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Gramsci : Che fare per uscire dalla crisi?
di fulmini , Sun 26 September 2010 6:00
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Convegno internazionale di studi gramsciani di Firenze del dicembre 1977. Luis Razeto ed io presentiamo la comunicazione ‘Razionalità teorico-scientifica e razionalità storico-politica’. Venti pagine, trovate il testo intero qui.

Ecco di seguito la conclusione di quella prima pubblicazione delle nostre ricerche storiche e scientifiche che produrranno di lì a poco il primo libro di scienza della storia e della politica - il capitolo sulla ‘crisi’. Sì, analizzavamo proprio la crisi che stiamo vivendo da diversi decenni e che dal 2008 ha assunto forma finanziaria ed economica globale, e della quale più di trenta anni fa, meno che trentenni, abbiamo individuato le radici agli inizi del Novecento. Sulle pagine del sito-rivista abbiamo scritto a più riprese che questa crisi non è ‘congiunturale’ - non passerà come passa un raffreddore, restando al caldo e portando pazienza – anzi l’abbiamo definita addirittura ‘crisi organica’ – intendendo una crisi che può essere risolta soltanto attraverso la creazione di una nuova superiore civiltà (analogamente al modo in cui la crisi organica della civiltà medioevale è stata risolta attraverso la creazione della civiltà moderna).

La trattazione completa, teorico-scientifica e storico-politica, della ‘crisi organica’, la trovate qui. Ed ora la primizia, il capitolo.

*

VII. Dalla riorganizzazione degli Stati contemporanei ad una nuova epoca politica

La ‘grande crisi’ non è da intendersi limitatamente come l’insieme dei fenomeni economico-finanziari che investirono il mercato capitalistico alla fine degli anni Venti, ma come una fase storica complessa di lunga durata e di carattere mondiale nella quale i processi economici, politici e culturali ed i loro rapporti sono interessati da un rapido movimento trasformativo. “Si può dire – scrive Gramsci (Quaderni del carcere, Einaudi, 1975, pp. 1755-56) – che della crisi come tale non vi è data d’inizio. Tutto il dopoguerra è crisi, con tentativi di ovviarla. Per alcuni (e forse non a torto) la guerra stessa è una manifestazione della crisi, anzi la prima manifestazione; appunto la guerra fu la risposta politica ed organizzativa dei responsabili.”) Tale crisi non fu né puramente economica né specificamente politica, ma consistette piuttosto nella contraddizione tra i rapporti economici dati e gli emergenti rapporti politici. Si trattò di una particolare “situazione di contrasto tra rappresentati e rappresentanti” il cui “contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua grande impresa per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passati di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di ‘crisi di autorità’ e ciò è appunto la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.” (Q, 1603)

Un’altra delle contraddizioni fondamentali – aggiunge Gramsci (Q, 1756) – è questa: che mentre la vita economica ha come premessa necessaria l’internazionalismo o meglio il cosmopolitismo, la vita statale si è sempre più sviluppata nel senso del ‘nazionalismo’, ‘del bastare a se stessi’ ecc. Uno dei caratteri più appariscenti della ‘attuale crisi’ è niente altro che l’esasperazione dell’elemento nazionalistico (statale nazionalistico) nell’economia.” La crisi si presentava nel periodo in cui il capitalismo aveva formato un mercato di dimensioni mondiali e quindi si era creata la possibilità che i gruppi economici dominanti nelle singole nazioni – particolarmente delle più forti – ricavassero profitto traendo ricchezza ad altre nazioni capitalistiche; in queste condizioni il mercato economico internazionale si costituisce come luogo di competizione tra gruppi economici dominanti nazionali. La scissione tra il cosmopolitismo della vita economica e il nazionalismo della vita statale è dunque all’origine della guerra in quanto, in mancanza di una dialettica politica di composisione dei rapporti di forza tra le classi dominanti unificate nei singoli Stati nazionali, s’impone il momento militare. La guerra costituì un surrogato di uno Stato multinazionale, cioè un complesso di attività pratiche e teoriche militari – mancante sul piano internazionale – che definiscono lo Stato come unità politico-culturale.

La guerra fu insieme una risposta organizzativa al bisogno di trasformare complessivamente le classi subordinate per renderle adatte allo svolgimento delle nuove forme produttive che s’imponevano, per interrompere i loro processi di attivazione politica autonoma e inserirle in sistemi di rapporti autoritari. In effetti uno degli elementi decisivi della crisi era dato dalla rottura degli ‘automatismi’ dati e dalla diffusione di comportamenti collettivi critici tra le classi subordinate, ciò che evidenziava l’incapacità delle classi dirigenti a conformare i modi di sentire pensare e agire dei diretti secondo le esigenze della economia e dello Stato. La guerra significò lo spostamento di grandi masse, specialmente di contadini, l’eguagliamento delle condizioni di vita dell’insieme delle classi subordinate, la concentrazione di esse e la loro organizzazione disciplinata, la formazione di una volontà collettiva conforme ai fini statali nazionali, e in generale l’elaborazione pratica, ancora confusa e istintiva, di nuove condotte individuali e di gruppo.

Ma la guerra, in questo senso prima risposta alla crisi, non la risolve, restandone parte e suo prolungamento. È nel dopoguerra che vengono elaborate e organizzate risposte complessive, che si presentano come grandi progetti (o modelli) di sviluppo economico e di riorganizzazione degli Stati contemporanei, differenziati regionalmente: fascismo, stalinismo, americanismo.

L’elaborazione di queste risposte fu condotta da determinate scienze economico-sociali (un’insieme di attività teorico-scientifiche di razionalizzazione), le cui espressioni fondamentali furono in URSS la sociologia-tendenza deteriore del marxismo e in Occidente la sociologia-scienza sociale alternativa al marxismo. Fu tramite queste elaborazioni che i gruppi dirigenti al potere acquistarono coscienza dei propri fini ed approntarono specifiche risposte ai compiti immediati che avevano di fronte: costruzione degli strumenti teorici per guidare la raccolta delle informazioni e l’intrapresa delle decisioni statali; formazione degli intellettuali, dei tecnici e dei funzionari responsabili dell’organizzazione e realizzazione del progetto ai vari livelli; diffusione di massa dei nuovi indirizzi e costruzione del consenso.

Queste strutture concettuali e operative progettano e guidano la ricomposizione dei rapporti fra teoria e pratica sviluppando le attività teorico-scientifiche come tecniche subordinate alle attività politiche dei gruppi dirigenti dell’economia e dello Stato; fra dirigenti e diretti rafforzando ed estendendo gli apparati burocratici pubblici e privati come strumenti della formazione del nuovo conformismo di massa; fra gli Stati organizzando il conflitto tra i grandi blocchi regionali di potere economico, politico e militare e tra aree a diverso grado di industrializzazione.

Questi processi di razionalizzazione si concretizzano in due direzioni fondamentali, la taylorizzazione della produzione e del lavoro, e l’espansione di una burocrazia tecnocratica che sostituisce la burocrazia tradizionale. Tramite tali processi si tenta, nelle nuove condizioni, di svolgere ciò che Grmsci definisce il “compito educativo e formativo dello Stato, che ha sempre il fine di creare nuovi e più alti tipi di civiltà, di adeguare la ‘civiltà’ e la moralità delle più vaste masse popolari alle necessità del continuo sviluppo dell’apparato economico di produzione, quindi di elaborare anche fisicamente dei tipi nuovi d’umanità.” (Q, 1565-66)

Scrive Gramsci: “La storia dell’industrialismo è sempre stata (e lo diventa oggi in una forma più accentuata e rigorosa) un processo ininterrotto, spesso doloroso e sanguinoso, di soggiogamento degli istinti a sempre nuove, più complesse e rigide norme e abitudini di ordine, di esattezza, di precisione che rendano possibili le forme sempre più complesse di vita collettiva che sono la conseguenza necessaria dello sviluppo dell’industrialismo.” (Q, 2160-61) Più specificamente il Taylor si propone di “sviluppare nel lavoratore al massimo grado gli atteggiamenti macchinali ed automatici, spezzare il vecchio nesso psico-fisico del lavoro professionale qualificato che domandava una certa partecipazione attiva dell’intelligenza, della fantasia, dell’iniziativa del lavoratore e ridurre le operazioni produttive al solo aspetto fisico macchinale. Avverrà inevitabilmente una selezione forzata, una parte della vecchia classe lavoratrice verrà spietatamente eliminata dal mondo del lavoro e forse dal mondo tout court.” (Q, 2165)

Nel contempo si produce un cambiamento nella struttura interna della burocrazia, fattosi necessario per il bisogno di organizzare e controllare i processi di formazione dei comportamenti politici e civili connessi alla razionalizzazione del lavoro. La formazione della burocrazia tecnocratica portatrice di nuovi criteri tecnici di gestione e amministrazione comporta un mutamento complessivo nei sistemi dei rapporti tra dirigenti e diretti e nella stessa struttura dell’attività politica. Il predominio della nuova burocrazia tecnicizza il processo di rappresentanza e di formazione del consenso, col loro conseguente svuotamento ideologico. Tali processi si realizzano non più attraverso il discorso intellettuale bensí tramite l’induzione di stereotipi comportamentali che non evidenziano il contenuto ideologico del messaggio, utilizzando allo scopo le più raffinate tecniche della comunicazione di massa.

Siamo partiti evidenziando il logoramento di questi modelli di sviluppo economico e di riorganizzazione politico-statale, e delle attività teorico-scientifiche che ne costituivano la guida. Dall’epoca della disgregazione della civiltà cattolico-medioevale non si è costituita fino ad oggi una nuova (relativamente) stabile unità fra teoria e pratica; Gramsci ci indica che i problemi della nostra epoca devono essere visti in questa dimensione storica.

Una nuova superiore razionalità teorico-scientifica capace di aprire un’altra epoca politica deve conquistare i massimi livelli dello sviluppo culturale e scientifico e al contempo possedere la capacità di diventare pensiero e pratica delle moltitudini: “Le idee sono grandi in quanto sono attuabili, cioè in quanto rendono chiaro un rapporto reale che è immanente nella situazione e lo rendono chiaro in quanto mostrano concretamente il processo di atti attraverso cui una volontà collettiva organizzata porta alla luce quel rapporto (lo crea) o portatolo alla luce lo distrugge, sostituendolo. Il progetto deve essere capito da ogni elemento attivo, in modo che egli vede quale deve essere il suo compito nella sua realizzazione e attuazione.” (Q, 1050)

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