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vademecum per nuovi giunti : Antonio Gramsci ed io
di Tonio , Mon 29 June 2009 8:00
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In questi giorni mi è capitato di leggere una lettera dal carcere di Antonio Gramsci alla cognata Tania. Prima di commentarla la trascrivo, per chi non abbia avuto ancora la possibilità di leggerla.

14 novembre 1932

Carissima Tania,

proprio stamane ho ricevuto il tuo vaglia dell’11 e ti ringrazio di tutto cuore. Ero preoccupato perché la tua ultima cartolina era del 2; inoltre nella lettera precedente scrivevi che mi avresti mandato una fotografia che non giunse. Ancora: in tutti questi giorni non ricevetti posta da nessuno. Non ho neanche più ricevuto le riviste dalla Libreria (forse Carlo, nella sua sciocchezza, può aver avvertito di non fare più spedizioni, ritenendomi già libero). Ero quindi molto preoccupato e ciò ha rinforzato in me un certo modo di pensare e mi ha fatto decidere a scrivertene. Non devi fermarti all’apparenza strana di ciò che ti scriverò e non devi credermi matto o leggero, o irresponsabile. Cercherò di giustificare il mio punto di vista, per quanto mi è possibile, ma devi partire dal concetto che ho altri argomenti oltre quelli che ti esporrò, argomenti che, per ragioni di varie specie, non posso scriverti per lettera e forse non ti direi neanche a voce. È difficile incominciare, ma proverò. Ecco.


Ho saputo qualche tempo fa che parecchie donne, che avevano il marito in carcere, condannato a pene alte, si sono ritenute sciolte da ogni vincolo morale e hanno cercato di costruirsi una vita nuova. Il fatto è avvenuto (a quanto si riferisce) per iniziativa unilaterale. Può essere giudicato diversamente, da diversi punti di vista. Può essere biasimato, può essere spiegato e anche giustificato. Personalmente, dopo averci pensato su, io ho finito con lo spiegarlo e anche col giustificarlo. Ma se ciò avvenisse per accordo bilaterale, non sarebbe ancora più giustificato? Naturalmente non voglio dire che sia una cosa semplice, che si possa fare senza dolore e senza contrasti profondamente laceranti. Ma, anche in queste condizioni, si può fare, se ci si persuade che si debba fare. In fondo, si rabbrividisce quando si pensa che in India le mogli dovevano morire quando moriva il marito, e non si pensa che il fatto si verifica, in forme meno immediatamente violente, anche nella nostra civiltà. Perché un essere vivo deve rimanere legato a un morto o quasi?

Mi pare che quelli della generazione che si è consolidata moralmente prima della guerra, pensino con una vecchia mentalità queste faccende, e che la generazione nuova, più rapida nelle sue decisioni e meno ingombrata da sentimenti di una data specie, abbia ragione. Come dico, la cosa non è semplice, occorre uno strappo violento, una lacerazione dolorosa, occorre prevedere, dopo la decisione, un certo periodo di rimorsi, di pentimenti, una oscillazione, ma in fondo, si può prevedere che ciò può essere superato e che si può creare una vita nuova. Espongo a te la quistione, credi, con molta persuasione, perché tu la comunichi a Giulia, oppure mi consigli di comunicargliela io direttamente. È una cosa molto, molto seria; ci ho pensato da molto tempo, forse dal primo giorno che sono stato arrestato, in forme diverse, scherzosamente prima, poi con maggiore serietà e approfondimenti.

Ho anche pensato che ciò poteva sembrare un gesto, molto romantico. Ho anche pensato che ciò poteva anche sembrare una furberia, una specie di ricatto sentimentale (come dire? – ti offro questo, apposta perché tu sia schiacciato dalla mia magnanimità e sii costretto a rifiutare) – ho pensato infine che il modo migliore potrebbe esser quello di mettere senz’altro in esecuzione unilateralmente la cosa, troncando ogni rapporto, creando unilateralmente un fatto compiuto. Questo ultimo caso mi ha molto tormentato, ma non sono stato e non sarò mai capace di affrontarlo. Così risolto il rapporto, Giulia avrebbe un doppio gravame, perché perderebbe ogni stima per me (ciò che non sarebbe senza conseguenze sulla stima che ella deve avere per se stessa) senza che fosse evitato il dolore. Il dolore non può essere evitato, ma può essere circoscritto e possono essere circoscritte altre conseguenze di carattere morale e intellettuale.

È necessario che l’iniziativa parta da me, questo è sicuro; che non se ne nasconda la conseguenza necessaria, per affrontarla con tutte le forze del proprio essere. Io penso, che Giulia, pur non essendo più una giovinetta, possa ancora crearsi liberamente una nuova fase di vita. In ogni modo, violentemente, sia pure, dare un nuovo indirizzo alla sua esistenza. E tutta una serie di quistioni coordinate, verrebbero risolte. Io rientrerei nel mio guscio . Non voglio dire che non soffrirei. Ma ogni giorno che passa mi rende sempre più insensibile e adattabile. Potrei sopportare. Mi abituerei. Ho già acquistato in molta parte la e in questi ultimi giorni mi sono accorto di essere, da questo unto di vista, più avanzato di quanto pensavo. D’altronde non ho ancora perduto abbastanza di sensibilità per non essere ancora in grado di comprendere certe cose. Forse fra un anno sarò completamente cambiato, non avrò più neanche la capacità di sentire quello che ancora oggi sento, sarò caduto nell’egoismo più grossolano e animalesco.

Tu devi essere, in questo caso, di una grande forza d’animo e devi essere assolutamente imparziale. Devi pensare a ciò che ti ho scritto con molta freddezza, pensando all’avvenire di Giulia e alla sua vita. Non so come deciderai di fare. Ti avverto che non scriverò a Giulia prima di aver ricevuto una tua risposta. So di darti una responsabilità gravosa, ma sono sicuro che tu puoi sostenerla. Puoi scrivere a Giulia direttamente, o comunicarle questa mia lettera integralmente o in parte.

Antonio


Avevo sentito parlare delle lettere che Gramsci scriveva dal carcere ma, vuoi per pigrizia, vuoi per difficoltà di reperimento, non ne avevo mai letto nessuna fino a pochi giorni addietro.
Sono molte le cose che mi hanno colpito di questa lettera come anche le domande che mi sono posto.
Ho pensato che le ragioni che lo hanno spinto ad una riflessione del genere potrebbero essere molteplici. Potremmo dire che un gesto del genere è segno di grande amore verso la compagna? Amarla a tal punto da renderla libera di rifarsi una nuova vita, pur consapevole che questa scelta gli procurerà una sofferenza indescrivibile?
Oppure, può essere questa scelta segno di egoismo? O è la paura che lui stesso possa un giorno essere oggetto passivo di una decisione unilaterale altrui?

Posso dire di aver vissuto anche io lo stesso stato d’animo e lo stesso tormento, essendomi trovato in una situazione analoga.
Anche io, appena arrestato, avevo maturato l’idea di affrontare la galera senza la mia compagna. Dico di più: nel momento in cui ho programmato di delinquere, quindi ancor prima che mi arrestassero, mi ero ripromesso che, se fosse accaduto il peggio, avrei dovuto affrontare il carcere da solo, o quantomeno avrei dovuto dare la possibilità di scelta alla mia compagna.
Questa possibilità di scelta gliela ho data sin dal primo momento. Ma, nello stesso momento in cui ho espresso il mio pensiero a lei, non sono stato capace di prendere unilateralmente questa decisione e di troncare ogni rapporto. Ci amavamo alla follia e lei non ha voluto sentire ragioni e ha deciso di continuare a vivere al mio fianco.
Sapevo però che prima o poi sarebbe arrivato il momento del logoramento del rapporto di coppia.

Dopo cinque anni si è presentato il conto, e ho capito che era arrivato il momento di rinunciare al primario bisogno dell’uomo, l’amore. Ho scelto la via più breve, dicendole che volevo conservare di lei un buon ricordo e che era arrivato il momento di dividersi. Questo perché neanche io, come Gramsci, avevo ancora perso la capacità di capire certe cose. Quella scelta tanto temuta l’ho presa unilateralmente, consapevole che avrei sofferto tantissimo. Posso però dire che quella scelta ha impedito che lei si sacrificasse ancora per me, ho capito che la mia condizione di carcerato non mi consentiva più di darle l’amore di cui aveva bisogno. Soprattutto, ho agito così per evitarle il dolore e l’imbarazzo di comunicarmi la scelta che in lei era già maturata.

Oggi, conservo di lei solo ricordi belli. È vero, ho sofferto moltissimo, molte volte mi sono pentito di essere stato io a decidere per tutti e due, ma penso che quella sia stata la scelta più saggia e meno sofferta per lei. Se le cose fossero andate diversamente, nel senso che per tutti e due a decidere fosse stata lei, molto probabilmente non avrei conservato un buon ricordo, perché una scelta del genere necessiterebbe anche di qualche spiegazione, e l’unica spiegazione che poteva trovare era quella di non farcela più a vivere da sola. Purtroppo, la mia condanna era a trenta anni, e una ragazza non può aspettarti tutto quel tempo. L’ho capita, l’ho amata e ne conservo un buon ricordo, perché fino a quando è stata presente ha sempre sacrificato se stessa pur di portare avanti il nostro rapporto. In realtà ho fatto quello che lei voleva e che non era capace di dirmi. La carcerite sicuramente mi ha permesso di essere più forte e anche in grado di sopportare questo.

Un altro aspetto che ritengo opportuno evidenziare è quello del rapporto che emerge con evidenza nello scritto, tra Gramsci e Tatiana. Io da lettore profano della vita di Gramsci, e quindi da scarso conoscitore delle relazioni che egli intratteneva, delle sue parentele, di eventuali figure familiari che potessero in qualche modo “rivestire” il ruolo di Tania, non posso che attribuire a quest’ultima la figura dell’amica. Vista l’enorme responsabilità di cui le fa carico, direi, “l’amica del cuore”.

Ed è proprio relativamente a questo aspetto che mi pongo una domanda, e questa volta non da scarso conoscitore ma da “laureato in carcerite acuta” e da soggetto che si è più volte trovato nella condizione di doversi interrogare proprio sul seguente quesito: è giusto, o meglio ancora, quanto risulta essere leale, verso la propria compagna, che la stessa accezione dovrebbe significare amica, amante, confidente sopra ogni altra, avere un rapporto con un’altra donna, anche se “solo” mentale (ho virgolettato “solo” perché a mio modesto avviso una complicità a livello intellettivo è sicuramente più imputabile di una mera attrazione fisica), che possa elevarsi al di sopra del rapporto coniugale, o di convivenza che sia?

Ed ancora: quanto è aggravante (perdonatemi la deformazione professionale, ormai i miei studi in giurisprudenza mi fanno discernere attenuanti ed aggravanti in ogni argomentazione) intrattenere un rapporto “particolare” con un’altra persona, considerando la condizione di “vedova” in cui si è lasciata la propria compagna e presupponendo una sua probità nel conservare e tutelare il rapporto di coppia, durante la lontananza forzata?
Io una risposta me la diedi già in tempi “non sospetti”, ovvero prima di leggere le lettere di Gramsci. Ora attendo di leggerne qualcuna delle vostre.

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Commenti
Inviato: 7/7/2009 17:08  Aggiornato: 7/7/2009 17:08
Bella domanda questa che fai, Tonio.

" ...quanto è aggravante (perdonatemi la deformazione professionale, ormai i miei studi in giurisprudenza mi fanno discernere attenuanti ed aggravanti in ogni argomentazione) intrattenere un rapporto “particolare” con un’altra persona, considerando la condizione di “vedova” in cui si è lasciata la propria compagna e presupponendo una sua probità nel conservare e tutelare il rapporto di coppia, durante la lontananza forzata?"

Forse ci sono le aggravanti e le attenuanti, insieme, in situazioni come questa. Ma non me ne intendo di diritto - e' possibile una cosa così? O nel diritto, diversamente che nella vita, non c'è spazio per le contraddizioni?

Giuseppe Marcias
Inviato: 9/9/2009 17:37  Aggiornato: 9/9/2009 17:37
Ricevo per lettera la risposta di ‘Tonio’ ad un commento ricevuto dal suo post del 29 giugno, la trascrivo e la pubblico. Pasquale Misuraca

A Giuseppe Marcias

Anche nel Diritto esistono molte contraddizioni. Per quanto riguarda le attenuanti e le aggravanti è possibile che queste concorrano, e quando ciò avviene ci può essere un giudizio di equivalenza o prevalenza.

Si ha concorso di circostanze quando rispetto ad uno stesso reato si verificano più circostanze. È opportuno distinguere il concorso di circostanze omogenee (tutte aggravanti o tutte attenuanti) ed eterogenee (simultaneamente aggravanti ed attenuanti).

Concorso di circostanze omogenee: si fa luogo a tanti aumenti o diminuzioni di pena quante sono le circostanze concorrenti.

Concorso di circostanze eterogenee: si deve procedere ad un giudizio di comparazione tra le varie circostanze secondo il discrezionale apprezzamento del giudice. Gli esiti del giudizio possono essere di prevalenza, ed in tal caso si terrà conto delle aggravanti o delle attenuanti a secondo di quali circostanze siano ritenute più significative, ovvero di equivalenza, con l’effetto del reciproco annullamento tra i due gruppi di circostanze e l’applicazione della pena base.

Le contraddizioni del Diritto purtroppo sono molte. Ci sarebbe molto da discutere su questo argomento. L’unica cosa che mi sento di dover dire e augurarmi è che la riforma della Giustizia venga fatta quanto prima.

Un caro saluto.