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sociografie : Spari nella notte
di pietropacelli , Wed 3 June 2009 7:30
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Anni fa ricevetti l’incarico, da parte di alcune aziende italiane, di effettuare un sopralluogo in Russia finalizzato a verificare la fattibilità di alcune operazioni imprenditoriali nel settore del turismo e dell’import-export. Eravamo agli inizi dell’era Eltsin, il “comunismo” era stato smantellato da pochi mesi e la società civile di quel paese era precipitata nel caos più completo, senza più leggi e regole di sorta. Come avviene sempre in questi casi, però, il potere non svanisce ma si alloca là dove prevale la forza e l’iniziativa dei gruppi di interesse più organizzati.

I primi giorni della mia permanenza a Mosca li utilizzai cercando di capire quel che stava avvenendo: i punti di riferimento tradizionali erano svaniti senza che altri avessero la forza di manifestarsi, emergere e imporsi. Dovevo fidarmi dell’istinto, cercare di capire la direzione da intraprendere. Decisi così di rivolgermi all’unico amico che conoscevo e che, forse, avrebbe potuto aiutarmi a decidere il da farsi, nonostante il caos imperante. Mi recai a casa sua, una piccola, elegante casa posta nel cuore del centro storico, vicino alla via Arbàt.

Durante il percorso, che feci a piedi, fui colpito dall’aspetto delle strade, abbandonate all’incuria, e dalla sporcizia imperante; tuttavia ciò che mi sconvolse fu la vista dei bambini abbandonati, che stazionavano, nonostante il freddo pungente, nei sottovia delle strade. Mi colpì in particolare il colore degli di quei bambini laceri e imploranti: azzurri, avevano gli occhi azzurri. Era la prima volta che associavo la miseria agli occhi azzurri, abituato com’ero, in Italia, a osservare mendicanti di ogni età tutti con occhi neri.

Ad ogni modo, coperto alla meglio dal gran freddo che stava calando sulla notte moscovita, arrivai a casa del mio amico. Fui accolto dalla squisita ospitalità di sua moglie; dopo una gradevole cena, iniziammo a parlare della mia “missione”; l’amico mi sconsigliò qualsiasi iniziativa imprenditoriale e per convincermi fece una cosa sorprendente, considerata la temperatura esterna alla casa: spalancò la finestra e mi invitò a pormi in ascolto. Restammo qualche minuto alla finestra e ascoltai con chiarezza una serie ininterrotta di colpi secchi. Erano spari, spari nella notte, che si ripetevano senza soluzione di continuità e che, meglio di molte analisi, descrivevano la situazione in cui versava quella città, martoriata prima dal “comunismo” e poi dalla barbarie eltsiniana.


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