Radio Fulmini

Per installare RadioFulmini sul tuo sito clicca qui
_________________
Chi siamo
Login
Per gli Iscritti
Ricerca

Ricerca avanzata


Questo sito-rivista è la prosecuzione del blog-rivista fulmini, che in diciotto mesi ha capitalizzato 180.000 visite. Per conoscere il funzionamento di questo sito-rivista si può leggere il "Chi siamo" qui in alto.

apologetica : Un'opera teatrale di Alexandra Zambà
di giuseppenenna , Sat 18 April 2009 6:30
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  

attrice recitante

Luigi Russo, Christina Papadopoullou in La Vita della Morte di Alexandra Zambà, Roma - Teatro 'La Comunità' - 4 aprile 2009

Un lungo intervallo a separare una storia familiare. Non banalmente perché la vita della morte sia carta conosciuta, almeno ipoteticamente: l’unico evento certo alla nascita di ognuno. Quanto perché da tempo ne osservo i contorni sociologici. Un amico mi aveva parlato di un suo esame di questo tipo; oggi insegna a Roma 3. E tra ironie e lazzi riprendevamo spesso il filo del discorso. Invariabilmente interrotto, per frugalità dell’altro convitato, di pietre: il tempo. Il tempo che fugge ed è sterile. Fugge forse per colmare il vuoto della propria sterilità. Sociologia della morte.

Ed intanto procedeva l’eclissi della morte nei giorni feriali delle nostre giovani esistenze. Funerali sempre più privati, anche agli occhi piu canettianamente brillanti, da Elias Canetti. Macht Ùberien, 'Potere e sopravvivenza' [1972]: in cui - tra le altre cose - si descrive sapidamente la soddisfazione dei sopravvissuti all’evento luttuoso. Altrui. Una soddisfazione comprensibile ed irrefrenabile. Da sopravviventi.

Lontano lontano nel tempo, confinate in memorie documentaristiche, le prefiche pagate per piangere il morto, la morte, nei funerali collettivi d’una tradizione, soprattutto meridionale, ormai alle spalle. Ricordo che detestavo quelle esibizioni. Non capendo. Che quella elaborazione del lutto non asettica e fredda come camere morgue, obitoriali, aiutavano invece a mantenere un rapporto fecondo e naturale con la soluzione finale. Almeno biologica, in quanto di quello che accadrà poi possiamo solo congetturare, ed attendere. Certamente non atterrito o, peggio, indifferente. Non dichiarato fino a confinarlo tra le parole da telefilm, da blockbuster, da videogioco sparaspara. Un rapporto tanto obliquo quanto ipocrita e persino ridicolo.

In fondo la morte continua a terrorizzarci. Ed abbiamo perso la misura della sua necessaria voluttà. Della sua confidenziale apparenza. Come fine di tutto. O come sorella morte, principio di tutto. O come 'commare secca' [il primo film diretto da Bernardo Bertolucci, nel 1962, tratto da un soggetto di Pier Paolo Pasolini]. O, nell’iconografia ancestrale bergmaniana, come falciatrice incappucciata di nero, che gioca a scacchi con le nostre paure piú irredimibili [Ingmar Bergman, 'Il settimo sigillo' - Det sjunde inseglet -, 1957]. Fino ai piú recenti culti dark, spensieratamente gotici.

Ed invece il titolo sbattuto in faccia come una rasoiata, 'I zoi tu thanatu', che si traduce 'La Vita della Morte'. E poi un germinare di colori, storie intime, musicate, danzate, tarantolate, luci, penombre, recitazioni, versi e sillabazioni integralmente femminili [tutte le interpreti sono donne e solo un fisarmonicista interrompe la fisicità femmina]. Dentro un teatrino di Comunità trasteverino [che da solo, quel quartiere, ti allontana dal senso di morte]. Tappezzato di foto biancoenero di un incipiente Godot. Nell’odore di salsedine che immerge lo spettatore. Da storie patrie cipriote. Alexandra Zambà, l’autrice e regista, è fieramente cipriota. Fino ad espandersi, quell’odore, alle spiagge magnogreche, salentine, per sciogliere il lamento rituale: come unità dinamica di parola, di melopea e gesto; a risvegliare e reinventare le antiche rappresentazioni del lutto nel bacino mediterraneo.

Una rappresentazione non impaurita della morte, dalla morte. Una rappresentazione come dovrebbe essere. Senza drammi e con un dolore profondo che spacca il cuore e l’assenza, ebbra di ricordi. Ma volta al presente. Al tempo da assecondare senza ansie da prestazione. La vita. E la morte. Con rispetto dell’una e dell’altra. La vita. E la morte. Senza sprecare né l’una né l’altra. La vita. E la morte. Forzando i limiti, ma non troppo. Quello che riesce a mettere in gioco il meglio ed il peggio di sé. Con discernimento. L’uno e l’altro ci abitano. Questo sembra dirci l’autrice, Alexandra. La morte in fondo è un traguardo cui giungere vigili, evangelicamente vigili. E umanamente vivi. Vivi.


Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news
 
Si raccomanda di abilitare i cookies nel proprio browser prima di inviare un commento.
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Commenti
Inviato: 18/4/2009 12:14  Aggiornato: 18/4/2009 12:14
Autore: fulmini

Sì, dici bene, Giuseppe: "un germinare di colori, storie..."

"La terra lieta germinava fiori" scrive Boiardo: ecco, l'elemento dominante di questa rappresentazione teatrale di Alexandra anche a me pare essere una germinazione lieta, leggera, ludica, inattesa, inesausta, imperterrita - della primavera dall'inverno, della vita dalla morte.
Inviato: 19/4/2009 0:25  Aggiornato: 19/4/2009 0:25
la morte quale più grande estimatrice, tifosa, della vita. e forse viceversa.molti baci e molto ben ritrovati.
bokkaglio.
Inviato: 19/4/2009 8:01  Aggiornato: 19/4/2009 8:11
Autore: AlfaZita

A bokkaglio

Agitandomi nel dormiveglia si è fatto giorno e trovo il tuo commento.
La morte dici “è grande estimatrice della vita” e io allungando lo sguardo
aggiungo che
la morte ci ricorda quando noi uomini siamo inesorabilmente legati insieme.

Buona domenica.
Inviato: 19/4/2009 10:49  Aggiornato: 19/4/2009 10:49
Autore: AlfaZita

Ti ringrazio Peppe,
del lungo e meditabondo sguardo sulla mia opera.

Sono partita da sola alla grande avventura, per elaborare una forma artistica e una strategia di pensiero, per fare i conti con la morte. Placare l’animo dalla catena infinita di colpe cui non è possibile sfuggire, come un passato che non passa.

La volontà di presentare l’elaborazione del lutto nell’eredità delle generazioni passate, eredità di cui non ci si potrà mai del tutto appropriare, mi ha portato al compimento di un lavoro polifonico ove il corpo partecipa con ritualità, raccogliendo dalle esperienze delle prefiche salentine e le moirologhitisses cipriote, il gesto, il verbo, la melopea.

Rivolsi lo sguardo verso l’amore per la vita, consapevole che il dolore è struggente - più è grande l’amore, e che quando si ama si riversa sull’amato l’amore astratto, misterioso e complesso per la vita.

Poi avendo chiaro che per diventare soggetto un individuo appartenente alla specie umana debba fare i conti con la propria provenienza iscritta nella catena delle generazioni, mi allargai al diritto dei morti divenuti antenati, di contare nella nostra comunità dei vivi.

Da qui, “sollevando” le attrici un tantino dal tavolaccio del palcoscenico, intrecciai i corpi, sciolsi i legacci delle lingue, inventai i ritmi, in un tempo non databile e circoscritto in alcun luogo.

Anche se, come ricorderai, il palcoscenico parlava anche di tempi, luoghi e persone precise...
Inviato: 19/4/2009 12:40  Aggiornato: 19/4/2009 12:40
Autore: AlfaZita

A fulmini

Con lo spettacolo “ La vita della morte”, ho dovuto affrontare molte sfide .

La prima:
Il testo teatrale.
Ha dimostrato che anche gli spettatori più scettici, si aprono davanti alla poesia.

La più importante:
I morti nel ricordo dei vivi.
Vinta la resistenza degli uomini del nostro tempo che scacciano la morte nell’angolo dei tabù.

La più difficile:
Eraclito, Socrate e Platone.
Commozione,davanti ad alcune loro grandi idee filosofiche che gettano le fondamenta della cultura occidentale.

La leggerezza poi, che tu Pasquale citi, tutto merito degli Dei.
Inviato: 20/4/2009 11:38  Aggiornato: 20/4/2009 11:38
Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito, è Spirito. Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito".

Liturgia odierna | Gv 3,1-8
Nessuno può vedere il regno di Dio se non rinasce dall'alto.

http://www.chiesacattolica.it/cci_new/liturgia_new.jsp?data=20/4/2009%2020:00:00.000000000

Penso che questa sia la chiave dell'equilibrio del lavoro presentato. Poi, come ogni opera umana, può essere migliorato e ulteriormente affinato. Ma di suo la mescolanza degli elementi che Alexandra enumera, meglio di come farei io, funziona.

Ethos
Inviato: 20/4/2009 21:45  Aggiornato: 20/4/2009 21:45
Autore: AlfaZita

A Ethos

Ho voluto, fin dall’inizio, legare la morte alla vita; senza togliere nulla alla sua drammaticità, farla affiorare dal contraddittorio del presente. Riflettere con lo spettatore sull’enigma della morte ed accettare che essa, la morte, non sia più enigmatica della vita.

Perciò ho usato le ripetizioni, che vorrebbero dire: stralci di pensiero, di immagini vaganti, di memoria dolorante, che nel ripetuto ritorno ci immergono ad un tempo circolare, che contiene nel nostro presente sia il passato che il futuro.

Ti ricordo una delle frasi ripetute, detta all’unisono da due attrici, sempre le stesse:

- Soffia vento, soffia piano, soffia forte
- soffia come vuoi ma soffia vento.

Ecco Peppe,

era la circolarità delle frasi, la circolarità del loro significato, che fin dall’inizio della scrittura del testo mi occupava la mente.
Nel lavoro della tessitura, è venuto fuori un testo teatrale, apparentemente senza trama precisa.

Ho scritto la non trama sul tema doloroso della morte, con fili prestati dalla memoria dallo spettatore; ho usato colori vitali, chiazze di grigio e di nero, parole e frasi ignote, con altre note tenute insieme dalla ritualità.

Ho usato musica e canti noti ( salentini ) ed altri ritmi completamente sconosciuti
( ciprioti ), ho creato pieni e vuoti paralleli.
Ho evidenziato il movimento che si strappava dal buio, come pure a strappo, ho usato la parola, la musica ed il canto.

Ho immerso lo spettatore in un ambiente fluido, mandandolo ogni tanto in apnea e senza mai dimenticarlo, lo tiravo fuori dove con lampi forti, ombre leggere e buio doloroso, sviluppavo il tema dell’elaborazione del lutto.

Ho fatto di tutto per allontanarlo dalla rimozione della morte.