravvivenza.
Nel caso italiano, quello che meglio conosco, abbiamo avuto tre distinte strategie di unione e di sopravvivenza: la prima fondata sullo statuto albertino e sulla monarchia liberale, la seconda, fallimentare, sul fascismo e la terza sulla democrazia repubblicana.
Anche se oggi riteniamo impensabile tornare al sistema monarchico liberale, dobbiamo riconoscere che quel sistema ha saputo tenere insieme per decenni, dal 1860 al 1920, quelli che erano stati soltanto una serie di piccoli stati imbelli, per poi cedere alla barbarie fascista.
La nuova Italia democratica e repubblicana ci appare oggi come la migliore strategia di sopravvivenza nel sistema-mondo, proprio perché abbiamo piena consapevolezza dei nostri limiti nella scala della sovranità, ma insieme coltiviamo aspirazioni di miglior collocazione nella divisione mondiale del lavoro.


3 – STORIOGRAFIA DEL SISTEMA MONDO

La storiografia del sistema mondo elaborata da Immanuel Wallerstein è stata certamente il portato di una riflessione americana nella fase della crisi egemonica degli Stati Uniti . Alla fine degli anni sessanta dominavano la storiografia da un lato la Cambridge Economic History, dall’altro la scuola braudeliana delle Annales. La Cambridge era guidata da una sorta di condivisa teoria storiografica della modernizzazione, sia di ascendenza liberale che di ascendenza marxista.
La scuola delle Annales, nella versione matura del Braudel di Filippo II, era invece orientata a superare le interpretazioni del mondo liberal-marxiste, ossia quelle interpretazioni basate sulla formazione di un canone, sulla cosiddetta concezione economica della storia, per l’essenziale fondata sull’asse Smith-Marx.
La visione braudeliana sembrava riportare la lettura del passato ad un momento di stato nascente, senza paradigmi, molto simile a quello che lo stesso Braudel deve aver incontrato quando studiava il Mediterraneo del Cinquecento, fase iniziale della formazione del sistema mondiale moderno e punto di partenza della formazione del paradigma liberal-marxista. La storiografia pre-paradigmatica di Braudel apparve subito molto utile a Wallerstein, allora alle prese con la crisi di egemonia degli Stati Uniti, con la crisi del paradigma liberale, e dello stesso assetto bipolare del mondo.
La discutibile visione dominante di una modernizzazione avente come culmine l’eccezionalismo americano, ha indotto Wallerstein a ripercorrere la storia dell’economia mondo, individuando nell’economia europea le matrici di una nuova divisione mondiale del lavoro, che tendeva a creare fin dal Cinquecento un nuovo mondo unico.
Di qui la nozione di economia-mondo, contrapposta ai vecchi imperi-mondo, e la nozione di sistema-mondo. In un certo senso la visione pre-paradigmatica di Braudel è servita a Wallerstein come provvisoria base critica dei vecchi paradigmi, allo scopo di creare un nuovo paradigma, che poi si è affermato come un nuovo canone storiografico, abbastanza fortunato.
L’analisi dei sistemi mondo proposta da Wallerstein aveva l’indubbio merito di rivedere criticamente la storiografia liberal-marxista, ma non rinunciava ad alcuni capisaldi della storiografia della modernizzazione, come l’economicismo dei marxisti o di Walt Rostow.
Tuttavia Wallerstein, formatosi come sociologo politico, aveva una forte sensibilità per i processi di nation building, studiati da giovane nella sua fase africanista, e questo spiega perchè nel suo sistema mondo ha un ruolo molto importante la conseguente formazione di uno specifico sistema-interstatale, che risulta decisivo per le strategie economiche del centro, della semperiferia e della periferia.
Piuttosto statica, oltre che difficile da formalizzare, questa metafora ha subito mostrato i suoi limiti, apparendo più un’istantanea del medio periodo che una sequenza di lunga durata. In effetti, subendo le influenze della teoria della dipendenza, Wallerstein attraversa una fase di adesione alla teoria di Gunder Frank della periferizzazione delle aree non solo esterne ma anche più deboli del sistema mondo.
Comunque, attraverso questa adesione, gli sarà possibile andare oltre le teorie della modernizzazione e tentare di formare una storiografia più aderente ai processi di mutamento sociale, che il liberal-marxismo costringeva entro categorie analitiche obsolete. Liberarsi dalle categorie analitiche dell’eccezionalismo occidentale era allora diventato il programma della sinistra mondiale.
Bisogna riconoscere che una combinazione di teorie della dipendenza, di nation building, di marxismo degli anni sessanta, di valori liberal e di unomondismo, tenuti insieme nel nome della storiografia braudeliana ma con altrettanti debiti nei confronti della Cambridge Economic History, hanno fatto dell’analisi dei sistemi mondo, per un certo periodo, la storiografia più innovativa.
Il carattere innovativo di questo approccio si è mantenuto almeno fino agli anni ottanta, quando il sistema mondiale bipolare si è dissolto e il problema di ridefinire o disapprendere le vecchie categorie analitiche è diventato una grande urgenza. Così, disapprendere le scienze sociali è divenuto, dopo il 1990, il nuovo programma di ricerca di Wallerstein, in un certo senso ponendo in secondo piano la svolta paradigmatica di vent’anni prima.
In questa seconda fase, insieme al compito di disapprendere i vecchi schemi storiografici, si è imposto anche il compito di fare i conti con le prospettive liberal, prospettive in cui si era formato il giovane Wallerstein negli anni quaranta e poi frustrate dalla guerra fredda e dal maccartismo negli anni cinquanta. Questa nuova fase ha decisamente posto in mora il progetto di un quarto volume sulla storia del sistema mondo, già completato ma mai pubblicato.
Ora il compito che Wallerstein si è assunto è di contribuire alla democratizzazione del mondo, alla denuncia di ogni forma di prevaricazione di uno stato contro un altro, all’affermazione dei diritti politici e civili su scala mondiale. Insomma, Wallerstein si propone alla guida di una componente radicale della sinistra mondiale, anche se nella sostanza la sua è una visione liberal-democratica.
Mentre l’unomondismo può considerarsi una realtà, la teoria storiografica del sistema mondo, al momento attuale, può considerarsi solo una brillante metafora, una nuova grande narrazione divenuta ben presto vecchia, incapace di interpretare l’ennesima grande trasformazione in corso. L’analisi dei sistemi mondo, in questa nuova fase, sembra propendere per le critiche mosse a Wallerstein da Gunder Frank, di aver ignorato la centralità secolare della Cina.
Il messaggio di Frank, contenuto nel suo ultimo libro, suona come una sconfessione di decenni di sociologia e storiografia critica e radicale, una storiografia che aveva trionfato negli anni sessanta per poi declinare. Anche in questo caso, sarà la storiografia pre-paradigmatica di Braudel a fornire gli strumenti ideologici della critica di Frank all’analisi dei sistemi mondo. Nemesi storica e potenza analitica del braudelismo.
Comunque, a giudicare dall’attuale crisi di identità dell’odierno sistema interstatale, si direbbe che lo studio della costruzione della nazione stia tornando a forme di realpolitik, alla considerazione di quelli che Machiavelli vedeva come una sorta di ‘universali politologici’. L’emergere della Cina ha fatto da catalizzatore, ma si può dire che le prospettive liberal tornano, almeno così sembra, dietro le quinte. Anche l’analisi dei sistemi mondo viene aggiunta alla lunga lista delle utopie .
Mentre il paradigma liberal-marxista, nella fase ascendente dell’egemonia occidentale, aveva creato una visione orientata ai valori, fossero essi la lotta di classe o gli spiriti animali delle forze produttive, ma comunque in vista di un perfezionamento delle collettività, ora si torna a considerazioni di rapporti di forza, appena mitigati dalla consapevolezza che in mancanza di un sistema comune di norme e valori, e di aspettative condivise, il sistema mondiale rischia ancora una volta di perdersi.









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Commenti
Inviato: 22/11/2010 14:04  Aggiornato: 22/11/2010 15:12
Autore: fulmini

@ Orlando Lentini

Concordo con molte osservazioni storiche-teoriche contenute nel tuo testo – del resto ci conosciamo e ci leggiamo da trentacinque anni: se non avessimo appreso l’uno dall’altro saremmo come le dive e come le anitre, provviste di piume impermeabili: “Gli si possono gettare addosso gran secchiate d’acqua, escono dalla prova assolutamente asciutte." (Jean Renoir, Ma vie et mes films)

Discordo invece quando dici (scrivi) che “lo stato nazione continua a svolgere un ruolo fondamentale nell’organizzazione della convivenza di una collettività, ed è lungi dall’essere superato o anche semplicemente obsoleto.”

E’ vero che di seguito aggiungi: “Gli stati nazione sono da oltre cinquecento anni l’unità di analisi che meglio spiega i processi di aggregazione e dissipazione delle collettività, ma oggi questa unità di analisi concepita come un’entità che basta a se stessa, deve riconoscere la sua inadeguatezza di fronte al formarsi di un mondo veramente unico che non è più concepibile, come lo era ai tempi di Machiavelli, come un impero mondo.”

Ma, Orlando, Stato-Nazione + Sistema Mondo non sono la soluzione del problema. Per il fatto storico-teorico che lo Stato Nazione è in crisi storica da un secolo e, come l’asino di Buridano, e sempre più incerto tra la localizzazione e l’internazionalizzazione (in Italia, oggi: tra la Lega e l’Unione Europea), e di conseguenza agonizza e implode.

Ecco perché lo Stato Nazionale italiano non può estirpare la ‘ndrangheta.

Le Unioni Regionali (in quanto superamento degli Stati Nazionali e delle Leghe Antistatali) sono oggi, potenzialmente, quello che al tempo del Machiavelli erano gli Stati Nazionali sorgenti. Ma questo i marxisti, arrivati tardi e male alla comprensione dello Stato – per responsabilità prima di Marx – non lo capiscono ancora. Infatti Gianfranco Fini recita Patria-Patria-Patria, ma Pier Luigi Bersani non recita Stato-Unione Europea-Mondo.

Per responsabilità di Marx? Sì, Orlando. Marx si è ‘bloccato’ di fronte al problema dello Stato, e non ha costruito una scienza della politica e una teoria dello Stato degne di questo nome. Centrale del suo pensiero è la contraddizione consistente nel fatto che “il campo della politica era analiticamente secondario per lui” mentre “nella prassi di Marx la politica era assolutamente primaria” Eric Hobsbawm, Convegno gramsciano di Firenze 1977)

Pasquale Misuraca
Inviato: 24/11/2010 9:19  Aggiornato: 24/11/2010 9:19
Credo che le considerazioni svolte da Orlando Lentini e le osservazioni di Pasquale Misuraca, di alto contenuto culturale e perciò di estrema utilità nel dibattito contemporaneo, rivelino quanto ancora bisogna faticare per giungere ad un'idea di Stato nazione o di Nazione stato che sia rispettosa della democrazia, dell'eguaglianza e della libertà e capace di superare "la crisi di identità dell'odierno sistema interstatale". Mi limito a ricordare Tocqueville che, come Marx, giudicava il centralismo adottato da Richelieu e Mazzarino positivo quando mettevano lo Stato contro la feudalità. Il problema, che può valere anche oggi, si può far risalire ad un dato di fatto:"la classe borghese, nel momento stesso della sua vittoria sul regime feudale, aveva dimostrato la propria incompatibilità a governare direttamente. Lo Stato non poteva dunque considerarsi come una marionetta nelle mani di un potere di classe, quale che fosse, feudale, borghese, contadina, proletaria. Era invece l'espressione autonoma di interessi comuni e grandi che susssistevano al di là degli interessi sociali dominanti in quel momento. Uno Stato amministrato non già da un personale d'una determinata estrazione sociale, ma da un personale politico con propri riferimenti culturali e una propria ideologia che era poi quella dell'autonomia costituzionale". Filippo Piccione
Inviato: 24/11/2010 9:40  Aggiornato: 24/11/2010 9:40
@ Filippo Piccione

Sviluppo interessante il tuo, dei dialoghi a partire dal post di Orlando Lentini (dialoghi, che sulla Rete, chissà perché, si chiamano 'commenti'). Puoi nominare l'autore della citazione virgolettata? Così continuiamo.

Pasquale Misuraca
Inviato: 19/12/2010 5:48  Aggiornato: 19/12/2010 5:48
Autore: fulmini

Inviato: 19/12/2010 20:00  Aggiornato: 19/12/2010 20:15
Molto interessante il saggio di Orlando Lentini, che nella mia lettura, illustra i processi di formazione e dissoluzione - in tempi storici differenti per i diversi paesi e regioni del mondo - della moderna civiltà statale e industriale. Dalla lettura mi risulta chiaro (anche se questo non risulta esplicito e neppure condiviso dall'autore) che siamo ormai alla fine dell'epoca storica segnata da questa civiltà moderna.
Luis Razeto
Inviato: 11/11/2016 13:35  Aggiornato: 11/11/2016 13:35
Autore: fulmini

ENTREVISTA EXCLUSIVA A NOAM CHOMSKY: “En Estados Unidos la Guerra Civil aún no terminó”:
http://www.other-news.info/noticias/2016/11/en-estados-unidos-la-guerra-civil-aun-no-termino/