Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Che cos'è un haiku? (2) - haiku rimati - Rubriche : Fulmini e Saette
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haiku rimati : Che cos'è un haiku? (2)
di AlfaZita , Mon 15 June 2009 7:50
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Lunedì 11 maggio 2009, a Benevento, in questa occasione, dopo Luisa Piccolo, Alexandra Zambà così ha parlato di questo libro.

Buonasera. Mi chiamo Alexandra Zambà e sono venuta a Benevento in treno per parlarvi di questo libretto segnato dagli haiku.

Venivo in treno e la giornata mi precedeva, con campi verdi case sparse, ed alberi; ed ogni albero, ogni ramo dell’albero, ogni foglia del ramo, prendeva dalla giornata e lasciava traccia, ed ogni traccia sotto la luce era un haiku: la non descrizione, il momentaneo, il semplice, e mi sono detta: 'Questa è una giornata haiku. Non cercare il senso, vivila. Perché l’haiku non vuole dire nulla, si presenta semplicemente con parsimonia di linguaggio - non si tratta tanto di essere concisi ma di arrivare alla perfezione della forma, senza cercare le cause, senza l’idea di finalità.'

Noi occidentali cerchiamo di possederlo, di interpretarlo, trovargli radici che affondano nel senso; pensiamo che l’haiku sia un pensiero ricco ridotto in un forma breve. Ma, cosi non è! La brevità è la fulminea apparizione di un evento, di una cosa, di un corpo anche piccolissimo, qualcosa che sta sempre sotto gli occhi di tutti che il poeta mette a fuoco: mette l’occhio sull’obiettivo e apre sulla realtà quel tanto per raccogliere l’intorno che lo contiene. Una foto? Una realtà vista allo specchio?

Luisa Piccolo che ha aperto la presentazione, ha parlato ampiamente dell’haiku. Io aggiungo solo che gli haiku di un libro sono un reticolo di boccioli in un giardino, meglio ancora, come scrive Roland Barthes, secondo un'immagine proposta dalla dottrina Hua-yen, di gemme: “si potrebbe dire che il corpo collettivo degli haiku è un reticolo di gemme, nel quale ciascuna gemma rispecchia tutte le altre e cosi via, all’infinito, senza che mai si possa afferrare un centro, un nucleo primario”.

Certo, per noi occidentali la tentazione è grande! una volta incontrato l’haiku, viene voglia d’interpretarlo. Non fatelo. Perdereste la fresca e sensibile immediatezza, il suono che riecheggi straniero…

Ascoltate uno del grande maestro giapponese, Basho:

Furu ìke no
Kawatsu tobikomu
Mizu no oto.

Nel vecchio stagno
una rana si tuffa
il rumore dell’acqua.


Interpretarlo? vorrebbe dire rovinarlo. Attribuire un senso alla sorpresa? Vorrebbe dire sciuparla. L’haiku parla del presente, converge e si compie nel presente, porta con sé quelle poche ed uniche parole pronte per mettere luce lì dove prima era oscurità, senza pretesa di dire nulla, solo trattenere quel breve momento prima che diventi passato, prima che sfugga nel futuro. Ma il taglio piccolo della cosa e la brevità del tempo, dilata l’haiku e lo sospende fuori del tempo. Mi ricordo una frase di Cesare Pavese che ora trova il suo posto: “La vita non si misura in giorni, si misura in attimi”.

L’haiku. La parsimonia, come dicevamo, è la scelta del linguaggio che diventa una traccia, un segno che ci attraversa… parole scelte, fatte di una sostanza stupendamente necessaria… un linguaggio che penetra e invade gli individui con la sua visione del mondo. Dunque, una traccia senza commento, una cicatrice che è un ricordo, magari non vissuto ma riconosciuto nell’haiku, come la traccia ed il segno in una tela di Tàpies .

L’ haiku come segno. Un'apparizione che viaggia nell’esiguità del tempo, come la nostra esistenza scorre sul tratto ridotto della nostra vita.

Oggi, sono arrivata nella Sala Rossa delle Lauree dell’Università di Benevento, per guardarvi spoglia dei simboli, delle metafore, le metonimie e come un haiku parlarvi di questo breve e leggero libretto di Pasquale Misuraca: “Solo nel verso” - come recita il titolo preso dall’haiku:

Solo nel verso
scorro sempre uguale
sempre diverso.


Un haiku che anche se intelligibile, fa invidia per la sua toccante semplicità; che spoglio da retorica, nella sua brevità colloquiale è accessibile a tutti.

Certo per chi ha letto e riletto degli haiku giapponesi, in particolare quelli di Basho, si è visto riflettere sui tre versi di cinque, sette e cinque sillabe, come:

Il vecchio acquitrino:
una rana vi salta dentro,
Oh! Il rumore dell’acqua.


All’inizio avrà cercato di capire la purezza ed il vuoto che ci lascia l’haiku, avrà cercato di trovare il senso. Andando avanti nella lettura aggiungendo un haiku all’altro avrà capito che l’haiku non descrive, non finalizza, che il tempo dell’haiku è senza soggetto. Che la lettura non ha altro che la totalità degli haiku.

Ecco il libretto, come lo ha definito Stefania Ferrara nell’intervento che mi ha preceduto, “Solo nel verso”, (prende una copia del libro, l'apre e la mostra agli ascoltatori presenti in sala), di carta ruvida, colore di grezzo zucchero. Apritelo e guardate i segni, toccatelo; queste pagine sono un luogo di lettura dove prendere un haiku e leggerlo a voce alta

Bacio ancòra
bacio - áncora mia tua -
bacio ancòra.


vorrebbe dire ripeterlo e ripeterlo e lasciare l’eco delle sue parole riempire questo luogo di raccoglimento, e nella ripetizione non cercare di trovare il senso.

Bacio ancòra
bacio - áncora mia tua -
bacio ancòra.


Se volessimo entrare nell’immagine che lascia l’haiku, se volessimo possederla, decifrarla, commentarla non potremmo che ripetere l’haiku. Ogni sua interpretazione non potrebbe che sciupare l’haiku: Eccone un altro di Basho:

Come è ammirevole
colui che non pensa:
“La vita è effimera”
Vedendo un lampo.


Musicalità nei versi che resta anche dopo averlo letto.

Ed ancora in “Solo nel verso” trovo:

Foglie di diari
s’impennano se corro
lungo i viali.


E’ qui che Misuraca piega il lembo della pagina. Contrariamente all’haiku giapponese, aumenta l’intensità del significato in confronto al significante, travasa dalla tradizione orientale la concisione ma non resta in superficie, si getta nel profondo, si presta all’interpretazione. Tocca con leggerezza gli haiku, toglie ed aggiunge, tocca di striscio gli haiku, lima, quel tanto che li cambia. Inglobati nei versi, ora rimati, li fa slittare in una sonorità occidentale nuova, diventano haiku rimati…

Questi haiku più di qualsiasi altro trovano una loro unità nel loro insieme, da soli sono affascinanti frammenti senza un'origine e senza una fine, un coccio scritto scoperto per caso e con tutta la trepidazione per l’apparizione dal nulla, possiamo tenerlo in mano ed andare in cerca per sovrapposizione, dei frammenti mancanti.

Ma oramai abbiamo capito che l’haiku è la sospensione del senso, non è brevità formale, non è un pensiero ricco ridotto ad una forma breve, ma un tratto breve che trova la sua bellezza, nella forma breve.

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Commenti
Inviato: 15/6/2009 13:39  Aggiornato: 15/6/2009 13:39
Autore: fulmini

@ Alexandra

Grazie di questa tua che un amico scomparso (Ignazio Ambrogio) chiamava 'partecipazione elaborativa'.

Tra le tante tue finissime osservazioni metto qui in evidenza l'accostamento della poesia haiku alla pittura di Tàpies. Puoi regalarci ancora una parola su questo?

Più in generale, mi colpisce del tuo intervento-saggio il rapporto che individui (nella mia opera) tra tradizione e creazione: i miei sono e non sono haiku. Vero verissimo - ne sono consapevole: faccio sempre in modo (nei miei limiti) che la tradizione sopravviva a se stessa non ripetendosi, e nemmeno semplicemente variandosi, bensì morendo e rinascendo in forme inattese, e felicemente inattuali.
Inviato: 17/6/2009 0:54  Aggiornato: 17/6/2009 0:54
Autore: eleonora

@Alexandra
E' molto interessante questo tuo post, Alexandra.
Più andavo avanti con la lettura, più pensavo a quanto è difficile per il "pensiero occidentale" uscire da una logica di causa-effetto o di mezzo-fine, e accettare la "sospensione del senso".
Le tue considerazioni sugli haiku mi hanno fatto venire in mente il testo "Lo Zen e il tiro con l'arco" di Eugen Herrigel, professore tedesco di filosofia. Ripenso al percorso indicato nel libro, per scrollarsi tutto di dosso e arrivare a quello che gli arcieri Zen definiscono "un colpo, una vita". Chissà, potremmo anche dire "un haiku, una vita"?
Inviato: 18/6/2009 8:57  Aggiornato: 18/6/2009 8:57
Autore: AlfaZita

Grazie Eleonora, le tue riflessioni mi hanno rincorso come di solito le nuove idee rincorrono incessantemente le vecchie per migliorarle ed emanciparle. Sul parallelismo che crei tra il tiro con l’arco e l’ haiku, penso, che se quello di cui gli arcieri Zen dicono: "Un colpo, una vita",
è quell’unico gesto giusto che fa centro,
per traslazione possiamo dire che l' haiku fa colpo nel nostro cuore per quella unica e insostituibile parola che lo esprime. In un tale colpo, cinque prima, sette poi e cinque ancora sillabe, si intrecciano insieme in modo che non è possibile piu separarle.
Come nel tiro con l'arco,la freccia,il bersaglio e l'Io,ove la freccia scoccata mette in gioco tutta la vita dell'arciere,e il bersaglio da colpire è l'arciere stesso,
le parole dell'haiku, da una situazione iniziale di non equilibrio e caotica,
nella catena delle sillabe, trascrivono una struttura ordinata e una simmetria spezzata. Un pò come il DNA che va letto sempre in un certo senso da sinistra verso destra.
Inviato: 18/6/2009 10:06  Aggiornato: 18/6/2009 10:06
Autore: AlfaZita

Ehm… le tue domande cercano di penetrare ciò che a me sfugge. La visione incrociata negli haiku, si impenna davanti a noi in apparente equilibrio atemporale e ci sfugge, come ci sfuggono i graffiti di Antoni Tàpies, pregni della propria arcaicità. Come i graffiti dell’uomo di Neanderthal, scavati sulla pietra, se mi chiedi cosa sono ti rispondo che non lo so, i graffiti di Tàpies in posizione di non equilibrio, si uniscono agli haiku nel tentativo di diventare sempre più indipendenti dal mondo esterno. Un cammino poetico-pittorico che ci tiene fino all’ultimo con il fiato sospeso.
Gli haiku come i graffiti tentano di fermare per noi il tempo, addirittura sono la vita stessa attraversata dal tempo.
Antoni Tàpies lascia segni, linee vibrate veloci, come segnate da corde ammainate, segni tormentati di rabbia implosa, prodotti da spade sfoderate nello spazio con rapida violenza di dissenso. Lascia tracce, impresse con forza tanto da consumare il colore; impronte negative di mani su gommalacca, parole straniere incomprensibili, segni nati come un urgenza vitale. Segni instabili ripetuti che permettono amplificazioni in ogni direzione, che come gli haiku si stagliano nel tempo creativo. Ecco la poetica del segno. Un istante che si impenna davanti a noi.
Qualche anno fa, mi trovavo a Barcellona su Passeig de Gràzia, e sul marciapiede di sinistra vidi lo stendardo della Fundaciò Antoni Tàpies. Entrai. All’uscita portavo con me i suoi segni.
Segni di passione e di vita, che come gli haiku, iscrivono la nostra simmetria spezzata.
Per dire ciò, parto dal presupposto che la vita non è lineare, che la vita è il regno della molteplicità delle strutture.
Per questo, Pasquale, quando evidenzi la volontà di rinnovare la tradizione come presupposto del tuo lavoro, non mi ritrovo. Io mi avvinco nella convinzione che niente si ripete. Chi pensa di ripetere per mantenere l’identico, si illude. Il tempo è creativo. Ti ricordi Eraclito?
Dice:- “ Il divenire è trasformazione, tutto è in movimento e niente resta fermo”.
Ci credo tanto, che non mi sforzo di modificare la tradizione. L’importanza della modifica sta nella capacità creativa dell’artista.

Ma questo mio dire, non intende fissare delle regole, tanto meno pensare che le vie dell’arte siano finite.
Inviato: 18/6/2009 17:54  Aggiornato: 18/6/2009 17:56
Autore: fulmini

@ AlfaZita

Illuminante la tua nota sulla pittura di Tàpies e la "poetica del segno". Molto convincente e commovente il tuo modo di intrecciare riflessioni generali ed esperienze particolari.

Sul resto, ci avviciniamo e ci allontaniamo - a fisarmonica. Tu scrivi: "la vita non è lineare... la vita è il regno della molteplicità delle strutture... niente si ripete. Chi pensa di ripetere per mantenere l’identico, si illude..." Ed io mi trovo perfettamente d'accordo. Proprio da questo comune modo di sentire-comprendere-capire proviene la mia esplicita "volontà di rinnovare la tradizione": se la tradizione non si può ripetere, mi dico e ti dico, non può che trasformarsi - in senso positivo o negativo. Evolvendo o involvendo, elevando o corrompendo, progredendo o regredendo, innovando o mortificando...
Inviato: 19/6/2009 12:34  Aggiornato: 19/6/2009 12:34
Autore: AlfaZita

Pasquale,mi parli da un binario di scarto,
da un finestrino in movimento e le voci si confondono.

Ti invito sul mio scompartimento. Il treno sta per partire.

Il viaggio si affronta non per raggiungere la meta ma per esporsi all’insolito, consapevoli che il nostro andare nel cambiamento, cambia noi.
Viaggio discreto il nostro ma sostanziale, come un asceta vive il deserto o come il monaco Zen la disciplina del respiro.

Ci troviamo nel tratto della vita che insieme ad altri del momento, viviamo un mondo in corsa che ci sfugge e nella velocità si deforma…e nelle curve più pericolose, mi auguro di perdere l’equilibrio e vivere a lungo il momento del dissesto, che alle fermate mi ritrovo cambiata.

Parlo, intenzionalmente io parlo a chi già sa.
Inviato: 19/6/2009 17:28  Aggiornato: 19/6/2009 17:28
Autore: AlfaZita

nota esplicativa:
Mi ricordavo che quasi tutti i paesi adottano lo scartamento normale tra le rotaie eccetto alcuni che adottano binari di scartamento ridotto. Da qui la frase binario di scarto. Intendevo lo scarto come salto brusco, restringimento delle rotaie. In questo caso il treno che viaggia su scartamento normale si ferma e per poter proseguire il viaggio su binari di scartamento ridotto,bisogna cambiare treno!!!
Inviato: 25/9/2009 20:32  Aggiornato: 25/9/2009 20:32
Ciao, scusate a tutti l'intromissione, perché non parlerò dell'articolo. Volevo solo sapere se Luisa Piccolo è originaria di Sant'anastasia. In tal caso è stata mia compagna di scuola e vorrei velocemente mettermi in contatto con lei. Rispondetemi, grazie.