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sociografie : Socialismo o muerte
di pietropacelli , Sun 3 May 2009 8:00
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“Malo, malo” mi disse con evidente preoccupazione il tassista mulatto, quando gli comunicai l’indirizzo che volevo raggiungere in un quartiere periferico de l’Avana, a Cuba. Dovevo assolutamente andarci, nel bel mezzo di un viaggio di lavoro, perché proprio lì conducevano le tracce del figlio desaparecido di un mio caro amico. Attraversammo tutta l’Avana turistica e ci inoltrammo in una periferia sempre più miseranda e sporca, fino ad arrivare a destinazione.

Uno spettacolo pietoso: neanche nei quartieri più malfamati del Cairo, di Tirana o di Sanaa - nello Yemen, avevo mai visto un tale squallore: davanti a me s’apriva un viottolo sterrato, ai bordi del quale sorgeva una doppia fila di casupole cadenti; il centro del viottolo era percorso da una fogna a cielo aperto, cumuli di immondizia impregnavano di odore fetido l’aria torrida di quel tardo pomeriggio. Chiesi al tassista d’aspettarmi, assicurandolo che sarei tornato presto, protestò vigorosamente, ma infine accettò, convinto dalla promessa di una buona mancia.

Bussai alla casupola indicata. Una lunga attesa. Mi aprirono. Entrai. Una decina di uomini tra i venti e i quaranta anni mi osservavano con manifesta curiosità, e malcelata diffidenza. Gli ambienti interni, ancora più squallidi dell’esterno, la puzza ancora più insopportabile. Chiesi di parlare con il ragazzo - con una durezza ed una sfrontatezza, capii dopo, temerarie fino all’incoscienza. Per tutta risposta, alcuni di quegli uomini dall’espressione poco raccomandabile mi invitarono a mangiare con loro, e per convincermi aprirono un vecchio frigorifero pieno zeppo di carne di maiale, in gran parte putrefatta.

Rifiutai decisamente l’offerta e insistetti nel voler vedere il ragazzo italiano, minacciandoli di avvisare la polizia e adottare “altri provvedimenti”. Mi chiesero circondandomi di dove fossi; risposi, tenendo duro e scandendo le parole, che ero “di Palermo”, che avevo “amici potenti”, e pronunciai, isolato, il nome “Mafia”. Mi fecero entrare in una stanza-cunicolo. Il ragazzo era disteso sopra un materasso lercio gettato sul pavimento ingombro di rifiuti sparsi. Era evidentemente in preda all’alcool ed alla cocaina. Con espressione allucinata, lentamente biascicò che stava bene e che veniva trattato bene dai suoi “hermani”. Gli “hermani” stavano alle mie spalle e annuivano, fissandoci.

Era chiaro che avevo a che fare con un plagio messo in atto da una banda di trafficanti di droga. Con una sicurezza della quale io stesso in seguito mi meravigliai, dissi loro che dovevano consentire immediatamente la partenza di quel ragazzo – magari attraverso il coinvolgimento del servizio sociale che io stesso mi sarei occupato di informare. Si guardarono in faccia, ci fissarono di nuovo.

Il mio comportamento guascone funzionò, la vicenda finì bene - grazie anche all’intervento della polizia: quel ragazzo italiano fu messo su un aereo e potè riabbracciare i suoi cari. Non potrò mai scordarmi quella casa, quel quartiere, quel frigorifero, e soprattutto le gigantografie del Che Guevara e di Fidel Castro che accompagnarono il mio ritorno in albergo gridando, ormai inutilmente, “Socialismo o muerte”.


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Commenti
Inviato: 3/5/2009 9:10  Aggiornato: 3/5/2009 9:10
Non comprendo, per mie lacune di certo, l'accostamento tra il Socialismo (di Cuba) e la droga nonchè l'utilizzo del vocabolo "desaparecido" nel caso in specie.
luigi