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vademecum per nuovi giunti : Dare e ricevere
di Tonio , Fri 29 January 2010 5:00
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{Trascrivo il post di Tonio – che mi è giunto per via postale -, e lo pubblico. Pasquale Misuraca}

Il lavoro di assistenza legale degli altri carcerati.

Prima di parlare del lavoro svolto per gli altri carcerati è necessario fare una premessa spiegando come nasce questa conoscenza nel ramo del diritto.

La mia prima esperienza con il carcere è avvenuta quando avevo appena 19 anni. In quel tempo non conoscevo nulla sulla legge penale. La mia difesa era affidata a professionisti, i migliori che vi erano nel circondario e, in alcuni processi, a professori di diritto. Nonostante fossi difeso dai migliori penalisti, le condanne che ho riportato sono state altissime, però si è evitato il ‘fine pena mai’.

Con il passare degli anni mi sono reso conto che era troppo dispendioso farsi seguire da un professionista e che, molte volte, i risultati ottenuti non erano quelli desiderati. Iniziai dunque a leggere i codici, ed è stato molto difficile decodificare quel linguaggio giuridico. Iniziai a presentare le prime istanze - ancora conservo le copie di alcune di esse e quando mi capitano tra le mani e le rileggo sorrido. Ero molto acerbo.

Le prime istanze erano rivolte più che altro ai Tribunali di Sorveglianza, riguardavano la materia dell’esecuzione, cosa che gli avvocati poco seguono in quanto non vi è un grande ritorno economico. Cercavo di imparare quanto più potevo. Quando qualcosa non la capivo stavo intere giornate a leggere e rileggere gli articoli del codice, e spesso coglievo l’occasione del colloquio con gli avvocati per chiedere loro informazioni sulle varie norme.

Proprio per questo mio spiccato interesse alla materia, e per l’aiuto che davo ai miei amici di sventura, all’interno della sezione facevo lo scrivano (gratuitamente). Gli amici si fidavano e, un sempre crescente numero di persone si rivolgeva a me per formulare istanze. Quando qualche amico veniva trasferito in altro carcere ed arrivava alla nuova destinazione capitava che mi chiedesse di aiutare un altro amico che si trovava con lui. Iniziai così a fare istanze anche a persone che nemmeno conoscevo. Loro mi mandavano la documentazione ed io risolvevo il loro problema.

Ho avuto grandi soddisfazioni quando gli avvocati comunicavano ai loro assistiti che era inutile presentare ricorsi per la scarcerazione o per la concessione di benefici, ma io, invece, dopo aver letto tutta la documentazione, molte volte trovavo il cavillo che mi permetteva di formulare le richieste e consigliavo loro di presentare il ricorso. Spesso è capitato di ottenere il risultato desiderato quando nessuno (tranne me) ci avrebbe scommesso un solo centesimo. Ma questo non significa che io sia il più bravo, si tratta semplicemente di quanto tempo si dedica alla lettura degli atti e dell’esperienza che si ha nell’andare a ricercare il cavillo. Negli anni ho constatato che gli avvocati commettono un gran numero di errori, ma questo capita con più frequenza con le persone che non possono permettersi un avvocato di fiducia.

La soddisfazione maggiore è che le persone si fidano di me e finiscono per seguire i miei consigli. Cerco sempre di fare mie le loro posizioni processuali e il consiglio che dò loro equivale a quello che farei io stesso se quella situazione riguardasse me. Quindi la mia esperienza serve ad evitare che gli altri facciano gli stessi errori che in passato sono stati fatti con me.

Purtroppo non sempre è gradevole occuparsi di queste situazioni. Mi riferisco ai casi che riguardano la concessione di permessi di necessità. Solitamente queste richieste vengono avanzate per casi estremi, tipo la morte di un familiare, la visita ad un familiare che versa in condizioni gravi di salute. È sempre difficile, quando ciò accade, rimanere distaccato dal dolore del tuo amico, impossibile non essere empatici. In quei momenti il conforto e la presenza di un amico è molto importante ma, ogni volta che mi trovo a dover fare questo tipo di istanze, rivivo il dolore di quando mi comunicaroro la morte di un mio caro.

Ricordo con dolore una vicenda che riguardava un altro detenuto. Si trattava di un ragazzo di appena 25 anni. Come sempre avviene, ogni volta che arriva in carcere un nuovo giunto, cerco di rendermi disponibile e di spiegargli come funziona la vita all’interno della sezione. Sin da subito mi sono accorto che in lui vi era una gran diffidenza verso tutti. Ormai con gli anni ho imparato a relazionarmi anche con le persone dai caratteri più difficili. Questo ragazzo usciva di rado dalla cella. Evitava qualsiasi partecipazione alle attività che si svolgevano all’interno della sezione. Piano piano però si era avvicinato a me. Quando gli serviva qualcosa veniva e, seppur non chiedesse ciò che gli serviva in maniera gentile, cercavo di soddisfare il suo bisogno senza alcun problema.

Gli altri detenuti poco apprezzavano questo suo modo di comportarsi. Mi sforzavo di spiegare loro che evidentemente le buone maniere non gliele aveva insegnate nessuno, e che con il tempo avrebbe imparato a relazionarsi in maniera diversa.

Un giorno vidi entrare in sezione l’educatrice con dei fogli in mano, fece chiamare a udienza questo ragazzo e gli comunicò che il fratello si era suicidato nel carcere Pagliarelli (Palermo). Sentii il ragazzo urlare e dire che non era niente vero, capì subito che dovevo intervenire ed entrai nella stanza. Lui insisteva nel dire che non era vero, e che comunque dovevano mandarlo immediatamente a casa per verificare. I toni erano alti e il ragazzo diveniva sempre più aggressivo nei confronti dell’educatrice. Chiesi all’educatrice di lasciarmi solo con lui. Aveva gli occhi assenti, gli parlavo ma capivo che non recepiva. È stato difficile tranquillizarlo ma alla fine, dopo avergli assicurato che me ne sarei occupato personalmente e che gli avrei fatto tutte le istanze necessarie, iniziò a ragionare. L’educatrice, vistosamente terrorizzata per quello che era accaduto, mi diede tutti i riferimenti. Le dissi che le avrei fatto pervenire l’istanza nel giro di qualche ora.

All’indomani arrivò l’autorizzazione da parte del magistrato di sorveglianza e lui andò al cimitero. Quando tornò mi disse: “Non è vero che mio fratello è morto, mi stanno prendendo in giro.” Non so spiegare cosa ho sentito in cuor mio in quel momento, posso solo dire che mi ha fatto molto male vedere quel ragazzo in quelle condizioni. Nei giorni seguenti ho cercato di farlo stare quanto più possibile con me, lo invitavo a pranzo cercando di farlo distrarre. Più volte ho sollecitato la direzione ad aiutarlo attraverso la figura dello psicologo. Ma lui rifiutava qualsiasi contatto con le figure istituzionali.

Dopo qualche mese venni trasferito. Quando andai a salutarlo mi disse: “Presto ti raggiungo, scrivimi.” Non l’ho mai più risentito. Si è suicidato poco dopo il mio trasferimento.

Quando ho ricevuto la triste notizia del suicidio, sono stato male, ho quasi sentito un senso di colpa nell’averlo lasciato solo. Penso a quella madre che nel giro di pochi mesi ha visto morire due figli con lo stesso metodo, l’impiccagione.

Sono storie forti vissute all’interno di strutture ove la solitudine non tutti riescono a combatterla. Storie che lasciano il segno.

Questa mia conoscenza nel campo penale mi permette di aiutare persone in difficoltà e, nello stesso momento, mi arricchisce sotto l’aspetto umano e mi fa sentire utile. Indubbiamente questo lavoro mi porta via molto tempo e tante energie, molte volte rimango in piedi fino a tardi per preparare ricorsi che debbono essere presentati entro le 24 dalla notifica, tempi che non consentono di rivolgersi al legale di fiducia per fare il ricorso.

In questa esperienza non ho solo dato, ho anche ricevuto.


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Commenti
Inviato: 29/1/2010 13:31  Aggiornato: 29/1/2010 13:31
lo pubblico sul mio facebook.
è un intervento validissimo. nessuna parola da aggiungere. solo grazie a Tonio.
Ho vissuto l'esperienza del carcere per la tesi, ho conosciuto diverse storie simili a queste e riconosco nel racconto di Tonio tutta l'aria di quell'ambiente.
Grazie Tonio, ripeto. Grazie
Inviato: 29/1/2010 16:21  Aggiornato: 29/1/2010 16:22
Autore: fulmini

Caro Tonio,

vorrei chiederti di mettere in relazione, in un tuo prossimo post, l'assistenza legale che offri agli altri detenuti (di cui parli nel post pubblicato oggi) al corso dei tuoi studi universitari in legge (di cui hai parlato nel post del 29 dicembre del 2008).

In special modo mi piacerebbe sapere cosa pensi del legislatore italiano, della qualità del Codice Penale italiano, ma non in generale e astrattamente, bensì in particolare e concretamente - in rapporto cioè alle tue esperienze concrete e alla situazione determinata delle carceri e dei carcerati italiani attuali.

Pasquale Misuraca
Inviato: 10/2/2010 13:15  Aggiornato: 10/2/2010 13:15
Salve sono una Ragazza che è stata molto vicina ad Antonio,ora ho la mia splendida famiglia che adoro come un tempo adoravo lui.E' una persona speciale che merita da adesso in poi una vita speciale e serena come quella ch ha sempre desiderato ma per colpi di testa non ha mai avuto. Forza Antonio ce la farai come sempre. Con affetto e stima!!!
Inviato: 27/2/2010 15:14  Aggiornato: 27/2/2010 15:14
Autore: fulmini

{Ricevo per lettera, trascrivo e pubblico le risposte-dialogo di Tonio con i lettori del sito-rivista. Pasquale Misuraca}

Al commento del 29.01.2010 ore 12.31

Mi fa piacere sapere che il post lo pubblicherai sulla tua pagina di Facebook. Non devi ringraziarmi, sono io che ringrazio tutte le persone che in qualche modo partecipano – ascoltano e dicono – alla realtà del carcere. Indifferenza ve n’è molta, ma c’è pure tanta solidarietà e tanta voglia di capire, tante persone che non si limitano a giudicare. Sono io dunque a dover ringraziare tutti coloro che non conoscono il pregiudizio.

A Fulmini
Nel mio prossimo post cercherò di sviluppare quanto mi chiedi. Sul legislatore italiano ci sarebbe molto da dire, specie in questo ultimo periodo.