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briciole musicali : Antema Africana
di venises , Sun 9 May 2010 6:00
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Essicchiamo le nostre radici
Attraversando assenti il presente


Per questo – mentre scaviamo in un passato remoto, fra autori che la nostra distrazione ci fa credere sconosciuti – ha senso fare incursioni nell’attualità.




Karl Jenkins (1944-) - Antema Africana, per Soprano e Orchestra
(Per i curiosi: 9 tracce con la voce della soprano Kiri Te Kanawa sono ‘miscelate' in questa registrazione)

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Commenti
Inviato: 9/5/2010 7:04  Aggiornato: 9/5/2010 7:04
come quello di fulmini,anche il tuo primo fulmine del nuovo-vecchio sito rivista mi sussurra:"acqua".
mi scuso per non capire la lingua della musica e ti saluto con una domanda:_cosa,se c'è,ti permette di avere coscienza del tuo presente?
grazie per la saetta e l'attenzione,baci,
bok.
Inviato: 9/5/2010 11:00  Aggiornato: 9/5/2010 11:33
Autore: venises

Caro bok,
innanzitutto grazie del commento, che vivacizza l'atmosfera.
Provo a rispondere alla tua domanda, senza giustificare le mie affermazioni.

Credo che sia l'azione di trasformazione del presente a renderci umani - e nient'altro che quella.
Non agire nel presente vuol quindi dire non esserci, in quanto uomini.
Credo che non si possa consapevolmente capire chi siamo, e quindi scegliersi, senza conoscere le nostre radici, perché credo che siamo il risultato della nostra storia.
Rifiuto coloro che studiano il passato come un fine in sé, rifiuto coloro che agiscono senza aver prima scavato a lungo (se si diventa chirurghi in sei mesi, non si può che far danno).
Ciascuno di noi inizia il proprio percorso da dove altri, prima di noi, sono arrivati.
Conoscere la nostra storia (quella collettiva, quella individuale non è storia) è il solo cammino possibile alla scoperta del presente e alla scelta del nostro ruolo in quello.

Non sono certo di capire il tuo passaggio sull'acqua: se ti riferisci al mio misero testo (pardon) credo d'aver risposto. Se invece ti riferisci alla scelta della musica, lasciami chiarire che a me non piace Jenkins né tanto meno lo considero un grande autore (la stessa cosa valeva per Rutter, per Scharwenka e altri).
Credo d'aver chiarito altrove che non permetto al mio gusto (ovvero: al mio giudizio) di agire da filtro di ciò che propongo al vostro ascolto. Anzi, considero illegittimo usare l'immensa potenza del web in questo senso (sono numerosi coloro che lo fanno). Il vostro giudizio deve potersi sviluppare senza essere condizionato dal mio. Io intervengo (e questo è già un enorme potere) nel selezionare ciò che ritengo interessante o comunque rappresentativo, nel proporre questo, piuttosto che quello, all'ascolto e/o alla riflessione. Mi rifiuto d'andare al di là.
Un abbraccio (con la consapevolezza d'aver scatenato un'alluvione, ora)
Inviato: 9/5/2010 17:39  Aggiornato: 9/5/2010 17:39
Autore: fulmini

@ Venises

Bentornato. Sempre illuminanti e appassionati i tuoi post.

E condivido profondamente quanto scrivi dialogando con bok. Su due tuoi passaggi aggiungerei due parole costruttive.

1. "Credo che non si possa consapevolmente capire chi siamo, e quindi scegliersi, senza conoscere le nostre radici, perché credo che siamo il risultato della nostra storia."
Vero, siamo il risultato della nostra storia. Ma anche delle iniziative con le quali la coltiviamo. Siamo il risultato delle condizioni ('passato') e delle iniziative ('presente').

2. "Conoscere la nostra storia (quella collettiva, quella individuale non è storia)..."
Anche la storia individuale è storia. Direi, più precisamente, che "la storia" è l'intreccio ben temperato di storia collettiva e storia individuale.

Pasquale Misuraca
Inviato: 10/5/2010 16:18  Aggiornato: 10/5/2010 16:18
in mutamento di prospettiva dopo venises e fulmini:siamo presenti(coscienza di sè) quando quando è il presente ad attraversare noi, perchè noi gli abbiamo chiesto di farlo?
o,piuttosto: la coscienza di sè passa per la conoscenza del limitrofo,che,a sua volta,potrà concedere la coscienza del suo limitrofo...e cosi in intreccio, fino alla coscienza dell'Uomo, attraverso la conoscenza del tutto per interposte porzioni di esso?
rifletterò.
garazie ad entrambi,bok.
Inviato: 10/5/2010 20:40  Aggiornato: 10/5/2010 20:40
Autore: fulmini

@ bok

Non ho capito bene cosa vuoi dire e vorrei pregarti di essere più chiaro e tondo, più esplicito e prosaico.

Sì, lo so: "siamo scientifici per mancanza di sottigliezza" (Roland Barthes). Ma se siamo troppo sottili il filo della comunicazione si spezza.

Buona serata.

Pasquale Misuraca
Inviato: 11/5/2010 6:53  Aggiornato: 11/5/2010 6:53
tenterò.auto-coscienza come coscienza di colpa,o al meglio,responsabilità?
-è colpa mia,che mangio cento chili di carne all'anno e bevo coca cola,se il mio vicino muore di fame?
-è colpa mia,che voglio 28 gradi centigradi dentro casa in gennaio,se c'è la guerra in afghanistan?
-è colpa mia,che uso la macchina per fare trecento metri,se il golfo del messico è ricoperto di petrolio?
Inviato: 11/5/2010 7:40  Aggiornato: 11/5/2010 7:40
Autore: fulmini

@ bok

Vedo che anche tu sei mattiniero. Buon giorno.

Ho appena finito di montare sul sito-rivista la foto di Giuliano - giunta in piena notte - e vedo arrivare la tua nuova fetta di dialogo.

Rispondo così: non abbiamo colpa di niente (compreso il 'peccato originale', leggi Vito Mancuso teologo cristiano nel suo libro L'anima e il suo destino), ma siamo responsabili di tutto.

Pasquale Misuraca
Inviato: 11/5/2010 23:47  Aggiornato: 11/5/2010 23:47
Autore: venises

fulmini approfondisce, quindi rilancio con interesse.

Sul punto 1 siamo d'accordo (anche se tu pensi a Gramsci, io invece non riesco a concepire nemmeno le 'iniziative' se non all'interno di un flusso di progetti e azioni - ma sono sfumature).
Sicuramente non c'è il minimo determinismo nella mia visione.

Sul punto 2 non siamo d'accordo.
Per me la storia individuale non appartiene alla storia.
E le vicende individuali entrano nella storia solo se diventano rappresentative di un gruppo sociale, d'una condizione collettiva.
Mai se rimangono vicende individuali.
Riconosco d'averlo affermato nel modo più provocatorio possibile - volutamente. E fulmini - solo - ha reagito alla mia provocazione.
Conosco abbastanza bene fulmini per sapere che su questo punto non siamo d'accordo.
Cosa che non è un problema dato che, per parte mia, non intendo convincere alcuno - mi sono infatti limitato ad illustrare principi in cui credo, nel tentativo di spiegare il senso del mio testo.
È invece interessante, prezioso ed istruttivo illustrare la complessità e le ragioni che stanno alla base dei principi che c'ispirano.
Capire le ragioni del disaccordo è preferibile all'andare d'accordo senza sapere perché.
Inviato: 12/5/2010 10:07  Aggiornato: 12/5/2010 10:07
Autore: fulmini

@ Venises

Sì, sul punto 1 penso a Gramsci (ed a Luis Razeto, col quale ho costruito tutto il mio pensiero scientifico). Il Gramsci maturo, quello dei Quaderni del carcere, che ha criticato la sociologia e il marxismo e ha avviato la scienza della storia e della politica:

“Se è vero che l’uomo non può essere concepito se non come uomo storicamente determinato, cioè che si è sviluppato e vive in certe condizioni, in un determinato complesso sociale o insieme di rapporti sociali, si può concepire la sociologia come studio solo di queste condizioni e delle leggi che ne regolano lo sviluppo? Poiché non si può prescindere dalla volontà e dall’iniziativa degli uomini stessi, questo concetto non può non essere falso.”

Quanto al punto 2 qualche differenza effettivamente la riconosco fra il tuo modo di pensare ed il mio. Todo modo, concordo sul fatto che “le vicende individuali entrano nella storia” “solo se diventano rappresentative di un gruppo sociale, d'una condizione collettiva”. Ma, rimanendo sul terreno scientifico, questa rappresentatività – ammesso che si tratti di una verità scientifica, di una iniziativa razionale e non di amore con le nuvole - come si afferma, come si fa strada? Qui penso a Thomas Kuhn, ed a Max Planck:

Una nuova verità scientifica suole farsi strada non in quanto i suoi avversari vengono persuasi e si dichiarano convinti, ma piuttosto perché gli avversari muoiono a poco a poco e la nuova generazione fin dal principio cresce convinta della verità. (Max Planck, Ricordi personali del tempo antico)

Pasquale Misuraca
Inviato: 13/5/2010 1:18  Aggiornato: 13/5/2010 1:20
Autore: venises

Vale forse la pena prendere spunto da un punto marginale menzionato da fulmini per lanciare un'altra pietra nello stagno.
Il pensiero occidentale dall'Ottocento in poi (il darwinismo essendone la migliore esemplificazione) - si è concentrato sulla domanda: "come si afferma, come prevale" una teoria sull'altra? Ovverosia: qual'è il segreto del successo? La valenza della domanda è evidente. A tale valenza si deve certamente la sua centralità nel pensiero borghese moderno.

Ora io vorrei invece sostenere che questa domanda sia inessenziale, la questione essendo (teoricamente) irrilevante. Vorrei continuare a scuotere i nostri lettori sostenendo che il punto (scientificamente) essenziale sia invece proprio quello che il darwinismo ignora, ovvero: come si produce (nel senso di "come si concepisce" in opposizione a "come si afferma") il cambiamento? Come nascono e come mutano i progetti che si confrontano sul palcoscenico della storia?
Aggiungere i due ingredienti menzionati (volontà e iniziativa), altri rispetto ad una natura storicamente determinata (intesa meccanicisticamente: qui il modello è la fisica del settecento) a mio giudizio non costituisce una risposta soddisfacente - e tanto meno scientifica.
Il punto è che questa risposta condivide le categorie chiave col pensiero che pretende criticare - la determinazione storica è concepita come meccanicisticamente determinata e quindi prevedibile; la volontà è concepita come libera e dunque rappresenta la chiave (teorica) per sottrarsi al determinismo; la scienza è ancora intesa come strumento di previsione deterministica; la finalità è per definizione una categoria non-scientifica; etc.
Da allora quelle categorie sono state spazzate via dalla comparsa dei sistemi caotici, della meccanica quantistica, del teorema di Goedel, etc.
Il pensiero occidentale guarda ancora all'indietro e continua ad usare categorie concettuali che appartengono ad un mondo che non c'è più.


P. S. = per quel che vale la mia opinione, considero Kuhn un grande storico della scienza ma non un grande epistemologo. Il suo lavoro migliore è la monografia su Planck e non il libro 'Sulla Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche' per cui è più conosciuto.
Inviato: 14/5/2010 8:23  Aggiornato: 14/5/2010 8:23
@ Venises

La tua ultima fetta di dialogo mi dà molto da pensare. Sono fuori Roma, ho poco tempo, quando torno a Roma ti dico quello che sto cominciando a pensare, per continuare il dialogo su queste questioncelle. (Intanto lo portiamo avanti noi, ma sono certo che altri interloquiranno.)

Su Kuhn: vero non è un grande epistemologo, ma è un grande storico E SOCIOLOGO della scienza.

Pasquale Misuraca
Inviato: 16/5/2010 19:31  Aggiornato: 16/5/2010 19:32
Autore: fulmini

@ Venises

gran domanda, questa che ti fai e mi fai, che fai a tutti coloro che navigano questo sito-rivista: Come nasce una nuova concezione – scientifica, filosofica, teologica, artistica...?

Vediamo.... Tutti gli esseri umani sperimentano sempre uno squilibrio, una disarmonia, una sproporzione, una non piena e completa e dolce corrispondenza tra le cose e le parole, tra i fenomeni e le rappresentazioni, tra il libro della natura e il libro della cultura, tra ‘realtà’ e ‘verità’, tra mondo terreno e Regno dei Cieli...

Sempre. In certi periodi più intensamente, profondamente, drammaticamente – li chiamano periodi ‘di crisi’...

Tutti. E tutti cercano un nuovo ordine, una nuova armonia, una nuova bellezza. Alcuni, tra tutti i più creativi, raccogliendo e moltiplicando i contributi e gli sforzi, costruiscono nuove concezioni filosofiche, scientifiche, teologiche, artistiche...

Le nuove concezioni del mondo e della vita, della scienza e dell’arte... nascono insomma, secondo me, da un desiderio di ordine, armonia, bellezza.

Quanto a me singolo scienziato e filosofo, critico il determinismo e lo spiritualismo, e tutte le loro patetiche combinazioni, da quando leggo e scrivo. In un saggio scritto 33 anni fa per rispondere alla domanda – dello stesso genere che tu poni, e in certo senso più generale, - Come nasce il movimento storico? – e pubblicato sul sito-rivista 22 mesi fa ho cercato appunto di criticare alla radice il materialismo storico e l’idealismo filosofico, e di elaborare una nuova concezione teorica sulla questioncella.

Tu domandi anche: Come mutano le concezioni, i progetti?

Sono stato aVenezia in questi giorni, ed ho potuto vedere da vicino quattro dipinti di Tiziano, due (lo dico grossolanamente) del giovane Tiziano: L’Assunta (1518) e la Pala Pesaro (1526), e due del vecchio Tiziano: San Nicola (1563) e L’Annunciazione (1565). Li osservavo e pensavo: guarda come muta la concezione e il progetto in un grande artista! Da giovane - realista, da vecchio -espressionista...

Ecco quello che penso: mutano più nei grandi creativi, le concezioni, che nella dialettica filosofica, scientifica, teologica, artistica... E qui fa capoccetta il problema del Come si affermano le nuove concezioni (essenziale problema, se intrecciato al Come nascono e Come mutano), e della scarsa disposizione degli esseri umani al dialogo, alla discussione, alla conversazione, al cambiare verso con l’altro.

Pasquale Misuraca
Inviato: 18/5/2010 7:01  Aggiornato: 18/5/2010 7:01
il mutamento nasce da lo squilibrio tra predatori e prede(l'uomo è il predatore più feroce di se stesso). si impone con la pubblicità(commerciale e politica). si mantiene con la promessa di ricchi premi.si rivolta e muta quando i ricchi premi non arrivano ai più.
non sono certo che si possa escludere la sociologia dal discorso.è uno strumento razionalizzazione di alcune categorie umane che servono a pasquale per intrecciare storie individuali tal chè venises possa farne storia.
Inviato: 18/5/2010 7:08  Aggiornato: 18/5/2010 7:08
e solo un riassunto a mio uso,di quanto da voi(fulmini-paquale e saette-venises) enunciato sin qui.
se ho mal compreso qualcosa...meglio spiegatevi.
grazie,buo giorno,
baci,bok.
Inviato: 18/5/2010 10:54  Aggiornato: 18/5/2010 10:54
Autore: fulmini

Ancora @ Venises

Dialogando, discutendo, conversando ieri sera a cena con Alexandra e con Giuseppe Nenna, forse ho sentito-compreso-capito più chiaramente o addirittura qualcosa di più sul grande tema che ci appassiona: Come nascono, mutano, si affermano le nuove concezioni scientifiche e filosofiche?

La domanda che mi sono fatto tutta la vita, dal momento in cui ho scoperto, adolescente, tra i libri di casa, l’Apologia di Socrate scritta da Platone e fino a ieri sera, fino a questa mattina, è: come mai i filosofi e gli scienziati non dialogano, non discutono, non conversano con gli altri filosofi e scienziati, mettendo continuamente in discussione dalle fondamenta, scuotendo perennemente dalle radici, le proprie ovviamente provvisorie concezioni, e invece sempre cercano di difenderle e giustificarle? La filosofia e la scienza non sono attività intellettuali-e-morali fondate sulla disposizione a perdersi per ritrovarsi diversi da come si era entrati nel processo di conoscenza?

Ieri sera, ascoltando Alexandra e Giuseppe, dolcemente disarmato dalle loro riflessioni e osservazioni, ad un certo punto sono stato assalito da questo pensiero: le società umane fino ad oggi hanno costruito esseri umani che, superata la beata adolescenza dove tutto è in movimento e discussione e formazione, si bloccato, si cristallizzano, non continuano a rimanere aperti agli altri, alla realtà, alla verità, ma si chiudono nei paradigmi, nelle ideologie, nelle teorie, nelle tradizioni, nelle convenzioni, nelle abitudini – tutti gli esseri umani: pastori e teorici, commercianti e scienziati, artigiani e filosofi, poveri e ricchi, uomini e donne, italiani e giapponesi.

Gli scienziati e i filosofi, nonostante svolgano per professione e vocazione attività intellettuali-e-morali, anche loro, anche loro come i meno privilegiati che sono costretti a svolgere attività (prevalentemente) manuali, tecniche, ecc., anche loro subiscono questo processo di conformazione e mutilazione. E quando la ‘corazza’ è completa, verso la fine della adolescenza e della giovinezza, schiacciati dal suo peso, costretti dalla sua articolazione, recitano la parte che è stata loro assegnata: difendono lo stendardo, giustificano il paradigma, proteggono la teoria, rabberciano i concetti, vigilano il fortino, disegnano i confini, restaurano la scienza.

Bisognerà decidersi a formare nuovi e superiori esseri umani, esseri umani autonomi e solidali, per uscire da questo tunnel - penso ora mentre scrivo, Venises. Esseri umani sempre work in progress, “l’uomo è un processo” (Antonio Gramsci), sempre plastici, “siate perfetti” (Gesù di Nazareth), sempre in evoluzione, “Il momento decisivo dell’evoluzione umana è permanente. Per questo i movimenti intellettuali rivoluzionari che dichiarano irrilevante tutto ciò che è accaduto in precedenza sono nel giusto, perché ancora nulla è accaduto.” (Franz Kafka, Aforismi di Zürau, 6)

Pasquale Misuraca
Inviato: 18/5/2010 10:59  Aggiornato: 18/5/2010 10:59
Autore: fulmini

@ bok

Non vorrei sembrarti scortese, ma per quel (poco) che ho capito del tuo ultimo commento, la tua non mi pare una buona 'sintesi' dello scambio tra Venises e me.

Buona giornata isolana - oggi a Roma c'è un bel solicello che mette le ali ai piedi (lavorare stanca, passeggiare rinfranca).

Pasquale Misuraca
Inviato: 18/5/2010 19:22  Aggiornato: 18/5/2010 19:22
nessuna scortesia. più di così,però, non credo di essere in grado di riassumere il riassunto del vostro dire: la fantasia al potere!
baci,bok.
Inviato: 20/5/2010 12:43  Aggiornato: 20/5/2010 12:45
Autore: fulmini

@ Venises

(Dice lo psichiatra / ed ha ragione / ch’io tendo al perfezionismo / e alla ruminazione.)

Questa mattina ho avuto, vissuto, un’esperienza divertente, forse anche per te e per coloro che leggono queste nostre riflessioni sul come nascono, mutano, si affermano le concezioni filosofiche e scientifiche.

Dunque, scrivevo l’altro giorno che gli scienziati ed i filosofi mutano le proprie concezioni filosofiche e scientifiche prevalentemente ciascuno per sé, nello sviluppo interno della propria opera, e raramente attraverso il dialogo, la discussione, la conversazione con altri filosofi e scienziati – e ciò facendo (secondo me) contraddicono la natura profonda del metodo filosofico e scientifico. E portavo provocatoriamente ad esempio l’opera, anzi le opere di un... artista, Tiziano, come per dire che questa (se c’è e non ho preso lucciole per lanterne) scarsa disposizione al mutamento attraverso il confronto con l’altro riguarda l’insieme degli intellettuali.

Ebbene, questa mattina entro nella feltrinelli Argentina per comprare-regalare un libro a Sofia figlia di Alexandra e mia, un libro di Eugène Minkowski, Il tempo vissuto. Edito per la prima volta agli inizi degli anni Trenta (Le Temps vécu. Étude phénoménologique et psychopathologique, 1933, Delachaux), e riedito a metà degli anni Settanta. Lo trovo negli scaffali, me lo porto al piano di sopra e, comodamente seduto nello spazio bar-lettura con vista sulle finte rovine romane, mi leggo prima la sua Introduzione del 1933, avviata da una epigrafe tratta dalla ‘Logica di Port-Royal’ che dice (cito a memoria): ‘Bisognerebbe pubblicare la prima edizione di un libro solo per metterla a disposizione dei lettori e raccogliere le loro impressioni, riflessioni, critiche e quindi perfezionarla e compierla fino ai limiti dei quali si è capaci, rieditarla tosto dipoi – ed ecco l’opera compiuta.
Dopodiché leggo la Introduzione alla riedizione di quattro decenni dopo, nella quale Eugène candidamente rivela che questa non è una edizione critica, ma semplicemente una ristampa. Il libro ha avuto una certa influenza sulla cultura europea e mondiale, è stato letto, commentato, criticato da molti, e tuttavia sta bene ora così com’era allora.

Pasquale Misuraca