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lo Stato del meridione : Rapporto della Commissione parlamentare Antimafia
di filippopiccione , Sat 10 October 2009 6:00
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“Con la locuzione ’questione meridionale’ si indica il complesso dei problemi connessi all’arretratezza economica e sociale delle regioni del sud e delle isole”. Inizia in questo modo un saggio di Giorgio Amendola ( Roma1907-ivi 1980, uno dei più importanti dirigenti del Partito Comunista Italiano) il quale, dopo aver esaminato le varie fasi storiche della questione meridionale - dall’unificazione alla prima guerra mondiale; il periodo fascista; dal dopoguerra ai primi anni ’70 - concludeva con la seguente considerazione: “Ancora oggi quando si affrontano i problemi della crisi economica o si predispongono piani a medio o a lungo termine e tornano in evidenza i problemi non risolti del paese, in primo luogo – a più di un secolo dalla formazione dello Stato unitario nazionale – resta sempre quello della questione meridionale”.

Mancano appena due anni per celebrare il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia e la questione meridionale più che essere risolta si avvia inesorabilmente a precipitare verso il declino economico, sociale e morale con l’inevitabile coinvolgimento di tutta la comunità nazionale. Il rilievo che potrà essere mosso a tale prospettiva è che il termine “declino” risulta riduttivo e persino fuorviante se appena si leggono, con obiettività, i dati che vengono forniti dal Censis relativi al “Condizionamento delle mafie sull’economia, sulla società e sulle istituzioni nel Mezzogiorno”.

Il rapporto, richiesto dal presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Giuseppe Pisanu, avrebbe dovuto suscitare quantomeno qualche preoccupazione. Invece non è stato così. A giudicare da quello che hanno riportato i giornali e i telegiornali, si è avuta l’impressione di un diffuso disinteresse sul fenomeno mafioso e sugli effetti devastanti che lo stesso sta producendo. Il fatto che le organizzazioni criminali stanno scalando la Penisola, che si insediano nelle regioni del Centro-nord, rappresentando una “funesta realtà nazionale” rende ancora più grave la situazione rispetto a ciò che accadeva negli anni precedenti. Vi è una sorta di assuefazione (che è qualcosa di più insidioso e pericoloso della ”indifferenza” di cui parlava Gramsci e dell’omertà cui faceva riferimento Roberto Saviano alla manifestazione di Piazza del Popolo). Anche se qua e là si avverte qualche segnale di insofferenza, nei confronti della crescente e pervasiva penetrazione del sistema della malavita organizzata nei gangli vitali dell’economia e nella società, sta prevalendo una specie di rassegnazione generalizzata. Pare che l’esperienza che per un secolo e mezzo ha relegato e condannato il meridione a rimanere “terra arretrata”, possa essere esportata in altre parti del territorio nazionale, anche se con mezzi più sofisticati e moderni.

Le cifre dell’indagine condotta dal Censis parlano chiaro. In Campania, Calabria, Puglia e Sicilia si registra – come noto - una maggiore presenza delle organizzazioni criminali. Un comune su tre è implicato o è in combutta con la mafia. Su 1608 comuni 610 hanno un clan o un bene confiscato o sono stati sciolti negli ultimi tre anni. Il dato impressionante è che 13 milioni di italiani, su un totale di quasi 17 milioni di abitanti nelle suddette regioni convivono con le mafie. E’ coinvolto il 22 per cento della popolazione italiana. E a questo 22 per cento corrispondono solo il 14,6 per cento del prodotto interno lordo nazionale, il 12,4 dei depositi bancari e del 7,8 degli impieghi. Nel 2007 il Pil medio pro capite delle quattro regioni è il più basso del Mezzogiorno e il tasso di disoccupazione il più alto. Neppure i finanziamenti pubblici europei arrivati a cascata hanno ridotto il divario tra Sud e il resto del Paese. “Nell’assalto ai fondi pubblici si è rafforzata quella borghesia mafiosa, quella zona grigia che, all’occorrenza manovra anche il braccio militare, ma normalmente collega il braccio politico-affaristico con il mondo dell’economia, trasformando gradualmente ‘l’organizzazione criminale’ vera e propria in un ‘sistema criminale’ integrato nella società civile”. Un sistema pronto a mettere le mani ovunque: dal settore privato ai fondi europei del programma 2007-2013 che prevede 101,6 miliardi al piano per il Mezzogiorno preannunciato dal governo.

La radiografia che emerge dalla ricerca del Censis mostra già ora un Sud irrecuperabile. Il cui destino sembra ormai segnato; convivere chissà per quanto con la sua maledizione: la mafia. Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Corona Unita costituiscono il Contro – Stato. Un organismo che controlla e gestisce il territorio in tutte le sue articolazioni e in tutte le sue pieghe dal punto di vista sociale, economico e del costume. Organizzato in maniera impeccabile, il Contro- Stato dispone di mezzi potenti e di un sistema di relazioni e di reti sempre più efficace. Rispetto alle istituzioni pubbliche, a vari livelli, e ad altre forme associative private, di diversa natura, dimensione ed entità, la presenza e l’azione delle mafie dimostrano, sotto ogni profilo, soprattutto in quello dell’accaparramento dei grandi appalti, di avere una marcia in più.

E di fronte alle attuali classi dirigenti, spesso inadeguate, a volte colluse e, comunque, raramente in grado di organizzare e promuovere il cambiamento, il presidente della Commissione Antimafia ha sentito il bisogno di lanciare questo allarme: “La battaglia contro le mafie è una battaglia di libertà, anzi una guerra di liberazione”. Soltanto se si riuscirà a vincere questa battaglia o questa guerra di liberazione si potranno esaudire sia l’attesa di Giorgio Amendola che voleva vedere, finalmente, dopo un secolo dell’Unità d’Italia, risolta la ‘questione meridionale’, sia la speranza di Giorgio Napolitano il quale, in questi giorni, proprio alla vigilia del 150esimo, avverte l’esigenza di ribadire che senza lo sviluppo del Sud non ci sarà la crescita dell’intero Paese. “Il Mezzogiorno è un patrimonio di tutta l’Italia e mai i protagonisti del Risorgimento hanno immaginato che si potesse fare l’Italia facendo a meno dell’apporto fondamentale del Sud”.

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Commenti
Inviato: 10/10/2009 8:14  Aggiornato: 10/10/2009 8:14
Autore: fulmini

Sì, la situazione è grave.

Continuando a leggere, dopo il tuo post, altri post in altri siti, in diversi blog, ho appreso che le 'ndrine ogni mese vendono solo a Milano 20 kg di eroina.

Penso però che la gravità della situazione non stia tanto nella dimensione della attività delle grandi organizzazioni criminali di massa, quanto nel loro insediamento nei vertici della politica nazionale. L'attuale governo di centro-destra - per usare una formula pasoliniana - è un gruppo di criminali al potere.
Inviato: 10/10/2009 16:01  Aggiornato: 10/10/2009 16:01
Bastava aver visto la seconda parte della trasmissione "Anno Zero" per avere la conferma di quanto sia vera l'osservazione di Fulmini. In quel servizio e nel dibattito che ne è seguito, con l'importante apparizione di Massimo Ciancimino,figlio di don Vito, uno dei massimi esponenti di Cosa Nostra, si è potuto capire che nel corso delle stragi mafiose del '92 erano in corso trattative fra pezzi delle istituzioni e il vertice della Cupola. Si potrebbe rilevare che questo governo non c'entra niente con quel periodo. E invece sì. Per almeno due motivi: il primo perchè è stato indicato uno dei personaggi principali quale fondatore di Forza Italia e che è stato condannato in primo grado per associazione mafiosa; il secondo perchè tutto lo schieramento, ad eccezione di Fini, che fa capo al Premier, si è scagliato contro coloro che hanno proposto di aprire un'inchiesta per far luce su quegli anni così terribili che hanno insaguinato la Sicilia e umiliato il nostro Paese. Filippo