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Critica della Repubblica : Texas: democrazia addio?
di orlandolentini , Mon 24 May 2010 9:00
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L’articolo di Zucconi del 23 maggio 2010, Il Texas riscrive i libri di storia. Le Nazioni Unite sono anti-americane, suona come un campanello d’allarme per le visioni unomondiste e per la prospettiva liberal a scala mondiale. Vi si parla di libri di testo dello stato del Texas che riscrivono la storia americana e insieme quella mondiale, tornando a visioni isolazioniste di stampo repubblicano e alla riabilitazione delle visioni in auge durante la guerra fredda e il maccartismo.

I corporate liberal avevano superato già negli anni cinquanta queste visioni decisamente ademocratiche, ritenendo la democrazia repubblicana USA un modello per il mondo, e considerando l’ONU, da loro creata, la casa comune dei democratici di tutto il mondo. La scelta dei responsabili dell’istruzione dello stato del Texas indica che ormai quello stato non si considera più parte dell’eccezionalismo democratico americano, non si considera più parte del progetto di democratizzazione fondamentale creato dagli ‘stati uniti’ nel settecento, e inoltre si considera uno stato in procinto di avviare la disunione degli Stati Uniti. La riscrittura della storia è sempre un primo passo verso la presa di distanza dai valori fondanti di una repubblica, e poi prepara il terreno per una separazione. Potremmo presto assistere ad una più o meno cruenta nuova guerra civile, combattuta questa volta sul terreno della democrazia.

La scelta del Texas però è anche sintomo della fine dell’egemonia americana e del suo progetto mondiale; di qui l’accusa all’ONU di essere un organismo antiamericano. E in effetti l’ONU non è più un organismo sovranazionale nella disponibilità del Dipartimento di Stato. Questa era anche la fobia del cirrotico fascista che ha creato il maccartismo e che nostro signore si è ripreso con adeguata tempestività. Tornare a Mc Carthy è davvero incredibile, ma per i rozzi texani a quanto pare non c’è di meglio.

Quanto alla parte finale dell’articolo di Zucconi, sui valori ideologici fondanti della democrazia repubblicana USA, vorrei far notare come gli Stati Uniti, a partire da Thomas Jefferson, non hanno niente a che fare con l’illuminismo francese, di cui al contrario sono ispiratori, almeno sul terreno dei modelli politici.

Questo ‘illuminismo della Repubblica’, che ricorre spesso anche negli interventi di Scalfari, è il limite culturale del giornale più amato dagli italiani, forse di matrice azionista, e segna costantemente la sua politica culturale. Il fatto che l’Italia come stato nazione abbia matrici illuministe non giustifica questa confusione con la storia di altri paesi, del tutto estranei a quelle matrici.

Forse sarebbe utile un rinvio alla riflessione su che cosa è realmente stato l’illuminismo, e sul fatto che gli Stati Uniti non sono mai stati illuministi, perché l’illuminismo è soltanto una strategia di recupero del divario rispetto al paese più avanzato (allora, nel settecento, era la Gran Bretagna).

Comunque, la denuncia di Zucconi suona davvero opportuna, perché dalla scrittura dei libri di testo, in USA sottoposta a controllo pubblico severo, si passa all’identità e infine all’egemonia culturale.

Anche noi in Italia dovremmo pensare ad una riscrittura della storia d’Italia, specie dopo i mutamenti epocali del 1991, e dopo la trasformazione fondamentale della divisione del lavoro mondiale, ma per andare verso una sempre maggiore democrazia repubblicana.

Orlando Lentini


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Commenti
Inviato: 24/5/2010 17:10  Aggiornato: 24/5/2010 17:30
Autore: fulmini

@ Orlando Lentini

Concordo con te laddove scrivi che la situazione storico-politica presente sia caratterizzata dalla fine della egemonia nordamericana e del suo progetto mondiale, e anche quando ritieni necessaria una riscrittura della storia d’Italia (direi di più: dell’insieme degli Stati nazionali in quanto Stati nazionali) “specie dopo i mutamenti epocali del 1991, e dopo la trasformazione fondamentale della divisione del lavoro mondiale”.

Discordo invece quando scrivi di una “prospettiva liberal a scala mondiale” come tendenza, e come soluzione storicamente progressiva del problema della crisi organica mondiale attuale.

Qualche mese fa, e precisamente il 15 ottobre 2009, sul sito-rivista, ho pubblicato, in anteprima, il testo della tua notevole relazione ad un Convegno Internazionale nella quale spiegavi cosa intendi precisamente con prospettiva liberal per il mondo Dopo averla apprezzata e tesaurizzata (come faccio del resto da trenta anni, senza eccezione, con l'ordinata sequenza dei tuoi lavori storiografici), l'ho brevemente commentata criticamente così: “Quanto all'’idealtipo di libertà e democrazia che noi chiamiamo oggi prospettiva liberal’, che tu immagini estensibile al mondo intero nel XXI secolo, credo sia insufficiente di fronte alla crisi organica mondiale attuale, che è anche crisi di quel 'modello' storicamente determinato.”

Ebbene, oggi vorrei spiegarmi più estesamente, riportando una Nota di Attualizzazione - cinque pagine in tutto - che Luis Razeto ed io abbiamo scritto l’anno scorso per l’Edizione Critica di un nostro libro edito alla fine degli Anni Settanta ed oggi intitolato La Traversata. Libro Primo..

I concetti della teoria della crisi organica che sono serviti a comprendere le manifestazioni della crisi d’inizio del Novecento e le tre risposte che ricevette questa crisi (stalinismo, americanismo, fascismo) paiono conservare validità e utilità per comprendere la situazione di crisi che stiamo vivendo attualmente. Questo richiede di essere spiegato, dal momento che nel secolo scorso si sono verificati grandi cambiamenti tecnologici, economici, politici e culturali.
La ragione di questa persistente validità può essere individuata nel fatto che questa scienza della storia e della politica è nata precisamente per comprendere e dare una risposta progressiva ad una crisi organica che lungo tutto il secolo ha ricevuto risposte regressive, insufficienti a superarla, e che soltanto hanno consentito il suo prolungamento nel corso delle sue decadi, e perciò continua e torna a presentarsi oggi irrisolta. In questo senso la validità e l’utilità di queste analisi derivano dal fatto che siamo in presenza dello stesso ‘presente storico’ come è inteso da questa stessa scienza - tutta quella situazione storico-politica caratterizzata da una medesima ‘situazione pratica’, e cioè dalla persistenza di determinati comportamenti regolari generalizzati.
Ciò non vuol dire che in tutto questo lungo periodo storico non ci siano stati cambiamenti e novità economiche, politiche e culturali, che dobbiamo analizzare e comprendere. Difatti, anzitutto c’è stata la Seconda Guerra Mondiale. Sono caduti uno dopo l’altro i fascismi, più tardi è crollato il sistema comunista, e finalmente si sta sgretolando il fenomeno americano. Abbiamo assistito dunque al logoramento progressivo delle ‘tre grandi risposte’ che furono date alla ‘grande crisi’. Con lo stesso impianto teorico col quale abbiamo analizzato la grande crisi e le tre risposte possiamo ora comprendere questi cambiamenti storici posteriori e la situazione attuale della crisi organica.

Sul significato della Seconda Guerra Mondiale in relazione alla grande crisi.

Il primo grande accadimento storico posteriore all’analisi gramsciana della crisi è stato la Seconda Guerra Mondiale. Gramsci, come abbiamo visto, aveva previsto negli anni 1933-4 che la guerra sarebbe stata l’inevitabile conseguenza: della ‘contraddizione tra il cosmopolitismo della vita economica ed il nazionalismo della vita statale’; della ‘competizione tra i gruppi economici dominanti nazionali’ negli Stati impegnati nelle tre risposte alla grande crisi; del cambiamento dei rapporti di forza nel mercato determinato mondiale; del ‘fallimento della Società delle Nazioni come tentativo di dare una organizzazione giuridica stabile alle relazioni internazionali’; della ‘mancanza di un luogo di confronto politico, mediazione e ricomposizione’ quale sarebbe potuta essere una istituzione statale sovranazionale’; della ‘mancanza di una dialettica politica dei rapporti di forza internazionali’, sicché ‘il momento militare (dei rapporti di forza) è ciò che si impone’.
Noi possiamo oggi analizzare e valutare le conseguenze della Seconda Guerra ed i suoi effetti. Della Seconda Guerra intesa come risposta alla crisi possiamo dire non che abbia significato il superamento della ‘crisi organica globale’, bensì la risoluzione della ‘grande crisi economico-finanziaria’ iniziata negli anni 1929-30, di modo che la crisi organica si stabilizzò e potè prolungarsi per decadi, mentre l’economia sperimentò una notevole crescita continua.
L’impressionante spinta economica che si osserva a partire dal secondo dopoguerra è da spiegarsi come effetto della guerra stessa e dell’economia di guerra, ciò che è rimasto abbastanza in ombra per ragioni ideologiche. In effetti la guerra pose le basi tecnologiche, sociali, istituzionali, politiche e demografiche che spiegano il grande balzo sperimentato dall’economia almeno nei trenta anni seguenti. Vanno sottolineati in particolare i seguenti sette effetti della Seconda Guerra, ognuno di essi condizione della crescita economica posteriore:

1.La guerra generò notevoli innovazioni tecnologiche (nei settori dell'energia, delle comunicazioni, della navigazione e del trasporto marittimo e terrestre, dell'aviazione, l’ingegneria di opere civili, l’ingegneria industriale, l’automazione, l’elettronica, l’industria chimica, la medicina, la produzione di alimenti, ecc.) le quali poi, applicate nella produzione e nell'economia, spinsero l'innovazione produttiva ed una incredibile espansione della produttività.
2.Produsse un grande accumulo di capitale, in gran parte concentrato nelle mani dello Stato, che consentì a questo di essere un attore decisivo della industrializzazione, della urbanizzazione, della tecnologia, dell’educazione, della sanità, ecc.
3.Diede luogo ad una efficiente e disciplinata classe lavoratrice, la quale era necessaria allo sviluppo industriale.
4.Permise di ottenere una sorprendente disciplina sociale, che ha facilitato il consolidamento di istituzioni fondamentali per lo sviluppo.
5.Diede legittimità allo Stato per implementare politiche fiscali (imposte elevate) e distributive (Stato del Benessere), che hanno consentito di mantenere lo Stato come un attore economico principale.
6.Creò le condizioni per mobilitare risorse naturali, sociali e demografiche in vista della realizzazione di grandi progetti nazionali.
7.Istituì e consolidò una divisione internazionale del mercato (con termini di scambio estremamente disuguali), la quale generò un sistematico trasferimento di risorse verso Stati Uniti e Europa, dall’America Latina, l’Asia, l’Africa e il resto del mondo, che sono rimasti nel sottosviluppo.
A tutto ciò dobbiamo aggiungere un'altra condizione, che non è stato effetto diretto della guerra, ma che ha avuto un impatto significativo sulla crescita economica nella seconda metà del secolo scorso: l’impressionante espansione della disponibilità di energia a basso costo, specialmente proveniente dagli idrocarburi.. In tal modo - come effetto immediato della guerra e come attore in grado di sfruttare le opportunità create nel corso di essa – lo Stato è potuto diventare, nei paesi sviluppati, un grande motore della crescita economica.

Sul keynesismo ed i suoi effetti.

Il keynesismo fu la concezione economica che accompagnò per trenta anni dopo la Seconda Guerra lo sviluppo economico, e a questa concezione di politica economica viene attribuito solitamente il merito di una distribuzione più equa della ricchezza, attraverso politiche sociali e di benessere. È molto diffusa la credenza di attribuire alle politiche keynesiane – semplificate nelle idee di un maggior intervento dello Stato nell’economia, della espansione del credito mediante l’incremento della emissione monetaria e la riduzione dei tassi di interesse, e di maggiori regolazioni tendenti a canalizzare l’azione dei privati nel mercato in vista del favorire l’occupazione, l’industrializzazione e le opere pubbliche – il superamento della ‘grande crisi’ finanziaria degli anni Trenta, così come l’aumento del consumo e del benessere sociale fino agli anni Settanta. Ma a queste credenze sul keynesismo diffuse e proclamate per l’intera seconda metà del secolo scorso occorre fare alcune importanti correzioni.

Anzitutto, occorre riconoscere che il New Deal messo in opera da Roosevelt tra il 1933 e il 1937, lungi dal salvare il mondo dalla grande depressione - come si crede - fece in realtà che la crisi finanziaria si prolungasse fino all’inizio della Seconda Guerra. Questa pose le basi per un grande incremento della produzione e della produttività del lavoro, del capitale e della tecnologia. Al termine della guerra la produzione deve essere riorientata complessivamente, non essendo tanto necessari i cannoni quanto il burro, vale a dire si riorienta verso il consumo degli individui e dei gruppi. Però questa aumentata e crescente produzione non trova predisposti la domanda ed il potere d’acquisto corrispondenti, di modo che lo Stato si pone da un lato come creatore dei mezzi di pagamento in possesso degli individui (attraverso la emissione monetaria e l’abbassamento dei tassi d’interesse) e dall’altro come grande domandante della nuova produzione (attraverso le politiche pubbliche di espansione dell’educazione, dei servizi di sanità e di previdenza sociale, della costruzione di case sociali e opere pubbliche, di centri di ricreazione ecc.)
J.M.Keynes fu il teorico di questa politica. Così come nella fase precedente della crisi organica occorreva costruire un nuovo tipo di lavoratore, in questa nuova fase diventava necessario costruire un nuovo tipo di consumatore (l’individuo consumista e lo Stato consumatore). Questo implica uno spostamento del centro di interesse teorico, che precedentemente era stato posto nella produzione, verso la distribuzione e il consumo. Erano le attività ed i comportamenti di consumo ciò che bisognava espandere rapidamente; ma questo urtava contro le credenze ortodosse dell’economia classica, e contro le idee di moderazione e di frugalità che si erano diffuse nella fase anteriore. Keynes è il teorico di questo spostamento, che risulta magistralmente illustrato in questo brano: “Quanto più virtuosi siamo, quanto più risolutamente frugali, e più ostinatamente ortodossi nelle nostre finanze personali e nazionali, tanto più tenderanno a diminuire i nostri redditi quando l’interesse salga relativamente all’efficienza marginale del capitale. La ostinazione può comportare soltanto una punizione e non una ricompensa, poiché il risultato è inevitabile. Pertanto, dopo tutto, i tassi reali di risparmio e di spesa totali non dipendono dalla precauzione, la previsione, il calcolo, il miglioramento, l’indipendenza, l’impresa, l’orgoglio o l’avarizia. La virtù e il vizio non hanno nulla a che vedere con quelli.” (J.M.Keynes, Teoria generale della occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936, pagina 105) Keynes è abbondantemente reiterativo, e propone come illustrazione di questi concetti la favola dell’arnia rumorosa o la redenzione dei briganti i cui versi principali recitano così: “Ahi, ma in questo concerto / del commercio e l’onestà / il nido d’ape di antica ricchezza / va rimanendo deserto! / Poiché se il vizio a rubinetto aperto / sperperava milioni / alimentava tanti / che oggi restano senza ufficio / e rimpiangendo il vizio / emigrano ad altre regioni. / Poiché se ben si osserva/ l’incorruttibile virtù / non è pegno di salute...”
La creazione dei nuovi consumatori (privati e pubblici) – essendo un compito molto più facile di quello di creare un nuovo tipo di lavoratore richiesto dai nuovi metodi di produzione e di lavoro – ebbe successo e la domanda e il potere d’acquisto necessari in questa fase dello sviluppo capitalistico si espansero notevolmente nei tre decenni seguenti la Seconda Guerra.
Ma politiche neo-keynesiane irresponsabili sul piano monetario, un eccesso di regolamentazioni statali, tasse troppo alte, e una grande pressione politica e sociale tese a fare che lo Stato assolvesse a tutte le necessità collettive e / o alle domande corporative che abbiano attinto una certa notorietà, condussero a che in soli 30 - 35 anni, la dinamica economica si indebolisse, la moneta si degradasse, e si ripresentasse la crisi finanziaria alla fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta nella forma della crisi fiscale dello Stato.
La risposta a questa nuova fase della crisi fu guidata dal neo-liberismo e consistette in una forte riduzione delle dimensioni e delle funzioni dello Stato, in politiche di privatizzazione di imprese e di attivi pubblici per generare i redditi di cui lo Stato necessitava per sostenere la spesa pubblica, e la rivitalizzazione del mercato come principale assegnatore delle risorse e distributore della ricchezza. Al fine di mantenere gli elevati e crescenti livelli di domanda necessari a dare sbocco alla crescita della produzione si generarono forti politiche espansive dell’indebitamento privato, specialmente attraverso una generalizzata bancarizzazione degli individui, che diede luogo ad una notevole espansione del credito ipotecario e di consumo. Le istituzioni pubbliche e le comunicazioni di massa si posero al servizio dell’espansione del consumo, della spesa e dell’indebitamento privato.
Con il neo-keynesimo si promosse la spesa e l’indebitamento pubblico, con il neo-liberismo la spesa e l’indebitamento privato. Entrambe queste concezioni di politica economica, che sono solitamente intese come contrapposte, sono in realtà due momenti successivi di una medesima risposta al problema economico fondamentale consistente nella necessità di generare la domanda (consumo) che richiedeva la crescita della produzione a partire dalla fine della Seconda Guerra. Questa crescita, come abbiamo visto, è stata effetto delle sette condizioni createsi nel corso della Seconda Guerra, ma, più profondamente, deve intendersi come la necessità (che viene da molto prima) di un ordine economico-politico in crisi organica, ordine che soltanto ha potuto sostenersi e prolungarsi in base alla crescita della produzione e del consumo, senza la quale non sarebbe stata possibile la stabilizzazione politico-sociale della crisi organica. Di fatto, la passività delle masse, necessaria a mantenere la ‘situazione pratica del primo tipo’ che è in crisi, è stata possibile soltanto sulla base di questa crescita costante della produzione e del consumo.

Sulla crisi attuale e i suoi possibili esiti.

Sono passati altri trenta anni e ci troviamo oggi di fronte all’esaurimento di questa fase neo-liberista di risposta alla crisi. L’eccessivo indebitamento accumulativo che adesso investe sia gli Stati e le istituzioni pubbliche che gli individui e le imprese, non consente più di continuare con l’espansione del consumo, il che si ripercuote direttamente nella impossibilità di continuare con la crescita della produzione. Crescita della produzione che, a sua volta, sta incontrando i suoi propri limiti nell’esaurimento di certe risorse naturali, specialmente energetiche, e negli effetti negativi sull’ambiente (squilibri ecologici).
In questo nuovo contesto di crisi alcuni immaginano la possibilità di una nuova risposta di genere keynesiano che faccia riassurgere lo Stato a motore della produzione e del consumo. Questa idea nasce dalla errata considerazione del neo-liberismo come contrapposto al keynesismo. Si suppone che, esaurito il neo-liberismo, sia ora di tornare al keynesismo. L’errore risiede nel non rendersi conto che il keynesismo fu un modo di affrontare la necessità di creare domanda pubblica e privata per una produzione che poteva crescere acceleratamente. Oggi però questa crescita non può continuare, essendo limitata dalla scarsità di risorse energetiche e altre, mentre la crescita del consumo è limitata dall’eccessivo indebitamento privato.
Che resta oggi delle sette condizioni della crescita del secondo dopoguerra? In verità, lo Stato e il consumismo (pubblico e privato) sembrano averle sperperate. In effetti, quelle condizioni non esistono più e la situazione è completamente diversa. Vi era allora un evidente subconsumo, oggi stiamo uscendo dal superconsumo. Scarseggiava il denaro a causa degli alti tassi di interesse, oggi abbonnda la emissione monetaria, con tassi di interessi molto bassi per molto tempo. Vigeva il regime aureo, che forniva un eccessivo sostegno al denaro, oggi il denaro è creato ‘ex nulla’ ed è sostenuto soltanto dal credito. In quel tempo era fortemente premiato il risparmio, oggi viene punito dalla inflazione e dai bassi tassi di interesse.

A causa di tutto ciò non vediamo lo Stato come protagonista di una nuova fase di crescita della produzione e del consumo, poiché:

a) Non sembra capace di generare dinamiche consistenti di innovazione tecnologica.
b) Lungi dal disporre di abbondanti capitali accumulati, la maggior parte degli Stati sperimentano un disavanzo elevato.
c) Non sembra in grado di disciplinare e motivare i cittadini in un grande sforzo di sviluppo nazionale.
d) Le istituzioni pubbliche sono indebolite, spesso anche eticamente corrotte, e hanno poca capacità di entusiasmare nella prospettiva di grandi progetti nazionali.
e) L'eccessivo sfruttamento delle risorse naturali pone limiti (anche culturali) alla crescita, tenuto conto del problema ambientale e dell'ecologia.
f) L'emergere economico e politico di grandi paesi che erano nel sottosviluppo, limita oggi il facile trasferimento delle loro risorse verso i paesi avanzati.
g) La disponibilità di energia a basso costo è seriamente minacciata.

Nessuna di quelle condizioni, che nel secondo dopoguerra hanno reso possibile allo Stato di affermarsi come il grande agente dello sviluppo, possono ora essere attivate da un nuovo conflitto militare. Al contrario, dalla guerra non ci si può aspettare oggi altro che l'accelerazione della distruzione di ricchezza e il declino economico, sociale e culturale.
Se è così, come si potrà uscire da questa crisi? Se non saranno né il keynesismo né il liberismo, quale altra alternativa di risposta si può formulare? Per rispondere a queste domande dobbiamo ripercorrere la storia della ‘crisi organica’ e individuare in che momento di essa ci troviamo oggi.
La crisi organica comparve all’inizio del secolo scorso, quando le masse popolari iniziarono un processo di scissione e antagonismo rispetto l’ordine stabilito (primo tipo di situazione pratica), e si attivarono e organizzarono in sindacati, partiti e movimenti di massa. La prima risposta dei gruppi dominanti fu la prima guerra mondiale, e di seguito i fenomeni stalinista, americano e fascista. L’insufficienza di queste risposte portò alla seconda guerra mondiale, a seguito della quale la passività e il conformismo delle masse furono ottenuti attraverso la crescita costante della produzione e del consumo e lo sviluppo dello Stato del Benessere. L’esaurimento di queste risposte si manifesta nella attuale crisi detta finanziaria, la quale però in realtà non è altro che l’ultima manifestazione della crisi organica globale che ha segnato tutto un secolo della storia del mondo.

La questione che si presenta oggi è se possano i gruppi dominanti trovare e organizzare una nuova risposta alla crisi capace di prolungarla ancora per qualche tempo o sia questo la fine di un’epoca politica. Noi osserviamo nella realtà due tentativi di risposta.
Da un lato vediamo che i gruppi dominanti stanno organizzando in maniera più o meno consapevole una risposta regressiva, consistente nel mantenimento della passività delle grandi masse combinando: a) una diminuzione graduale e controllata del consumo; b) la creazione di un clima di insicurezza e timore; c) l’estensione di una ‘realtà virtuale’ che soddisfi artificialmente gli individui, li intontisca e li ponga come spettatori passivi di fronte agli schermi audiovisivi e negli eventi moltitudinari (sportivi, musicali, ludici, ecc.) Realizzandosi questa risposta si compirebbe il passaggio dall’ ‘uomo massa’ ad un tipo di uomo che chiameremo ‘uomo intontito’.
Da un altro lato vediamo numerosi piccoli gruppi, associazioni, comunità e reti indipendenti che tentano di sperimentare e trovare una soluzione progressiva alla crisi. L’affermazione di questa risposta farebbe sorgere un nuovo tipo di uomo che chiameremo ‘uomo autonomo e solidale’.
Queste due risposte si stanno sviluppando simultaneamente e nel corso dei prossimi anni misureranno la propria forza e capacità, l’una nel suo intento di consolidare la passività della massa, l’altra nel suo proposito di dissolvere le masse come tali e dare luogo alle iniziative individuali e gruppali autonome orientate verso una nuova superiore civiltà.
Inviato: 26/5/2010 11:01  Aggiornato: 26/5/2010 11:01
la nota di attualizzazione che Pasquale e Luis ripropongono, come sostegno alla tesi che la prospettiva liberal non sia la soluzione ai problemi dell'attuale assetto del mondo, è troppo complessa per essere discussa da me in modo adeguato. Vorrei comunque notare che le nozioni di 'crisi organica' e di 'scienza della storia e della politica', attribuite a Gramsci, non mi sembrano strumenti euristici o classificazioni oggi attuali. Il processo costitutivo del sistema mondiale è sempre in 'crisi', e per crisi organica possiamo solo intendere una fase storiograficamente isolata di un processo ininterrotto.
La 'scienza della storia e della politica' non corrisponde all'idea che mi sono fatto della storia dei saperi sociali, e Gramsci, come del resto altri autori critici, appartiene ad un passato oggi remoto, e non recuperabile per i problemi dell'oggi.
Keynes rimane invece attuale, ma non si può ridurre al keynesimo o alle applicazioni delle sue idee. Vale comunque il modello elaborato dal New Deal, che non risolve 'crisi organiche', ma ha reso possibile l'egemonia americana.
La mia idea di storia è che non sono le teorie e le intenzioni umane (che ovviamente hanno un ruolo decisivo- la coppia machiavelliana virtù-fortuna) a determinare il processo costitutivo, ma un complesso insieme di elementi determinanti, e certo i movimenti antagonisti in tutta questa storia hanno un ruolo davvero marginale, salvo a poter tentare di limitare gli effetti perversi del sistema.
Il sistema pensa se stesso, e la visione gramsciana non mi sembra il miglior modo di pensare il sistema.
Quanto alla prospettiva liberal, come dimostra il caso del Texas, è sempre a rischio, ma credo che sia ineludibile, pur non essendo certo una prospettiva salvifica in un contesto di fantomatica 'crisi organica'. Sono comunque consapevole che il tema merit iben altro approfondimento.
OL