Radio Fulmini

Per installare RadioFulmini sul tuo sito clicca qui
_________________
Chi siamo
Login
Per gli Iscritti
Ricerca

Ricerca avanzata


Questo sito-rivista è la prosecuzione del blog-rivista fulmini, che in diciotto mesi ha capitalizzato 180.000 visite. Per conoscere il funzionamento di questo sito-rivista si può leggere il "Chi siamo" qui in alto.

vademecum per nuovi giunti : 'La Vita della Morte' vista da Tonio
di Tonio , Wed 29 July 2009 8:00
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  

Tempo fa Pasquale mi ha offerto di vedere e sentire attraverso un DVD lo spettacolo teatrale intitolato La Vita della Morte, realizzato dalla sua compagna Alexandra. L’unico problema era che, essendo io recluso, forse non sarei stato autorizzato a ricevere dall’esterno un DVD che non fosse ‘originale’ (commerciale). Gli ho detto di inviamelo perché il Direttore sicuramente mi avrebbe autorizzato a riceverlo, l’ho atteso con ansia e finalmente l’altro giorno ho ricevuto la posta di Pasquale con all’interno il DVD. Un agente di custodia lo ha ispezionato e guardato, il DVD mi è stato consegnato e subito sono corso in cella per goderne, sedendomi in “prima fila” – come non mi era mai successo.

In realtà ero solo davanti al computer, ma ho voluto pensare di essere in platea, in abito da sera, immerso in un ambiente culturale al quale ho sempre desiderato appartenere. Vi sembrerà una follia, come lo è quasi tutto ciò che accade in questi luoghi, ma mi ero quasi convinto di essere in un teatro. (Non vi preoccupate, non sto impazzendo, ma certe emozioni qui dentro si amplificano: esperienze che nella “società libera” sono scontate e banali qui acquistano un valore immenso.) È la prima volta che guardo con interesse un’opera teatrale, mi rendo conto di essere ignorante in materia, ma cercherò di descrivere le emozioni ed i pensieri che mi ha suscitato. Non sarà dunque una vera “recensione”, solo una testimonianza. Dunque, mi siedo in prima fila, metto le cuffie, premo ENTER e inizia la rappresentazione.

L’ho guardata tutta d’un fiato, ‘La Vita della Morte’, e mi è piaciuta molto. C’è stato un momento in cui mi è venuta la pelle d’oca, quelle scene, quei suoni, quelle voci mi hanno fatto venire i brividi. Nel corso di alcune scene ho pensato a quanto la società sia cambiata, in questi 18 anni di mia permanenza in questi luoghi. La società contemporanea ha corso così tanto da non riuscire più ad elaborare il lutto come una volta. Io provengo dal Salento, ricordo come e quanto le comunità salentine di una volta fossero vicine alla famiglia del defunto. Oggi, invece quelle forme convenzionali di sostegno sociale si sono interrotte, e il lutto rischia di sfociare nella più grave forma di solitudine. La società contemporanea ha paura di soffrire, tende a dimenticare quanto prima il lutto e a non indossarne più i colori. Le pubbliche lamentazioni funebri sono state sostituite dagli applausi chiassosi che accompagnano l’uscita del feretro dalle chiese. È la strategia di chi vuole allontanare dalla vista i portatori dei segni del dolore, i disabili – rifiutati dagli albergatori, gli immigrati – rinchiusi in quartieri lontani: il dolore viene segregato, non lenito.

Forse io non sono la persona più adatta per parlare del dolore, perché so di averne procurato molto, so di aver calpestato rose e gelsi e di aver tolto la felicità a molte persone, ma anch’io ho conosciuto il dolore, ho perso persone care e non ho potuto vederle quando la morte se le è portate via. Infatti a suo tempo mi fu negata la possibilità di partecipare al corteo funebre, per il pericolo di fuga.

Nelle carceri, specie quelli del sud Italia esistono ancora forti forme di solidarietà e conforto degli amici che hanno perso un familiare. Nel carcere di Lecce, quando morì mio padre, che aveva appena 41 anni, tutti i detenuti, in segno di lutto, tennero spenti tutti i televisori per un paio di giorni, fino a quando io feci passare la voce e dire loro di riaccenderli, ringraziandoli per il grande gesto che avevano fatto. Ai più può forse sembrare un gesto insignificante quello di non guardare la tv per due giorni, ma bisogna considerare che la tv è la principale fonte di notizie e strumento di compagnia del detenuto. Il carcere è un luogo saturo di dolore e forse questo rende le persone più partecipi ai dolori altrui. Vi è molta solidarietà. Può sembrare un paradosso, ma è la realtà, e io ne sono testimone.


Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news
 
Si raccomanda di abilitare i cookies nel proprio browser prima di inviare un commento.
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Commenti
Inviato: 30/7/2009 21:45  Aggiornato: 30/7/2009 21:45
Autore: AlfaZita

Resto in silenzio davanti alla tempesta delle tue emozioni Tonio.
In fondo ho cercato proprio questo:
trovare la strada per raggiungere l’arcipelago delle emozioni del nostro cuore.
Cercando di coglierne il nocciolo interiore, mi sono staccata dai sortilegi mondani e dalle maschere, e accostandomi alla linfa vitale e dolorosa della sofferenza, ho tentato l’elaborazione del lutto col sostegno dell’espressione del corpo e meno della parola.
Insomma ho cercato di calmare il dolore, passando dall’isola monadica chiusa in se stessa, a un'isola che tende dolorosamente a farsi forza nel dialogo e la partecipazione affettiva dei corpi.
Ho cercato di recuperare nelle diverse figure dello spettacolo, le schegge di nostalgia e di speranza e altre emozioni delle infinite esperienze umane e psicologiche. Nell’elaborazione del lutto, come hanno benissimo capito I tuoi compagni spegnendo la televisione, non entrano in gioco solo le parole, ma anche il volto, gli sguardi e I gesti del dolore.
Per dirla con le parole di Wittgenstein:“ Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”.
Inviato: 30/7/2009 22:37  Aggiornato: 30/7/2009 22:37
Autore: fulmini

@ AlfaZita

Sì, dice bene Wittgenstein: "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere." Ma dice mezza verità. L'altra mezza verità, che con la precedente compie e compone la verità vera e intera come le 'due parti distinte' compongono il 'simbolo' (*), riconosce a tutti il diritto e il dovere del silenzio ma nello stesso tempo riconosce ad alcuni (gli artisti veri e interi come te) la capacità - "su ciò di cui non si può parlare" - "di cantare". Coi corpi e con le parole.

(*) La parola "simbolo" deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal greco σύμβολον súmbolon dalle radici σύμ- (sym-, "insieme") e βολή (bolḗ, "un lancio"), avente il significato approssimativo di "mettere insieme" due parti distinte. In greco antico, il termine simbolo (Σύμβολον) aveva il significato di "tessera di riconoscimento" o "tessera ospitale", secondo l'usanza per cui due individui, due famiglie o anche due città, spezzavano una tessera, di solito di terracotta, e ne conservavano ognuno una delle due parti a conclusione di un accordo o di un'alleanza, da cui anche il significato di "patto" o di "accordo" che il termine greco assume per traslato. Il perfetto combaciare delle due parti della tessera provava l'esistenza dell'accordo. (da wikipedia)
Inviato: 31/7/2009 0:06  Aggiornato: 31/7/2009 19:14
Autore: AlfaZita

@ Fulmini

Non si fanno più gesti simbolici. Non si sente l'esigenza della continuità e del ricordo, della memoria comune che consolida l'amicizia. Mi ricordo una bella favola nella quale alla partenza del cavaliere l'amata riceve da lui metà anello. Dopo tanti anni e sotto sembianze cambiate - a causa di stregonerie - il cavaliere la riconosce per quel mezzo anello che combacia perfettamente col suo.

Per il silenzio: quando la parola non basti a spiegare i fatti, penso che bisogna saper stare zitti, saper affondare nelle emozioni inventando un movimento ed un sonoro che tocchi le corde come nessuna parola. Come nella foto, la donna guarda negli occhi, non gli occhi.
Inviato: 31/7/2009 0:15  Aggiornato: 31/7/2009 19:16
Autore: AlfaZita

Ho dato una strana continuità tra il post " La lingua rubata" della poesia - senti e " La Vita della Morte" commentata da Tonio.
Dunque, quando parlo di foto, intendo quella che accompagna la poesia - senti.