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vademecum per nuovi giunti : Proposte per una riforma delle carceri italiane
di Tonio , Mon 29 March 2010 6:00
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Inizialmente avevo pensato di scrivere questo post elencando gli articoli di legge penale che non trovano applicazione. Avrei rischiato però di riportare una serie di numeri senza riuscire a rappresentare il vero problema carcerario. Quindi, lo scopo che mi prefiggo, è di raccontare e di portare all’attenzione alcuni aspetti del paradosso penitenziario.

Parto con il dire che l’istituzione penitenziaria non deve (paradossalmente, appunto) risolversi in una desocializzazione quando l’intento è di risocializzare: la logica della segregazione, caratteristica dell’istituzione penitenziaria, è tipicamente desocializzante nel mezzo, perché estrae l’individuo dalla società, mentre dovrebbe essere risocializzante nel fine, perché dovrebbe tendere al suo recupero sociale.

L’art. 27 Cost. prescrive che le pene non devono essere contrarie al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del reo. L’indicazione costituzionale è molto precisa sia sulla funzione complessa assegnata alla pena, che deve essere castigo ma anche speranza, sia sul tipo di tattica da adoperare, perché il richiamo al senso di umanità e la prospettiva del recupero sociale chiariscono come debbano essere usati i vari strumenti connessi con l’esercizio del potere esecutivo penale affinché questa finalità sia raggiunta. Questo rilievo porta ad una riflessione ancora più importante: nella prospettiva funzionale della pena, vale a dire nella proiezione verso il recupero sociale, la risposta punitiva non può essere variabilmente improntata alle esigenze della tattica politica del momento, bensì deve avere un preciso riscontro normativo. Riscontro, questo, che purtroppo non c’è.

Nei post precedenti descrivevo le condizioni in cui sono costretti a vivere i reclusi a causa del sovraffolamento. Ma, anche prima del sovraffollamento, le cose non funzionavano. Inoltre, la magistratura di sorveglianza continua ad adottare la linea rigida, vale a dire che il tanto discusso reinserimento in società non esiste. Mi riferisco alla mancata applicazione degli articoli dell’ordinamento penitenziario che prevedono misure alternative al carcere. Ormai, gran parte dei reclusi, scontano per intero la pena e la scontano in un ambiente che non li migliora. La mia esperienza personale mi porta a dire che sono più gli ostacoli che si incontrano che le opportunità di migliorarsi, tranne qualche eccezione.

Mi sono reso conto dopo numerosi anni di prigionia che il detenuto è un numero. Io faccio parte di un insieme di numeri, ma lotto giorno dopo giorno per tenere in vita l’anima. Non voglio essere un numero per tutta la vita e tanto meno partecipare alla “fiera dei cavalli”. Spesso mi capita di vedere persone che si sono macchiate di reati gravissimi, un tempo considerati dei duri, dei capi, sfilare come dei puledri elemosinando un colloquio con i Magistrati di Sorveglianza o con i Direttori delle carceri. Entrano in udienza nitrendo ed escono come struzzi in difesa. È una pagliacciata quella che il detenuto deve mettere in atto, una recita che non porta da nessuna parte. L’ordinamento penitenziario dal mio punto di vista dovrebbe essere riformato. E andrebbe riformato proprio nella parte riguardante l’espiazione della pena.

Occorrerebbe inserire il lavoro, lo studio e la formazione professionale come elemento essenziale – come condizione soggettiva. Il nostro ordinamento penitenziario come condizione oggettiva all’ammissione dei benefici prevede che il soggetto abbia scontato un periodo di tempo che varia in base alla pena riportata. Questo limite minimo non viene mai rispettato. Le condizioni soggettive, invece, richiedono l’aver avuto un buon comportamento nel corso dell’espiazione della pena ecc. Ma come si accerta il reale interesse del soggetto all’opera rieducativa se non lo si pone nelle condizioni di partecipare a questa opera?

Il lavoro andrebbe introdotto perché oltre al limite minimo di galera da scontare, il detenuto dovrebbe dimostrare il suo reale interesse nelle attività che gli vengono offerte. Chi invece sceglierà la via dell’ozio allaora non potrà avere accesso a quelle misure alternative. Sarà dunque una sua scelta quella di scontare la pena per intero. Detto da me che di galera me ne sono fatta molta suona sicuramente strana questa proposta. Negli anni però ho avuto modo di capire la mentalità del recluso e penso che una norma del genere tuteli maggiormente il diritto dei detenuti.

Tenere una persona chiusa in cella per 20 ore al giorno senza fargli fare nulla, oltre a stupidirsi, se non lo è già, si incattivisce. Invece, uno strumento del genere consentirebbe una valutazione più ampia, più giusta. Eviterebbe, inoltre, quella disparità sociale che il carcere produce. Basti pensare che ci sono persone che non possono permettersi nemmeno gli acquisti di prima necessità, mentre ce ne sono altre che si comprano il filetto di manzo. Introdurre l’obbligatorietà al lavoro metterebbe tutte le persone recluse in una condizione di parità. Si eviterebbe di creare sottomissioni e servilismi.

Penso anche che la società esterna dinnanzi ad un percorso del genere possa essere più aperta nei confronti dei detenuti.

Il detenuto che ha scontato la pena dovrebbe poter essere considerato un “homo novus”, proprio nel senso latino di “uomo senza passato”.

Occorrerebbe convincersi che l’uomo che ha espiato non è più quello che ha commesso il reato e altresì che pentirsi di un atto equivale a modificare il passato (questo lo affermava Oscar Wilde, De Profundis).


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Inviato: 14/4/2015 15:04  Aggiornato: 14/4/2015 15:04
Autore: fulmini