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leOpereeiGiorni : Buster Keaton e noi
di fulmini , Wed 17 February 2010 5:00
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Perché fa ridere Buster Keaton che non ride mai nei suoi film? Che genere di riso è il nostro? Di chi ridiamo quando ridiamo di Keaton?

fotogramma di The General


Questo è un fotogramma di The General , un film del 1926, interpretato e diretto da Keaton - uno dei grandi film dell’attore e regista nordamericano nato nel 1895 e morto nel 1966. Altri film (tra i migliori): Our Hospitality - 1923, Sherlock jr. e The Navigator - 1924, Seven Chances -1925, College - 1927, Steamboat Bill jr. e The Cameraman - 1928.

Il corpo di Keaton non ride, la faccia di Keaton non ride, eppure – all’interno del film - fanno ridere di gusto il suo corpo e la sua faccia, nella misura in cui ci identifichiamo in lui. Noi. Ma noi chi? Noi persone normali che cercano di capire, onesti lavoratori che cercano di agire, in un mondo sempre nuovo e in una vita sempre difficile, e siccome non ci riusciamo pienamente, a capire e ad agire, ridiamo divertiti del mondo e di noi stessi.

Luis Buñuel, (altro grande uomo di cinema) quando era un giovane critico, era il 1927, vide un suo film e scrisse: “Keaton non è un comico che vuol farci ridere a squarciagola. Ma neanche per un attimo smettiamo di sorridere, non di lui, ma di noi stessi”. ¡Ah, l'acutezza di don Luis!

Ma perché Keaton non ride mai nei suoi film? Come ci è arrivato a questa faccia immobile, imperterrita? Ci è arrivato intuitivamente. Ed ha riconosciuto la sua scoperta, la sua invenzione, la sua costruzione, attraverso gli spettatori: “Gli spettatori mi insegnarono una cosa legata al mio lavoro, che non sapevo. A Roscoe [un attore corpulento col quale collaborava, come spalla, agli esordi della sua attività] arrivarono delle lettere in cui si chiedeva perché l’omino dei suoi film non sorrideva mai. Non ce ne eravamo accorti. Guardammo due-tre rulli che avevamo fatto insieme e constatammo che era vero. Quindi alla fine del successivo film provai a sorridere. Al pubblico dell’anteprima non piacque e ci furono dei fischi. Dopodiché non ho mai più sorriso sullo schermo, in palcoscenico o alla TV.” (pagina 107 della edizione italiana della sua bellissima autobiografia scritta a 65 anni, My wonderful world of slapstick – Memorie a rotta di collo, Feltrinelli 1995)

Ecco. Buster Keaton ha costruito, prima intuitivamente, poi consapevolmente, il personaggio dell’omino che lotta serio, senza piangere o ridere. L’omino che è in noi, l’omino che siamo noi persone normali in un mondo anormale, esseri umani che lottano senza quartiere, senza rimedio, cercando di superare le difficoltà del vivere, soverchiati dalle difficoltà, ma che non cedono, insistono, riprovano. È lo stesso omino che sta dentro i personaggi di Kafka e Beckett, ma non mettiamo troppa carne sul fuoco, e facciamo un altro passo verso la comprensione di che genere di riso sia il nostro quando ridiamo di Keaton.

Il personaggio Keaton è radicalmente diverso dal personaggio Chaplin – l’altro grande autore del cinema comico muto a lui comparabile per grandezza di ispirazione e risultati. Ma cosa esattamente li distingueva? “Sono rimasto sempre stupito quando la gente diceva che i personaggi che io e Charlie Chaplin interpretavamo nei film avevano dei punti in comune. Per me c’era, fin dall’inizio, una differenza di base: il vagabondo di Chaplin era un fannullone. Tanto carino com’era, avrebbe rubato se ne avesse avuto la possibilità. Il mio personaggio era un onesto lavoratore.” (pagina 103 di Memorie a rotta di collo)

Ed ecco spiegato anche il perché Chaplin è generalmente ritenuto maggior creatore di Keaton, e “fa più ridere” di lui. Chaplin ci fa ridere degli altri, più deboli, più indifesi, più goffi di noi. Keaton ci fa ridere di noi. È più facile, è più rassicurante, ridere degli altri che di noi stessi. Il nostro riso è più generoso e leggero quando ridiamo di Keaton - è il sorriso della benevola autocritica.

Pasquale Misuraca






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Commenti
Inviato: 21/2/2010 9:31  Aggiornato: 21/2/2010 9:31
Autore: fulmini

(Continuando a riflettere su Buster Keaton)

Il corpo, la faccia. La faccia di Keaton è immobile, il suo corpo è mobile. In un mondo mobile. La mobilità del corpo di Keaton in un mondo mobile produce un contrasto tragicomico con l’immobilità della sua faccia.

Faccia immobile, non inespressiva. Faccia cinematografica, non maschera teatrale. “Gli uomini nascondono le emozioni e cercano di impedire che il volto tradisca le tempeste che infuriano nel loro animo.” (Carl Theodor Dreyer, quello che nel 1928 ha fatto La Passion de Jeanne d’Arc).

Pasquale Misuraca
Inviato: 26/2/2010 6:42  Aggiornato: 26/2/2010 6:42
Autore: unviaggiatore

Pochi sanno ridere di se stessi, molti ridono osservando i difetti del personaggio di un film e non riconoscono in loro gli stessi difetti. Ci sono poi quelli poi che ridono delle disgrazie degli altri in maniera un po' meschina, sono quelli che pensano “Mal comune mezzo gaudio”.

Giuliano Cabrini
Inviato: 5/8/2011 18:39  Aggiornato: 5/8/2011 18:42
Il 30 maggio 2007 Stefano Mandelli intervista Barbaba May su Fuorivista. Ne vengo a conoscenza soltanto ora, e riporto un breve brano dell'intervista, in certo modo legato al tema del post:

Domanda: Per ritornare al cinema, vorrei che mi parlasse della sua definizione di Chaplin visto come uno dei più grandi retorici di sempre.

Risposta: Per quanto riguarda Chaplin, di cui conosco bene tutta la produzione, il discorso attiene a un aspetto importante della retorica del comico. Chaplin è un eminente rappresentante di una retorica legata al pathos. Nella galleria dei grandi della comicità, sappiamo che Keaton si è fermato alla fase del cinema muto e non è riuscito a valicare il sonoro, cosa che invece Chaplin è riuscito a fare. Ma, dal punto di vista della costruzione geometrica pura, i meccanismi comici di Keaton sono superiori. E lo sono anche dal punto di vista della costruzione retorica, proprio perché non ricorrono all’elemento del pathos. (...) Tornando a Keaton, penso a lui come a un matematico della comicità, a un geometrico. Non è sbagliata la tesi secondo cui Chaplin sviluppa il pathos del comico, mentre Keaton ne sviluppa la metafisica. In Keaton c’è qualcosa che coinvolge il nostro essere nel mondo, c’è una potenza superiore dal punto di vista teorico.

Pasquale Misuraca