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la lingua rubata : Planare lo sguardo perenne in cerca
di AlfaZita , Sat 28 March 2009 7:00
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testa di bronzo antica

Museo di Cipro, 20 febbraio 2008



Planare lo sguardo perenne in cerca
e i colori
non bastano le linee curve
la velocità dei pensieri inghiottiti
luci nel buio
pesto di un mondo prima
e prima ancora.



La fotografia e la poesia sono di Alexandra Zambà.


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Commenti
Inviato: 28/3/2009 9:02  Aggiornato: 28/3/2009 9:02
Ed è in quel prima, e anche nel sempre, dolce incontrarti, cara amica.
Inviato: 28/3/2009 14:20  Aggiornato: 28/3/2009 14:20
Sono veramente commosso! Dalla Fotografia. Dalla poesia.
Grazie Alfa Zita.

Luis Razeto
Inviato: 28/3/2009 15:44  Aggiornato: 28/3/2009 15:44
Autore: AlfaZita

carissimo amico,
poche parole tra noi e gli sguardi molti
bucano le distanze.
Inviato: 28/3/2009 16:04  Aggiornato: 28/3/2009 16:04
Autore: unviaggiatore

Guardando al passato, non dobbiamo dimenticare, guardiamo il presente con gli occhi del futuro.
Giuliano Cabrini
Inviato: 28/3/2009 16:41  Aggiornato: 28/3/2009 16:41
Autore: AlfaZita

Carissimo Luis,
ero sola
e sola la testa nella sala pensierosa

due anni prima
la poesia covò di notte
nel buio denso di presenze.
Inviato: 28/3/2009 18:01  Aggiornato: 28/3/2009 18:01
Autore: Arfasatto

Arfasatto
Vale da sola un viaggio a Cipro. Cosa non darei per avere un profilo così...
Inviato: 29/3/2009 11:52  Aggiornato: 29/3/2009 12:37
Carissima amica:

Vi è nella creazione artistica un mistero, un qualcosa che ci sorpassa, che ci supera, che ci connette con una realtà impercettibile della quale magicamente facciamo parte, e che quando viene incontro a noi, in momenti come quelli che descrivi (“ero sola / e sola la testa nella sala pensierosa - due anni prima / la poesia covò di notte / nel buio denso di presenze”) ci regala un pezzo di spirito e ci fa agire, spesso a nostra insaputa, come un Dio creatore. L'artista regalato dallo spirito, viene in certo modo indotto a regalare a tutti il regalo ricevuto.
Mi stupisce (me “sobrecoge” in spagnolo, non trovo una traduzione giusta) anche la particolarmente misteriosa connessione fra la poesia e la fotografia.
Luis Razeto
Inviato: 30/3/2009 2:11  Aggiornato: 30/3/2009 10:25
Autore: AlfaZita

Carissimo Luis,
parli della creazione artistica, della magia della percezione, del fare inconsapevole, dello scoprire segni - Michelangelo diceva che la statua era nascosta nel marmo e lui la portava solo in evidenza -
e mi coinvolgi nel suo mistero.
L’essenza dell’arte penso sia la Poesia.
Scrivere una poesia è una straordinaria impresa di qualcuno che tenta di leggere il mistero della nostra esistenza, ora e sempre nel mistero della lingua, nella dimensione creativa della parola umana.
La lingua poetica è una rete che tira su molti pesci, per chi la sappia ascoltare. Se non altro per la sua specialissima arte di misurarsi con l’indicibile, l’inesplicabile. “Ma l’essenza della Poesia è l’instaurazione della verità” diceva Martin Heidegger e non mi sorprende che tu filosofo che rifletti sull’essere e la verità, cerchi di afferrare l’inesplicabile della poesia, ma anche l’ambiguità e i confini indefiniti, inafferrabili della fotografia.
La fotografia poi della testa aperta, vive un doppio memento incomprensibile: la foto nelle uniche condizioni dello scatto che attesta l’inesorabile azione dissolvente del tempo e l’originale che traccia l’adolescente inafferrabile. E l’adolescenza non è altro che il passaggio inesplicabile, doloroso passaggio enigmatico.
Forse, il transitorio che viene fissato, l’inarrestabile che viene fermato, il vitale che viene congelato, ha ammaliato Arfasatto.
Inviato: 30/3/2009 2:17  Aggiornato: 30/3/2009 2:17
Autore: AlfaZita

Caro Giuliano,
quell' "istante prima" è solo un'immagine, poiché quel fenomeno avviene in un altro tempo, in una "durata"come dicevano i greci, in senso astratto: dunque una sorta di "buco di eternità" nel tempo, nel momento della percezione dell'oggetto.
Inviato: 30/3/2009 18:48  Aggiornato: 30/3/2009 20:27
Ad Alfa Zita ed a tutti gli addetti a fulminiesaette:

Consentitemi di descrivere ciò che mi è successo con questo “Planare lo sguardo perenne in cerca”.

Mi sveglio di notte, circa le tre del mattino. Sono inquieto ma completamente sveglio. Mi affaccio alla finestra, guardo la campagna che dorme, in silenzio, il cielo stellato. Di giorno avevo rivisto (per farlo vedere a uno dei miei figli), il sogno di Akira Kurosawa nel quale un giovane pittore si addentra nelle pitture di Vincent Van Gogh e parla con questo (interpretato da Martin Scorsese), mentre si ascolta il Preludio N° 15 di Fréderic Chopin. Sono dunque (ci penso oggi) particolarmente sensibilizzato.

Vado al computer, apro fulminiesaette. Vedo questa fotografia, la cui bellezza mi colpisce immediatamente. Mi soffermo a guardarla a lungo (e inevitabilmente, a pensare mentre guardo). Cosa guardo:

l’occhio del giovane che, a conseguenza della rottura del bronzo, sembra abbassare lo sguardo per vedere più da vicino, cercando... Sguardo perenne, scolpito nel bronzo, che rimane attento nonostante il tempo abbia fatto la sua opera distruttiva sulla scultura...

mi colpiscono i colori, nel bronzo invecchiato, nell’occhio visto all’interno, dei capelli, del viso, della sala...

la prospettiva. – fortissima - segnata dalle linee nette del tetto, e dagli altri oggetti che si vedono dintorno...

mi viene in mente, ho la impressione, che la testa del giovane sia stata rotta dalla forza, dalla intensità dello sforzo di osservazione, o forse da idee o emozioni troppo grandi e terribili che siano passate per la mente del giovane, e che questo non sia riuscito a controllare...

mi soffermo sulla luce all’interno del bronzo, l’occhio interiore straziante, l’oscurità che si vede dai buchi nella testa...

e penso che tutto questo che ora si vede all’interno della scultura, sarebbe rimasto per sempre occulto, buio, come era al principio quando la scultura era intera. E´ stato il tempo a darci l'occasione di vedere un po' di luce in quell'antico buio.

Soltanto dopo questo lungo sguardo e soffermarmi sulla fotografia, mi accorgo del testo, della poesia che la accompagna.

La leggo, di corsa, e penso semplicemente che l’autrice ha descritto bellamente ciò che si vede, e che io ho visto nella fotografia. Una descrizione, direi, lineare. E mi dico: “ho visto giusto! ho visto quello che ha visto e creato prima AlfaZita, e che ci descrive nei versi”.

Ma. C'è qualcosa che non mi chiude bene. “Planare”, perché “planare” sguardo perenne... Non è questa la parola che meglio descrive gli occhi (interno ed esterno) del giovane. Perenne, sì, lo dice per il bronzo. Ma, neanche! E mi dico: “Alexandra sempre attenta a le parole giuste, non ha scritto “planare” per caso, né “perenne” in senso così ovvio; ma sicuramente ha scelto le parole con precisione sottile”.

E allora lascio fuori campo la fotografia. E mi soffermo sui versi.

"Planare lo sguardo perenne in cerca
e i colori
non bastano le linee curve
la velocità dei pensieri inghiottiti
luci nel buio
pesto di un mondo prima
e prima ancora."

Mi girano le parole, e tutto cambia subitaneamente.

Capisco:
La poesia non è la descrizione della fotografia bensì un'opera a sé, indipendente, e mentre più leggo e cerco di sentire e di capire, meglio mi accorgo che descrive con grande esattezza il senso profondo della filosofia, dell’arte, e più in generale, della ricerca della verità e della realtà. Sento che la poesia descrive ciò che io vengo facendo nelle mie ricerche filosofiche che finora hanno dato luogo al libro “Alla ricerca dell’essere e la verità perdute” e che continuo a svolgere scrivendo attualmente “All’incontro dell’essere e della verità perdute”.

Sarebbe troppo lungo fare riferimento ad ogni parola e verso della poesia. Soltanto uno: “non bastano le linee curve”.
Uno dei concetti centrali a cui arrivo nella mia ricerca filosofica, può riassumersi in modo preciso (poeticamente) dicendo che “non bastano le linee curve”. La realtà naturale ed empirica, cioè la realtà del mondo fisico e del mondo biologico, è interamente costruito su linee curve. Tutta la realtà è curvilinea. Nell’universo materiale non esistono le linee rette. Le linee rette sono costruzioni intellettuali, e rappresentano l’universo della razionalità, dell’intelletto, dell’arte, della matematica, della geometria. Di fatto, noi, nella scienza, nella matematica, nelle concezioni intellettuali, disegniamo la realtà con linee (inevitabilmente) rette, rette anche quando disegniamo una curva, ovviamente, o un concetto complesso. Ma, le linee rette che costruiamo intellettualmente, sono presenti in qualche modo "essenziale" nel mondo empirico.

(E, poi, l’artefatto umano più vicino a una linea curva probabilmente è la poesia).

Ero stanco quando già spuntava l’alba. Ho lasciato sul sito un breve messaggio ad AlzaZita soltanto per farle sapere che ho capito, e ringraziarla del regalo magnifico.
Poi ho scritto a Fulmini chiedendo di non pubblicare ancora il mio XIV post sulla “creazione di una nuova civiltà”, che doveva comparire quel giorno, e di lasciare invece come apertura del sito-rivista almeno il giorno intero la fotografia e poesia di AlzaZita.

Luis Razeto
Inviato: 10/4/2009 0:31  Aggiornato: 10/4/2009 7:34
Con 'Planare lo sguardo perenne in cerca' si è iniziato un dialogo sulla creazione artistica che mi risulta prezioso e che vorrei continuare. Continuare, ma anche in certo modo riprodurre, perché in ciò che già è stato detto vi è tanta ricchezza di idee che mi sembra sia stato già detto tutto ciò che vorrei dire ancora e approfondire. Nel commento anteriore a questo ho descritto ciò che mi è successo nel guardare la fotografia e nel leggere la poesia, cioè la sequenza di percezioni, emozioni e pensieri che mi hanno portato a scoprire la sublime presenza della bellezza e della verità in entrambe le opere di AlfaZita (e nel nesso che ha stabilito fra di esse).

Poco prima in un altro commento, mi ero riferito al “mistero che si fa presente nella creazione artistica, cioè la presenza di un qualcosa che ci sorpassa, che ci supera, che ci connette con una realtà impercettibile della quale magicamente facciamo parte, e che quando viene incontro a noi – nei momenti della creazione - ci regala un pezzo di spirito e ci fa agire, spesso a nostra insaputa, come un Dio creatore. L'artista regalato dallo spirito, viene in certo modo indotto a regalare a tutti il regalo ricevuto”.

Questo non l’ho scritto perché io abbia una matura teoria dell’arte precedentemente elaborata. E’ stato invece che, guardando queste opere di AlfaZita, cercando di capire il loro rapporto, ma sopratutto leggendo i brevissimi racconti che ci ha regalato Alexandra sui momenti ed i contesti nei quali le due opere furono prodotte, mi è parso di essermi avvicinato alla comprensione di quel mistero presente nell’arte.

Successivamente AlfaZita approfondisce questo mistero facendo riferimento alla “magia della percezione”, al “fare inconsapevole”, allo “scoprire segni” che legge nelle mie parole. Così Alexandra ha colto esattamente ciò che avevo in mente quando ho scritto quel commento. Dei tre elementi, prendo ora in considerazione il terzo: lo scoprire segni.

La mia ricerca filosofica “Alla ricerca dell’essere e della verità perdute” nacque dalla perdita – che caratterizza la filosofia moderna ma che è stata anche vissuta esistenzialmente da me stesso - dell’essere ontologico e della verità filosofica. Parte fondamentale e centrale di questa ricerca sono i tentativi di “scoprire segni”: segni dell’essere e della verità ormai perduti ma che si vuole ritrovare. E l’arte è senza dubbio una via regia verso l’essere e la verità.

Lo dice e lo spiega meglio di me Alexandra quando aggiunge: “La lingua poetica è una rete che tira su molti pesci, per chi la sappia ascoltare. Se non altro per la sua specialissima arte di misurarsi con l’indicibile, l’inesplicabile. “Ma l’essenza della Poesia è l’instaurazione della verità” diceva Martin Heidegger e non mi sorprende che tu filosofo che rifletti sull’essere e la verità, cerchi di afferrare l’inesplicabile della poesia, ma anche l’ambiguità e i confini indefiniti, inafferrabili della fotografia.”
Non ho dubbi: “la fotografia della testa aperta, vive un doppio memento incomprensibile ...”.

Cosa posso aggiungere? L’istante dello scatto racchiude e contiene il lungo operare del tempo che distrugge e crea costantemente la realtà. La distruzione della scultura è condizione della creazione della nuova opera d’arte, nella quale la vecchia opera acquisisce nuova vita, nuova realtà, nuova verità. Direi che l’intero universo, l’operare insieme di tutte le forze della natura e dello spirito sono stati necessari per fare reale (forse inconsapevole) quell'unico ed irripetibile scatto creatore di una fotografia che, infine giunge a me e a tutti noi portandoci un segno dell'essere e della verità, non per caso, ma anche per il misterioso e inspiegabile mistero che collega tutte le cose, quelle soggettive e quelle oggettive (per dire così).

Mi risulta difficile dire ciò che pensavo dire quando cominciai questo commento. In realtà, mi accorgo di non fare altro che sottolineare ciò che già Alexandra mi ha scritto, e che adesso coscientemente sottolineo con l’intenzione che giunga a tutti coloro che, forse, hanno letto di corsa il suo commento, senza fermarsi a comprendere l’intero profondo pensiero che rimane ancora un po' nascosto.

Luis Razeto
Inviato: 10/4/2009 8:12  Aggiornato: 10/4/2009 8:42
Dice Gesù nei Vangeli (Matteo 13) che “Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». Siccome io - in cerca di segni dell’essere e della verità - ho trovato questa perla preziosa di grande valore, lascio tutti i miei averi e l’acquisto. Cioè, mi soffermo, l’acquisto, non la lascio, la esamino con estrema attenzione.

Prima l’ho fatto col verso “non bastano le linee curve”. Adesso mi soffermo sul primo verso: “Planare lo sguardo perenne in cerca”.

AlzaZita ci invita ad avere uno sguardo completamente diverso, nuovo, nella ricerca della verità e della realtà.

Solitamente lo sguardo tradizionale del filosofo viene rappresentato dal guardare in alto, verso il cielo stellato e più in la, a vista persa. Poi, agli inizi della civiltà moderna, troviamo lo sguardo di Galileo che esplora i mondi col telescopio. E’ stato rappresentato anche (nel Pensatore di Rodin) lo sguardo del saggio che guarda in basso a occhi chiusi cercando la verità nel proprio interno. C’è anche lo sguardo rigoroso dello scienziato che osserva i particolari minimi e nascosti all’occhio nudo facendo uso del microscopio.

Vi è anche lo sguardo (al quale ci ha invitato Gramsci) che si raggiunge dalla cima della montagna, dall’alto di una torre, cioè da un vertice superiore dal quale si può guardare intorno in lontananza.

AlzaZita ci invita ad uno sguardo nuovo: prendere il volo dall’alto della montagna, e come l’aquila che plana il suo sguardo di cacciatore, planare lo sguardo perenne in cerca

Luis Razeto
Inviato: 10/4/2009 11:42  Aggiornato: 10/4/2009 11:42
Autore: fulmini

Non intervengo sul dialogo a più voci originato dal biforme post di AlfaZita - sto qui, ammirato, ad ascoltare e riflettere.

Intendo solo mettere in evidenza, da un lato, di quale materia è fatto il poeta e l'artista - AlfaZita - (quanta conoscenza e quanto amore della conoscenza siano contenute nelle sue opere: una poesia, una foto, un commento), e dall'altro lato, di quale materia è fatto lo scienziato e il filosofo - Luis - (quanta disposizione all'ascolto dell'intero mondo nella sua concretezza e dell'intera produzione culturale nella sua originalità siano contenute nelle sue opere: un commento, un post, un libro).
Inviato: 12/4/2009 15:03  Aggiornato: 12/4/2009 17:13
Leggo solo ora, Luis,
i tuoi commenti ed ho il cuore pieno di gioia e di sbigottimento. La gioia di poter prendere tempo per affrontare fonti che sgorgano abbondanti, chinarsi e bere; sbigottimento per le affinità elettive che saltano fuori dai versi, dove nascoste le ferite stentano a guarire per non cancellare il ricordo.
Sto scrivendo con i minuti prestati (mi trovo a Cipro in casa di vecchi zii che parlano una lingua d'amore con gesti amplificati da laconiche e rituali parole), perciò riprenderò le riflessioni sull'arte e la vita, a cielo aperto.
Posso solo aggiungere che ho appena risposto all'altro post / Roma città aperta/,dove cito Guido Cavalcanti, e con le sue parole parlo d'amore. Lo posso ripetere anche qui credendo che la possibilità di resistere al mondo è in ragione diretta della capacità di autonomia, ma è innegabile che la conoscenza più profonda passi attraverso questo identificare nell'altro l'origine della propria gioia.
AlfaZita
Inviato: 18/4/2009 16:46  Aggiornato: 18/4/2009 20:23
Autore: AlfaZita

Eccomi, Luis.

Da un luogo all’altro
parto oppure ritorno mi si confondono.
La mia mente, baricentro avendo il cuore,
come la “tua” aquila
che con lo spostare il collo rallenta il volo,
anche il mio sguardo nel virare, plana allargandosi.
Come la “tua” aquila
che plana contro corrente fissa l’erba,
anche il mio sguardo,
nella solitudine della distanza del volo,
ruba ciò che luminoso attraversa il buio iniziale.
Lascia
che il tempo selezioni i segni nascosti in ostriche rare.
Pazientemente
va a scoprire le “tue” perle Luis,
tanto preziose quanto comune è il granello di sabbia
cui attorno la madreperla si annida.
Inviato: 22/4/2009 13:46  Aggiornato: 22/4/2009 16:12
Autore: fulmini

(Ricevo oggi per lettera il commento di Tonio al post di AlfaZita - che avevo stampato completo dei commenti e gli avevo fatto avere a mia volta per lettera -, lo trascrivo e lo pubblico.)

Ad AlfaZita

Ho sempre pensato che porsi una domanda implica la volontà di trovare una risposta.
Io non riesco a commentare la poesia ma, nel buio pesto del passato, mi piacerebbe vedere la luce del futuro, perché solo attraverso ciò che è stato si potrà costruire ciò che sarà.
Il bronzo che è ritratto nella foto mi fa pensare a due cose: la prima, il segno dell'invecchiamento della materia e non del pensiero; la seconda, lo sguardo perenne in cerca di risposte. Risposte che gli uomini di oggi dovrebbero sforzarsi di dare.
Complimenti ad AlfaZita per averci regalato la visione di questa immagine e per la sua poesia, e complimenti anche a Luis Razeto per aver descritto quello che io ho visto e che non sono riuscito a dire con le parole.
Un caro saluto.

Tonio
Inviato: 23/4/2009 1:00  Aggiornato: 23/4/2009 8:01
Ad AlfaZita:

Nella distinzione che fai e con la quale al contempo unisci il mio e il tuo planare e il tuo e il mio sguardo, mi confermo che facciamo parte della medesima universale e perenne avventurosa ricerca dell'essere, la verità e la bellezza, e di come quest'ultima costituisca una "via regia" delle prime.

Abbracci festosi assai

Luis Razeto

A Tonio: Mi fa un piacere immenso vedere che anche tu voli e plani alto e libero percorrendo l'inesauribile tempo e spazio (che nessuno può racchiudere).

Un forte abbraccio

Luis Razeto
Inviato: 26/4/2009 19:41  Aggiornato: 26/4/2009 20:48
Autore: AlfaZita

Riprendo Luis, il nostro pensare sull’immagine e sulla poesia.

Analizzando a ritroso il mio modo di concepire un pensiero, mi vedo riflettere ad immagini che si susseguono spesso con ritmi vertiginosi. Pensieri che affiorano su frammenti di immagini captati in tempi e luoghi spesso indefinibili che lasciano nel segno il sentimento di un attimo che non ha molto da spartire col tempo e nemmeno con lo spazio realmente vissuto. Ricordi asistematici vari e casuali che si staccano e si compongono in successioni diverse, formano immagini tanto assurde quando reali. Definiscono nel loro modo combinatorio, contraddittorio e paradossale, una realtà fatta solo da margini, da `filamenti’ sottili.
Emerge dall’accostamento, la nervatura immaginale della scrittura riconosciuta nell’immagine che non teme il ‘contatto’, il peso, l’assoluta enigmaticità, resiste al preconcetto ed al convenzionale.

Mi vedo fatta di creta cerchiati gli occhi di colori capelli tentacoli bocca enorme mani lunghe pieghevoli, piedi chiusi dentro anfore di ferro di pietra di legno… sono pilastro, curva del cielo antropomofo… sono Medea, Ecuba, Elena e Antigone, anche Achille, Alessandro, Adriano, e Eraclito, Socrate, Aristotele, Kafka, Borges, Italo Calvino… Saffo, Alda Merini, Emily Dickinson… Fidia, Pablo Picasso… sono la figlia sono la madre, sono nobile e popolana… sono qui, plasmata da filamenti multiformi, riconoscibile nell’ultima metamorfosi.
Nella metamorfosi ho vissuto ed incorporato la vita di altri esseri, il loro stupore per la vita la loro non rassegnazione alla morte.

Il mio legame magico-mimetico col mondo è l'unico mezzo che ho per conoscerlo. E
all’immagine aggiungo l’improvvisazione.

Dunque ragiono per immagini che formano pensiero in uno spazio improvvisato; e l’improvvisazione per me è: allargare la prora dalla direzione del vento, per prenderlo più favorevolmente nelle vele.
L’improvvisazione per me è l’altro tassello basilare cui poggiare il pensiero. La poesia e ancor più il teatro, dipendono dall’improvvisazione. Tutti i frammenti delle immagini si compongono solo in quel “viaggio” e formano la struttura della nave ed il carico.

Questo mio modo orientale del sentire, mi fa seguire le pulsioni del mio corpo e non pretendo di razionalizzarle verbalizzandole; mentre lavoro e creo, non sono cosciente del perché di una pausa o di un movimento, agisco però senza tentennamenti, sicura che quella è la parola il gesto il movimento giusto.
Corro appresso un respiro, un timbro ritmico interno che amplifica con cerchi d’acqua l’azione; la parola è la mia ultima preoccupazione, convinta che la parola media ed altera la realtà, corrompe gli animi, cristallizza il pensiero, conforma la vita.

Perciò non ci tengo a sistematizzare concettualmente la realtà.
Solo che il linguaggio non specialistico, lo sguardo d’insieme, certe interpretazioni inattese e sorprendenti,
mi hanno creato problemi seri anche con intellettuali a me vicini, ritenuta inattendibile per il mio modo di vedere la realtà. Loro esercitano attraverso i concetti un uso "settoriale" della conoscenza. Loro astraggono, universalizzano e definiscono.
Bene.
Purtroppo non vedono che in questo modo, smembrano, e impoveriscono la varietà eterogenea delle cose. Temono il `contatto’, il peso, l’assoluta enigmaticità, la refrattarietà all’ordine e all’organizzazione, lo sfuggimento dalle identificazioni. E mirano all’uno, all’identico, alla totalizzazione e al metodo, più o meno implicati nella presa concettuale,
mentre
per amore del molteplice, del contingente e della metamorfosi, spalanco gli occhi allibiti alle cose di questo e dell’altro mondo.

“E vidi che lì non s'acquetava il core”,*

cosi Luis,
mi accovacciai nella poesia e sul tavolato del teatro,

continuai a cercare le immagini nel territorio fecondo dell’immaginario, consapevole che tutti noi abbiamo bisogno di molte immagini;
se vogliamo una vita nostra, e se le troviamo presto, non troppo di noi andrà perduto.

*(Dante, Purgatorio XIX)
Inviato: 28/4/2009 20:26  Aggiornato: 28/4/2009 20:26
Autore: AlfaZita

“L’uomo è una essenza che fa domande” diceva Erwin Straus nella sua opera sull’ossessione *, e la tua, Tonio, è una grande domanda: Come imparare dal proprio passato e dare luce al proprio futuro?

Domanda peripatetica, il cui significato ed importanza negli anni della nostra vita cambia di tono e dimensione: quando ci allarma gettando nero e quando ci tranquillizza trascinando via incomprensioni dolorose. Penso che osservare, analizzare, cercare le cause del nostro comportamento, sia importante per conoscerci meglio e dunque prevedere le nostre future imprese. Comunque posso dire, anche per diretta esperienza, che spesso è la vita degli altri che dà luce alla nostra. Spesso soppesando, paragonando la nostra vita a quella altrui, riusciamo ad avere i lumi della vita futura. E siccome non solo i vivi si offrono ad illuminarci, guardare al passato non separandolo nettamente dal presente è logico ed opportuno. Siccome poi, è legittimo riflettere che ciò che noi attraversiamo nel presente era la nostra immaginazione del passato, è saggio non separare il futuro dal presente (in quanto il presente contiene il futuro).

Gli occidentali hanno una concezione del tempo evoluzionistica. Perciò il tempo si distende su un rettilineo, dove progressivamente si adagia la nostra vita creando una rigida divisione temporale tra ciò che eravamo, ciò che siamo, ciò che vogliamo diventare.

Finché il nostro passato lo facciamo alloggiare in punti della retta diametralmente opposti dal nostro futuro, finché non ci riconosciamo come individui polimorfi ed in continuo cambiamento, finché il nostro sguardo non è volto verso la conoscenza, non potremo raggiungere una maggiore consapevolezza di noi e del mondo, non potremo avere un po’ di pace e di felicità.



* Erwin Straus psichiatra - Uno studio clinico e metodologico (1948), Giovanni Fioriti Editore, 2006
Inviato: 29/4/2009 3:14  Aggiornato: 29/4/2009 4:02
Carissima AlfaZita,

Ho letto la straordinaria, saggia e bella descrizione/spiegazione teorico-poetica del tuo modo di concepire un pensiero e di fare arte, teatro e poesia, e sento il bisogno di dirti esattamente questo che ho letto poco fa, e che esprime il pensiero ed emozione che mi fai provare con questa tua lettera:

“Ho sentito
solo io e te che ancora non c’eri
io la sentinella con la mano alzata
contro luce avvistare l’albero di mezzana
della tua nave.” (AlfaZita)

Difatti ho sentito, e in questo mio scoprire la tua arte e incontrarmi solo io e te come se mai ci avessimo conosciuti, con attenzione estrema incomincio ad avvistare contro luce, in lontananza, laddove mi si perde la vista, il punto più alto della tua anima.

Luis Razeto
Inviato: 10/5/2010 11:01  Aggiornato: 10/5/2010 11:01
quella scultura è 'viva' e parla ancora nonostante i segni del tempo.
Il planare lo sguardo, il volo d'aquila di Luis, il granello di polvere dell'ostrica molto interpellano il mio mondo interiore e anche il mio costante infaticabile sguardo sul mondo e il grido che parte dal cuore e squarcia il silenzio dei millenni, plana sulle rovine del tempo e ascolta, di rimando: "ecco, io faccio nuove tutte le cose"