Radio Fulmini

Per installare RadioFulmini sul tuo sito clicca qui
_________________
Chi siamo
Login
Per gli Iscritti
Ricerca

Ricerca avanzata


Questo sito-rivista è la prosecuzione del blog-rivista fulmini, che in diciotto mesi ha capitalizzato 180.000 visite. Per conoscere il funzionamento di questo sito-rivista si può leggere il "Chi siamo" qui in alto.

lo Stato del meridione : Il cuore della mafia
di filippopiccione , Mon 17 May 2010 7:00
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  

David Lane, corrispondente dell’Economist, è un giornalista che conosce l’Italia da più di trent’anni. Ha scritto recentemente un libro intitolato “Terre profanate – Viaggio al cuore della mafia”, edito Laterza. I molti capitoli dedicati alla complicità tra potere politico e mafia forniscono ulteriori elementi di riflessione rispetto alle tante altre pagine scritte sull’argomento da un numero infinito di autori italiani e stranieri.

Il suo viaggio parte da Gela, più vicina a Tripoli che a Roma, e finisce a Teano, davanti al monumento che ricorda l’incontro di Garibaldi e Vittorio Emanuele II nel 1865. I paesaggi e i monumenti stupendi del Mezzogiorno, che lo hanno affascinato, non hanno messo in ombra la mafia. Essa, si chiami Cosa Nostra, ‘Ndrangheta o Camorra, si vede ad occhio nudo. Il fatto che non si sia mai voluto debellarla, è la sua prima osservazione, è perché non c’è stata la volontà politica, così come fu per le Brigate Rosse.

Questo diverso atteggiamento dello Stato nei confronti di mafia e terrorismo è oramai abbondantemente spiegato da una vasta letteratura. David Lane in maniera molto diretta ci dice che la ragione principale risiede nella seguente circostanza: “il terrorismo non conosceva questo intreccio con la politica e con gli affari, che tutte le mafie invece conoscono assai bene. Non solo, la mafia è divenuta parte integrante della società italiana. Va detto per inciso che per quanto riguarda il terrorismo e le stragi, comprese quelle di Capaci e via D’Amelio, si sta consolidando la tesi secondo cui esse vanno collocate all’interno di una strategia condotta dalla P2 e alcuni servizi segreti deviati. Nell’ultima puntata di Anno Zero le valutazioni a favore di tale tesi sono state prevalenti.

E’ difficile confutare quanto sostiene l’autore visto che le organizzazioni mafiose riescono a muovere un volume d’affari pari a 160 miliardi di euro ogni anno. Una cifra che, oltre a condizionare l’economia reale e quella legale, è destinata a crescere. Ad alimentarla è il connubio sempre più imprescindibile fra esponenti delle istituzioni pubbliche e i capi clan. Incide fortemente l’assuefazione, per paura o per accondiscendenza dei cittadini, ad un sistema così largamente ramificato che ha propaggini sempre più consistenti oltre che nel meridione al centro e al nord d’Italia e soprattutto in Lombardia e a Milano in cui il rapporto fra una parte dell’imprenditoria e, specie, gli uomini della ‘Ndrangheta si fa sempre più solido.

Ma anche da Roma è dipesa e dipende la mancata sconfitta della mafia. E alla Chiesa va attribuita una parte di “colpa”che, secondo Lane, è perché ha forse perduto un po’ del suo potere e della sua autorità che aveva prima, nel senso della capacità di influenzare la gente sia nei comportamenti che nei pensieri. Nota però un’ambiguità della Chiesa che non è di oggi: “ci sono preti che chiamano i pentiti Giuda, preti per i quali è più importante confessare il mafioso e ricondurlo dentro la comunità ecclesiale piuttosto che proteggere le vittime e le loro famiglie". Ci sono però anche sacerdoti che s’impegnano rischiando la loro vita contro le minacce e le violenze messe in atto dalla malavita organizzata.

Colpisce, dopo questo lungo e intenso itinerario, la conclusione cui perviene Lane. Dopo aver messo in risalto i progressi raggiunti dalle forze dell’ordine e dalla magistratura con gli arresti eccellenti, la confisca e i sequestri di patrimoni e dei beni dei mafiosi, una maggiore resistenza di imprenditori al racket e all’estorsione, la reazione più convinta dei giovani, constata la terribile minaccia che rappresenta ancora la mafia e la pesante anormalità della vita quotidiana dell’Italia meridionale:
“Avevo toccato con mano la realtà del Sud, avevo percepito la paura e i timori, avevo visto le brutture, avevo letto della violenza e degli eventi brutali che fanno sentire quotidianamente il loro effetto sulla vita delle persone, avevo ascoltato la gente raccontarmi tutto questo, avevo avvertito dubbi e sospetti, avevo visto come lavorano la Chiesa e i politici e mi chiedo come possa sopravvivere la speranza”.

Filippo Piccione


Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news
 
Si raccomanda di abilitare i cookies nel proprio browser prima di inviare un commento.
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Commenti
Inviato: 17/5/2010 13:45  Aggiornato: 17/5/2010 13:45
quando si rimesta nella"m°°°",il fetore è più forte.chi non è ucciso dai miasmi, si assuefa rapidamente.
...e all'orizzonte strani eroi,strani attentati alle stande...strani stallieri e strani cavalli...strani bibliofili e cavalieri...
cosa si può fare quando corruttore e corrotto,quando carnefice e vittima coincidono,per far sopravvivere la speranza?
la rivoluzione armata?
non si può: non abbiamo le armi...e forse non le sapremmo né vorremmo usare...in italia crediamo nel governo e ai segreti di fatima, nonostante ciò corruttori e complici di pedofili continuano ad occupare scranni e sogli...o forse proprio per ciò continuiamo a crederci.
c'è odore di merda dite?
boh,io non sento niente...
baci,bok.

buon giorno filippo, mi scuserai l'intemperanza lessicale:rispondo con un collage di commenti lasciati in giro per la blogosfera. spero di non aver ecceduto in qualunquismo,seppur uomo qualunque.
baci,bok.