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lo Stato del meridione : Su Gaspare Spatuzza e i collaboratori di giustizia
di filippopiccione , Thu 10 December 2009 5:00
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Il processo a carico di Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, svoltosi a Torino il 4 dicembre 2009, obbliga tutti a fare i conti con la storia del nostro Paese- che in larghissima parte è stata e continua ad essere contrassegnata dalla presenza determinante delle organizzazioni criminali di massa e dai rapporti che le stesse intrattengono con i vertici della politica sia a livello nazionale che locale. Con fasi alterne, però. Ora in accordo con pezzi delle istituzioni e con alcune forze politiche disposte ad uno scambio di favori e di poteri, ora nello scontro frontale fra lo Stato (Magistratura e Forze dell’Ordine) e il contro-Stato (Cosa Nostra).

Quelli raccontati da Gaspare Spatuzza in un Tribunale del Nord Italia sono anni precedenti agli attentati e alle uccisioni di Falcone (23 maggio 1992) e Borsellino (19 luglio 1992) e alle stragi di Firenze, Milano e Roma (1993). Un periodo nel quale esisteva già, secondo una prima informativa della DIA (Direzione Investigativa Antimafia), “un programma criminale volto a soddisfare le esigenze di due soggetti: Cosa Nostra e un aggregato emergente economico – politico -imprenditoriale”. Nel libro Per non morire di mafia, che contiene un’intervista di Alberto La Volpe a Pietro Grasso, procuratore capo della DNA (Direzione Nazionale Antimafia), si possono leggere le seguenti proposizioni: “Bisognava passare in rassegna quei risultati e quegli elementi per verificare le capacità del secondo soggetto di porsi quale mediatore politico in grado di assicurare il soddisfacimento delle esigenze che Cosa Nostra aveva manifestato e che i vari collaboratori avevano indicato come la causa sostanziale della campagna stragista. Con le stragi, Cosa Nostra aveva voluto sbloccare una situazione politica percepita come stagnante e agevolare così l’ascesa al potere di nuovi soggetti con cui poter reagire in modo proficuo”.


Se si tengono in mente i passaggi appena riportati, le ‘testimonianze’ di Spatuzza possono assumere significati diversi rispetto ad alcune valutazioni affrettate (“minchiate”) nei confronti di questo pentito e del pentitismo mafioso in generale. Durante la carriera di killer, conclusasi nel 2000 a quasi trentasei anni con sei ergastoli, Spatuzza – fedelissimo, ora come allora, dei fratelli Graviano, capi mandamento indiscussi di Brancaccio - ha collezionato sei stragi e una quarantina di omicidi, alcuni dei quali commessi con crudeltà ed efferatezza.

Questa terribile scheda biografica ha indotto taluni ad affermare che l’attendibilità e la veridicità delle sue dichiarazioni non possono essere prese in considerazione e che l’uso dei collaboratori di giustizia nei processi, come quello che si sta celebrando in questi giorni, vada a tutti i costi evitato. Una tesi ricorrente che si ripresenta ogniqualvolta il pentito mafioso accusa il ceto politico. In questo caso, come in casi analoghi precedenti, la stigmatizzazione del mafioso pentito non proviene dall’interno dell’organizzazione criminale.

Ma è Giovanni Falcone a dirci quanto sia prezioso il ruolo del mafioso pentito per sconfiggere proprio il fenomeno mafioso, spesso alimentato dal connubio con la politica. Esemplare quando egli narra i momenti dedicati agli interrogatori a Tommaso Buscetta. “Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle sue funzioni. Ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio… una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. E’ stato come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti”.

La ricostruzione dei fatti e le stesse risposte che Spatuzza fornisce alle domande rivolte dal procuratore generale e dagli avvocati della difesa - comunque si concludano i processi - sono la prova evidente della validità di questo potente strumento in mano alla giustizia. Forse, andando alla sostanza delle dichiarazioni e delle rivelazioni del pentito di Cosa Nostra, emergerà che il paragone con Buscetta risulta azzardato. Ma l’impianto del suo ragionamento offre molte analogie. Il lessico innanzitutto. Qualcuno ha osservato che Spatuzza ha sbagliato una sola volta nell’uso di un avverbio. A parte le sfumature, che nel linguaggio mafioso hanno una propria rilevanza, le affinità con il “grande pentito” e quelli che lo hanno preceduto sta nel fatto storico che ha caratterizzato quella stagione. Nel caso di Spatuzza la specificità risiede in questo: egli non viene “scomunicato”, come dimostrano le deposizioni dei Graviano, ma investito da una sorta di lasciapassare per interloquire, a nome dei suoi capi, direttamente con lo Stato. E questa volta per dire cose spaventose contro il premier e contro il suo più stretto collaboratore, Marcello Dell’Utri, con cui, all’epoca dei fatti, ha dato vita a Forza Italia. Un partito che ha permesso al Cavaliere del Nord di salire in sella e guidare per più di un quindicennio questo Paese.


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Commenti
Inviato: 10/12/2009 10:01  Aggiornato: 10/12/2009 10:01
Autore: fulmini

{Dal 'Corriere della Sera' di oggi riporto questo articolo sul tema.}

MILANO - La legge sui pentiti va bene così com'è, basta applicarla. È l'opinione del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervenuto a Roma alla presentazione del libro «Mafia export» dell'ex presidente della commissione antimafia Francesco Forgione. Pochi giorni fa era stato il leader della Lega Umberto Bossi a paventare la necessità di rivedere la legge 45 del 2001 ma Maroni aveva replicato: «La normativa va bene com'è. Basta applicarla». «Sui pentiti si può intervenire, aumentando i termini di 180 giorni, in modo tale da consentire agli inquirenti di avere più tempo per raccogliere le loro dichiarazioni - spiega il procuratore -. Però, sono d'accordo col ministro Maroni quando dice che la legge sui pentiti va bene così, io mi accontento di lasciarla così com'è».

CONCORSO ESTERNO - Grasso tocca poi un altro argomento all'ordine del giorno: il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, bollato un paio di giorni fa da Dell'Utri «come il reato di lesa maestà: serve per incriminare un non criminale». Il superprocuratore è netto: «Non si può abolire nemmeno volendo perché fa parte del sistema processuale: bisognerebbe abolire prima il concorso di persona nel reato». «Si può tentare di tipicizzare - continua -, di trovare altri reati, di utilizzare ad esempio il favoreggiamento aggravato che è anche più facile da sottoporre al giudice per ottenere delle condanne, ma, dati alla mano, quello sul concorso esterno è un clamore ingiustificato. La polemica e lo spauracchio sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa io lo ridurrei a nulla. Negli ultimi dieci anni sono pochissime le condanne per questo reato e il clamore è dovuto a quelle che sono finite nel circuito mediatico, determinando lo spauracchio che si possa essere condannati per mafia anche quando non si è mafiosi, ma posso garantire che questo non è mai avvenuto».

ATTENZIONE MEDIATICA - Il superprocuratore risponde poi al ministro della Giustizia Alfano (che al Senato ha invitato i magistrati ad andare meno in tv e arrestare più latitanti): «Visto che si è parlato di attenzione mediatica e di attenzione pubblica, vorrei dire che se le indagini le facessero l'opinione pubblica e i giornalisti, forse allora sarebbero distolti dalle indagini sulla mafia, ma siccome le indagini le fanno le forze dell'ordine e la magistratura, che non si fanno distogliere, ma anzi continuano sempre più efficacemente il contrasto alla criminalità organizzata, questo pericolo non c'è assolutamente».

«RISCHIAMO DI ESSERE STROZZATI» - Alla presentazione del libro di Forgione, dove erano presenti anche l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti e don Luigi Ciotti, c'è stata anche l'occasione per una battuta. «Non so se oggi parlare di mafia possa provocare dei problemi, si rischia di essere strozzati e anche altro, ma... corriamo questo rischio!» scherza Grasso. La scorsa settimana il premier Berlusconi aveva detto di voler strozzare chi manda all'estero l'immagine dell'Italia come Paese terra di mafiosi, scrivendo libri o realizzando film e fiction. «È vero che l'immagine dell'Italia all'estero è anche quella della mafia, ma è anche vero che io, tutte le volte che sono stato all'estero, ho ricevuto parole di ammirazione per la nostra azione di contrasto e per una legislazione che tutto il mondo ci invidia - ha detto il procuratore -. Da Falcone in poi si è sviluppato un sistema normativo che ci ha consentito grandi risultati: contro l'esplosivo abbiamo schierato le leggi, non campi di concentramento, e nelle nostre carceri non ci sono stati suicidi di massa. È in atto, da anni, un contrasto efficace che non si è mai fermato».
Inviato: 10/12/2009 11:29  Aggiornato: 10/12/2009 11:29
Il commento che ho appena letto è un contributo importante alla discussione in atto - pur fra le polemiche e le contrapposizioni spesso strumentali e fuorvianti - sui temi affrontati. In proposito desidero citare un libro di un eminente collega del dottor Grasso,Gian Carlo Caselli, che s'intotala 'Le due guerre'- perchè l'Italia ha sconfitto il terrorismo e non la mafia- Edizione Melampo. All'inizio dell'ottavo capitolo si legge:"Pentiti. Determinanti per la vittoria contro il terrorismo, irrinunciabili per la lotta alla mafia. Brigate Rosse e Cosa nostra sono organizzazioni criminali totalmente diverse, ma pongono, sul piano del contrasto investigativo - giudiziario, problemi molto simili. Primo fra tutti, la necessità di rompere la cortina di segreto che ontologicamente le avvolge. E i segreti tutti i segreti si possono conoscere soltanto ascoltandoli in presa diretta- con intercettazioni telefoniche o ambientali- oppure se qualcuno, il pentito, appunto, li racconta".... Filippo Piccione
Inviato: 12/12/2009 9:48  Aggiornato: 12/12/2009 9:48
Autore: fulmini

@ coloro che riflettono su Spatuzza e Graviano e Berlusconi

Non è farina del mio sacco: riporto qui una intuizione brillantissima di una donna graziosissima (A.Z.), la quale l'altro ieri, prima che Filippo Graviano smentisse pubblicamente Spatuzza, ha detto: "Se Berlusconi, attraverso i suoi uomini e canali, fa sapere ai Graviano che vuol venire a patti con loro, i Graviano smentiranno Spatuzza."

Ieri Filippo Graviano ha smentito Spatuzza.
Inviato: 12/12/2009 10:15  Aggiornato: 12/12/2009 10:15
Come sarebbe interessante se questa graziosissima donna (A.Z.)volesse, senza avvalersi dell'apporto dei "mafiologi" o esperti in materia, mettere in scena, come sa fare lei, le sue ineguagliabili intuizioni. Io spero che cominci a pensarci anche se correrebbe il pericolo di essere strozzata dal nostro capo del governo. Filippo Picione