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agathotopia : Fenomeni urbani di tendenza
di unviaggiatore , Tue 29 June 2010 9:30
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E io mi faccio l'orto!

Spuntano come funghi gli orti sociali, aree coltivabili divise in microappezzamenti dove la domenica le famiglie si riuniscono anche per far giocare i bambini e per mangiare insieme la verdura raccolta. È un fenomeno di tendenza affiancato dalla pratica della coltivazione su terrazzi e davanzali di piccoli ortaggi e da quella più eclatante dei guerrìlla farmers, persone che armate di zappetta e annaffiatoio "occupano" anche minuscole aiuole scampate al parcheggio selvaggio o aree più estese abbandonate a se stesse e a rischio di cementificazione per coltivare finocchi, cipolle e zucchine.

E poi ci sono gli appassionati di orticoltura che trasformano cortili e piccole aiuole in incubatori di piante a rischio di estinzione: varietà autoctone che le coltivazioni intensive hanno abbandonato preferendo ibridi più ,prolifici e resistenti. Ha fatto scuola in questo senso il progetto milanese 'Lunedì Sostenibili' al quartiere Isola, serate dedicate al verde e alla socialità dove le persone che si occupano di verde urbano etico si scambiano opinioni e sementi all'insegna di un sogno comune: ritrovare il contatto con la ciclicità della vita difendere li biodiversità anche a tavola. Del resto i milanesi sono sempre stati sensibili alternativi. Lungo i binari del treno l'autoproduzione di verdure e piccoli frutti era il vanto di tante famiglie: lo storico Centro sociale della Rizzoli Quotidiani di via Cefalù, fortemente voluto dall'allora azionista, Maria Giulia Crespi, da oltre cinquantanni sfoggia i suoi cento piccoli orti sociali dove si coltiva di tutto in libertà. Unico limite imposto: metodi bio e niente patate (facili prede di parassiti).

Curare un orto fa bene allo spirito.

Non a caso è una delle pratiche imprescindibili in ogni convento, stimola la creatività e fa risparmiare. L'alimentazione ecosostenibile in città fino a poco tempo fa era appannaggio solo di chi si poteva permettere di spendere il triplo di una spesa normale per una fatta secondo criteri bio. La diffusione dei gruppi d'acquisto solidale e la neonata voglia di "verdura fai da te" sta cambiando le cose. E le associazioni ambientaliste stanno lavorando sodo. Legambiente ha siglato un protocollo d'intesa con la Regione Lazio per la nascita di nuovi orti urbani a Roma, mentre Italia Nostra con il progetto "Orti Urbani" in accordo con Anci (associazione comuni italiani) invita enti e privati titolari di aree verdi a destinarle all'arte del coltivare anche per la vendita diretta a prezzi politici.

Fenomeni urbani di tendenza.

Giuliano Cabrini (errata corrige: autore del post è Andrea Giuseppe Augusto Agostini. Spiegazione: stamattina ho ricevuto da Giuliano Cabrini questo post, ho supposto che fosse farina del suo sacco e l'ho pubblicato a suo nome. Poco fa Giuliano mi ha avvertito dell'equivoco. Rimedio. Tardi, lo so. Chiedo venia.)

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Commenti
Inviato: 29/6/2010 9:57  Aggiornato: 29/6/2010 9:57
Autore: fulmini

Bella notizia.

La integro: accanto agli orti cittadini stanno nascendo gli orti domestici. Sto allegramente collaborando all'intrapresa con questa pianta di pomodoro.
Inviato: 29/6/2010 11:13  Aggiornato: 29/6/2010 11:13
Inviato: 29/6/2010 19:01  Aggiornato: 29/6/2010 19:01
Autore: fulmini

Inviato: 30/6/2010 17:10  Aggiornato: 30/6/2010 17:10
Caro Giuliano,
sfogliando il diario asistematico del mio lungo viaggio, trovo,

“il viaggio definitivo” di Juan Ramon Imenez e te lo propongo:

E me ne andrò. E resteranno gli uccelli
a cantare:
e resterà l'orto, col suo albero verde
e col suo pozzo bianco.
Ogni sera il cielo sarà azzurro e placido:
e suoneranno, come questa sera,
le campane del campanile.
Moriranno quelli che m'amarono,
e la gente si rinnoverà ogni anno:
e in quell'angolo del mio orto fiorito e incalcinato
il mio spirito errerà, nostalgico...
E me ne andrò: e sarò solo, senza focolare, senza albero
verde, senza pozzo bianco,
senza cielo azzurro e placido...
E resteranno gli uccelli a cantare

Ed ancora sfogliando, e girando le pagine nel mio strambo viaggio, sosto davanti alle persone di allora, ed erano molte, che non si frequentavano negli orti ma nelle sezioni dei partiti.
Allora queste persone, parlavano non di sementi agricole, ma di idee da piantare nelle città e nelle campagne… allora c’era molta ideologia, e, queste persone, spesso, ed erano molte,
parlavano di ciò che non sapevano, ascoltavano con il naso all’insù, e sospettavano delle rose che fiorivano in basso e di tutto ciò che sfuggiva alla loro ideologia.
Ma la posta, allora, era alta e nessuno dubitava della sua raggiungibilità…

Nostalgia? No.

Resta solo il pensiero che viaggia indomabile, e sbatte davanti al grande Esopo, davanti alla favola della volpe che non potendo arrivare l’uva se ne andò dicendo tra se: -όμφακες εισί.

Ecco, non vorrei che gli ortolani minimalisti, voltando il naso troppo all’ingiù, coltivino di abitudine “uva acerba".

Alexandra
Inviato: 1/7/2010 6:56  Aggiornato: 1/7/2010 6:56
Carissima Alexandra,
a volte i contadini dicevano sorridendo a noi ragazzi di città che la terra è bassa, che bisognava piegare la schiena ma che la terra ricompensava quella fatica. Con fatica trasportavano pietre, costruivano muri a secco, facevano le terrazze e piantavano la vite. Con umiltà, volontà, costanza, aspettavano il primo grappolo.
Nelle sezioni di partito si coltivava altro, la “Pietro Balestrazzi” è arrivata a superare i 400 iscritti, quindi discussioni accese, normale che non tutti la pensassero allo stesso modo, ma avevamo un rispetto reciproco, la solidarietà era un valore condiviso, l'umiltà una grande dote.
Se non riuscivamo a raggiungere l'uva non dicevamo che era acerba, se piantavamo la vite non sapevamo se avevamo il tempo di cogliere l'uva, l'avrebbero colta i figli o forse i nipoti.
Abbiamo sbagliato molto, abbiamo persino cercato l'uva dove la vite non cresce. Sono arrivati i boriosi, quelli che non vogliono piegare la schiena, ci hanno spiegato che l'uva non esiste, non si è mai vista, era un sogno. Hanno percorso altre strade, rassegnati pensando che una società diversa non è pensabile.
Nessuna nostalgia, penso soltanto che dopo la caduta della Repubblica di Firenze Machiavelli viene esiliato e lui che fa? Scrive “Il principe”.
Giuliano Cabrini
Inviato: 1/7/2010 10:28  Aggiornato: 1/7/2010 10:29
Alexandra e Giuliano,

il vostro dialogo sulla difficoltà dei marxisti italiani a “cambiare il mondo” e “coltivare il proprio orto”, vale a dire ad organare teoria e pratica, scienza e politica, è uno sviluppo interessante del dialogo intercorso recentemente tra Orlando e me sulla necessità di una “nuova scienza” di fronte a questa “crisi inattesa”.

Occorre chiedersi perché quello è accaduto e questo accade.

Rispondo così: quella difficoltà e questa necessità nascono da una comune radice: ieri e oggi i marxisti italiani non sono andati oltre il marxismo, non hanno provato a costruire una scienza nuova, capace di risolvere questa cruciale contraddizione: “il campo della politica era analiticamente secondario per Marx” mentre “nella prassi di Marx la politica era assolutamente primaria” (Eric Hobsbawm, 1977)

Una nuova scienza e un bell’orto (organicamente inteconnessi, ça va sans dire) consentiranno, ne sono sicuro, di fare di questo il migliore dei mondi possibili e di quietare gli animi:

“Perché gli uomini sono irrequieti? Da che viene l'irrequietezza? Perché l'azione è 'cieca', perché si fa per fare. Intanto non è vero che irrequieti siano solo gli 'attivi' ciecamente: avviene che l'irrequietezza porta all'immobilità: quando gli stimoli all'azione sono molti e contrastanti, l'irrequietezza appunto si fa 'immobilità'. Si può dire che l'irrequietezza è dovuta al fatto che non c'è identità tra teoria e pratica, ciò che ancora vuol dire che c'è una doppia ipocrisia: cioè si opera mentre nell'operare c'è una teoria o giustificazione implicita che non si vuole confessare, e si 'confessa' ossia si afferma una teoria che non ha una corrispondenza nella pratica. Questo contrasto tra ciò che si fa e ciò che si dice produce irrequietezza, cioè scontentezza, insoddisfazione.” (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 1717)

Pasquale
Inviato: 2/7/2010 16:19  Aggiornato: 2/7/2010 16:37
Pensavo Giuliano,
di lasciare l’ultima parola a te, ma nei giorni che passano non riesco a liberarmi di Aglaura, la città invisibile di Italo Calvino: gli aglauriani abitano «un’Aglaura che cresce solo sul nome Aglaura e non si accorgono dell’Aglaura che cresce in terra». Come potrebbero comportarsi diversamente, infatti? Dopotutto, «la città che dicono ha molto di quel che ci vuole per esistere, mentre la città che esiste al suo posto, esiste meno».
Alexandra