Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /storage/content/36/1010336/fulminiesaette.it/public_html/include/common.php on line 96 Il 'piano casa' sì. Se. - edifici contemporanei - Rubriche : Fulmini e Saette
Radio Fulmini

Per installare RadioFulmini sul tuo sito clicca qui
_________________
Chi siamo
Login
Per gli Iscritti
Ricerca

Ricerca avanzata


Questo sito-rivista è la prosecuzione del blog-rivista fulmini, che in diciotto mesi ha capitalizzato 180.000 visite. Per conoscere il funzionamento di questo sito-rivista si può leggere il "Chi siamo" qui in alto.

edifici contemporanei : Il 'piano casa' sì. Se.
di guidoaragona , Fri 27 March 2009 6:50
English version   Version Française   Versión español   Deutsch version  

Numero, speciale, dedicato al “piano casa” del governo, ed in particolare ad alcune implicazioni. Non sarà una disamina sistematica, anche perché al momento nulla è chiaro. Ma semplicemente, riporto un commento fatto “di getto” sul blog del prof. Giorgio Muratore (http://www.archiwatch.it/), che insegna storia della architettura alla Sapienza di Roma. Muratore, come potete leggere nel suo blog, prende di mira soprattutto la questione della proposta dell’incremento di “cubatura” del 20% degli edifici esistenti. Io sostengo invece che, questi “bonus una tantum” potrebbero essere una occasione per migliorare alcuni assetti delle nostre città, se pensati in termini urbanistici strategici. Ecco il commento, integrato e talvolta corretto:

Rischi del 20%, sì.
Però: a Torino, ad es., per il programmi ‘50, si fecero un mucchio di sopraelevazioni di edifici, in genere nati a cavallo fra ‘800 e ‘900.
E vi posso assicurare che la prevalenza di tali sopraelevazioni sono cose ordinate e dignitose, ed alcune sono cose anche belle. Penso ai due “classici” dell’intervento di Gino Becker su corso M. D’Azeglio, e quello di Passanti fra corso Matteotti e corso Re Umberto.
Il punto, è un altro: a voler usare intelligentemente il 20%, entrano in gioco i Piani Regolatori, e le strategie urbanistiche.
E’ una occasione che può essere usata male o bene.
Faccio esempio:


un Prg, in un documento di aggiornamento di applicazione al piano casa, dovrebbe dire: in questo perimetro, siamo già troppo densi, e non diamo questa facoltà. (quindi, escludi già di base i centri storici, ovviamente)
Poi: in quest’altro perimetro, posso farlo;
ancora: in questa zona, benché poco densa, non lo consento a livello residenziale… perché voglio compattare la città, non disperderla in modo irrazionale.
Quindi, comunque, non può essere usato lo strumento della autocertificazione del progettista, ma comunque il Permesso di costruire. Perché il controllo è necessario, in casi come questo. E non dovrebbe implicare un semplice “controllo igienico edilizio”, ma anche architettonico, specie in casi di ampliamenti su edifici di pregio.

edificio sopraelevato

Torino, edificio di corso Re Umberto 8 angolo corso Matteotti, sopraelevazione di Mario Passanti, 1958


Ecco, questo ci vuole: una visione urbanistica strategica. E purtroppo, non manca solo a Mr. 20%, ma un po’ a tutti.
Mi chiedo quali consulenti in materia abbia Franceschini, o se li ascolta: che apre assurdamente alla ipotesi della “perizia giurata” (come se fosse passata la guerra, e il parco abitazioni italiano fosse gravemente insufficiente per cui la priorità è “fare in fretta”), laddove non capisce alcune possibiltà potenzialmente interessanti delle “una tantum” del 20 e del 30-35%, se usate in modo intelligente dagli enti locali.
Il PD, dovrebbe spingere affinché questi bonus siano subordinati ad un “piano strategico” dei comuni, da realizzare in tempi non da ente pubblico: diciamo, massimo 6 mesi… e non è impossibile, i dati sono tutti lì, basta usare il cervello e lavorare davvero.
Ci sono le Regioni di mezzo, è vero… A me pare che in questo caso sarebbe meglio quasi “bypassarle”, ad eccezione di un documento “linee guida” per i piani strategici dei Comuni: diciamo, in tempi 3 mesi, dopodiché i Comuni sono autorizzati a fare di testa loro in assenza di Linee Guida… e i piani strategici di applicazione non dovrebbero essere prima approvati dalla Regione, ma solo sottoposti a controllo… quindi le Regioni possono eventualmente stoppare o richiedere modifiche ai comuni per i loro piani strategici, laddove essi contrastino con le linee guida. (è lì che bisogna sveltire… non sul controllo della attività edilizia specifica!)
Invece di fare petizioni, un po' ridicole, contro la “cementificazione”, i nostri cadaveri eccellenti della architettura e dell’urbanistica dovrebbero muovere il cervello. Altrimenti, CHE VADANO FINALMENTE IN PENSIONE! (lasciando posto a quelli come me, che siamo giovani e belli 


Formato stampa Invia questa news ad un amico Crea un file PDF dalla news
 
Si raccomanda di abilitare i cookies nel proprio browser prima di inviare un commento.
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Commenti
Inviato: 28/3/2009 13:18  Aggiornato: 28/3/2009 13:18
Appunto, io non credo alla visione strategia del palazzinaro brianzolo, ne' penso che il 90 per cento dei comuni italiani ne saprebbero sviluppare una, cercherebbero solo di far circolare soldi per i loro elettori. Comunque quello che pensiamo e' indifferente visto che il governo degli italiani come sempre fara' i suoi porci comodi e li fara' fare agli altri.
Inviato: 29/3/2009 12:08  Aggiornato: 29/3/2009 12:08
Autore: ethos

Il problema è che in Italia, di strategico, c'è solo la camposizione al ribasso [non virtuosa] degli interessi proprietari, solidi e polverizzati.

Come in una gag di Corrado Guzzanti di qualche anno fa: nella casa della libertà ognuno fa quel che cazzo vuole. Con buona pace per le osservazioni, condivisibili, che proponi.
Inviato: 29/3/2009 22:20  Aggiornato: 29/3/2009 22:20
Tento una sintesi dei punti che hai giustamente individuato:
1)opportunità
2) qualità
3)burocrazia (in senso lato: regioni-comuni-autocertificazione)
4)rapidità
Aggiungerei, di mio, l’aspetto economico che non è affatto da trascurare e dopo ti dirò perché.
Mi rendo conto che ognuno di questi punti, che sono anche obbiettivi, è legato indissolubilmente all’altro e basta ne fallisca uno che rischia di fallire tutto. Però sono convinto che la complessità non si governa tutta insieme ma lo si fa risolvendo un’incognita alla volta.
1) Tu hai, secondo me, colto il lato positivo della proposta, cioè la possibilità offerta ai comuni (più che alle Regioni) di fare un po’ d’ordine nelle nostre squinternate periferie e non solo. Ma l’opportunità è grande soprattutto per la “cultura” urbanistica, ammesso che ci sia, per ricominciare a discutere in maniera complessiva piuttosto che frazionata tra le 21 Regioni e gli 8-9000 comuni, non saprei quanti. Questa proposta è una “provocazione”, probabilmente involontaria, una scossa ai riti consunti della “pianificazione” che altro non sono divenuti che contrattazioni al ribasso, in cui la qualità dei risultati è inversamente proporzionale all’abuso che se ne fa del termine. E infatti qual è stata la prima risposta d’istinto: no alla cementificazione! Come non si fossero accorti di quello che c’è in giro, prescindendo dal pietoso appello dei tre. La cultura chiede che non si facciano scempi (vorrei vedere chiedesse il contrario), paventa distruzione dei centri storici (perché non dice semplicemente che i centri storici dovranno essere esclusi?), dimostrando così di non essere classe dirigente o meglio di essere una classe dirigente scadente. Non so nemmeno più se si tratta di ipocrisia, opportunismo o di perdita totale del senso di realtà.
2) Tu porti esempi di qualità per ampliamenti e, in effetti, l’ampliamento non è stato inventato con questa proposta ma, se qualcuno non se ne fosse accorto è presente nel nostro ordinamento, è anche diffuso ed è regolamentato, al pari di ogni altro intervento, con le diverse leggi e norme di attuazione. A fronte degli esempi virtuosi che tu porti ve ne sono, ovviamente, una grande parte che virtuosi non lo sono ed è ragionevole prevedere che anche con la nuova legge le proporzioni non cambieranno di tanto. E allora cosa fare? Qui può darsi ci sia una grossa differenza tra il mio punto di vista e il tuo perché io credo che vi siano bisogni, aspettative e perfino desideri di coloro che possiedono la casetta (e se nel mezzo c’è anche qualche villa chissenefrega) che restano frustrati e negati per anni e questo “diritto” del 20% va loro incontro, non tanto al rialzamento dei condomini che giudico difficile e sicuramente raro. In questo caso la qualità passa, a mio avviso, in secondo piano perché prima viene il cittadino e poi tutto il resto. Faccio questa mia affermazione con grande serenità perché ho dalla mia il parere di amici urbanisti di sinistra che la pensano in questo modo e ti dirò, anzi, che è da loro che ho, nel tempo, non in questi giorni, acquisito questo concetto. Dice uno di loro, di cui faccio il nome, Danilo Grifoni: Volume? Quanto basta. Però sono d’accordo che il controllo deve esserci e non ne vedo altro che la Commissione edilizia. L’importante è che i tempi siano contingentati. Poi uno può esercitarsi nello studio tipologico a livello comunale e così passano altri 5 anni e i risultati sarebbero gli stessi, o peggio. Credo sia sufficiente individuare quelle aree in cui non è ammesso per rispetto ambientale e storico: per i Comuni non dovrebbe essere difficile, dopo anni di “pianificazione” iper-conoscitiva e falsamente iper-vincolistica.
3) Sulla burocrazia sono con te totalmente. Tempi contigentati altrimenti si procede.(questo è una mia aggiunta). Se c’è un meccanismo che alimenta corruzione, sfiducia, abusivismo è proprio quello dei tempi biblici dei piani. L’autocertificazione non mi scandalizza se riferita al rispetto delle normative ma soggetta ad un ragionevole lasso di tempo che dia modo di essere sottoposta al controllo della Commissione edilizia. Non è tanto difficile stabilire una norma del genere.
4) Questo punto è indissolubilmente legato al precedente. La rapidità non è solo la fissazione di un presidente del consiglio aziendalista, è una necessità vitale nella nostra società. E’ una necessità economica “ma anche” culturale, perché nei tempi lunghi si perde la spinta originaria e pur di concludere si accetta tutto, si rinuncia, se ce ne fosse la voglia, alla qualità.
Concludo con l’aspetto economico che forse tu sottovaluti perché vivi in una realtà diversa dalla mia. In Toscana, come in molte altre regioni, lontani dalle aree metropolitane, vi è una realtà di case unifamiliari enorme. Leggendo su Repubblica ho trovato questo titolo: 11 milioni al via per ampliare. E’una stima, ovvio, ma vuol dire che nonostante la crisi, le famiglie italiane hanno denari da spendere e in questo momento niente è più conveniente del mattone, a maggior ragione se si tratta della propria casa. Ora piccoli ampliamenti da 30-50 mila euro danno lavoro ad una quantità straordinaria di piccole imprese e fanno girare denaro, ben prima e meglio delle grandi opere. E’ denaro che resta nel territorio e che alimenta altra ricchezza. Ed oggi credo tutti convengano ve ne sia il bisogno. In più è denaro speso bene perché ampliamenti del 20% (una stanza) servono e anche se numerosi non fanno scempi.
Nelle città il discorso si pone in modo totalmente diverso e l’interesse si sposta su temi più legati al disegno urbano e qui mi ritrovo nell’approccio che tu proponi. Con una postilla: come dovrà essere questo disegno? Se la nostra Kultura ( quando ci vuole ci vuole) invece che lanciare urletti scandalizzati o stare a guardare ne parlasse ne guadagneremmo tutti.
Ma ormai è chiaro che il principio di realtà è completamente perduto.
E allora mi associo al tuo incitamento: CHE VADANO IN PENSIONE lasciando il posto....a quelli come me che non sono affatto giovani, ma belli tanto.
Inviato: 30/3/2009 10:24  Aggiornato: 30/3/2009 10:24
Autore: guidoaragona

Giusto ieri parlavo con un parente circa l'opportunità di ampliare la vecchia casa (che era una casa di campagna, in origine circa dell'800), e come (avevo già fatto, da poco laureato, un piccolo ampliamento di tipo "mimetico"). Devo ammettere che, se volessero fare un nuovo ampliamento, stavolta dovrò dar fondo a tutta la mia abilità per non sfigurare la casa.

Ecco, ammesso e non concesso che una Commissione edilizia tipo possa prevenire sconci architettonici, tuttavia la sua rimozione totale, che deriva dalla eliminazione del permesso di costruire, è concettualmente inaccettabile, in quanto le case propettano su luogo pubblico, e pertanto la loro costruzione non può essere considerata fatto esclusivamente privato.
Aggiungo ancora: il recente "testo unico" per l'edilizia (concepito in governo di sx e varato da governo di dx; insomma, dagli stessi attuali attori della politica) fissa tempi precisi ed accettabili delle operazioni necessarie per l'ottenimento del permesso di costruire. Non si vede per quale motivo essi dovrebbero essere ulteriormente abbattuti. Forse che il numero dei vani sul territorio sono troppo pochi rispetto agli abitanti italiani?
La realtà è che c'è TROPPA QUANTITA', ma poca qualità.
Il lavoro deve esser fatto sulla qualità, non sulla quantità delle abitazioni.
I tempi troppo lunghi, sono tuttora quelli relative alle decisioni totalmente pubbliche: Prg, opere pubbliche. Nell'ambito delle opere pubbliche i tempi di approvazione burocratica superano decisamente quelli, talvolta eccessivamente ristretti, assegnati per la progettazione. I tempi del burocrate, comodissimi, comprimono i tempi di progettazione; e quindi anche della qualità della progettazione.

Certo, ci sono i fattori economici: ma anche sotto questo profilo, non serve immettere una grande quantità di vani sul mercato: oggi ci sono già tantissime case nuove invendute!
Bisogna stimolare la qualità delle abitazioni (anche attraverso sostituzioni edilizie), ed compattamento delle aree urbane, salvaguardando le aree non ancora urbanizzate.
Questo il vero compito, che pure muove l'economia.