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dizionario sito : Cosa vuol dire 'ricercare'?
di fulmini , Wed 18 March 2009 7:00
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Fare insieme in amicizia – questo è il fine dichiarato del sito-rivista: ‘in amicizia’, bene, ‘insieme’, benissimo, ma ‘fare’ cosa? Fare per noi vuol dire soprattutto ‘ricercare’, ricercare la realtà delle cose, ricercare la verità delle idee, e intrecciare le une alle altre fino a formare un bel paniere – buono a lavorare, giocare, raccogliere, festeggiare. Maestri di ricerca ce ne sono tanti per ciascuno di noi coautori e lettori. Oggi vorrei riportare un brano memorabile di uno che sapeva ricercare e anche scrivere - cosa che non guasta mai nella ricerca della realtà e della verità: Galileo Galilei - dal Saggiatore, capitolo XXI:

“Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura d'uno ingegno perspicacissimo e d'una curiosità straordinaria; e per suo trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del lor canto, e con grandissima meraviglia andava osservando con che bell'artificio, colla stess'aria con la quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi, e tutti soavissimi.

Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato suono, né potendosi immaginar che fusse altro che qualche uccelletto, si mosse per prenderlo; e venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in certo legno forato e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle d'un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua natural curiosità, donò al pastore un vitello per aver quel zufolo; e ritiratosi in se stesso, e conoscendo che se non s'abbatteva a passar colui, egli non avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di potere incontrar qualche altra avventura.

Ed occorse il giorno seguente, che passando presso a un piccol tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce; e per certificarsi se era un zufolo o pure un merlo, entrò dentro, e trovò un fanciullo che andava con un archetto, ch'ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra certo legno concavo, e con la sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra movendo le dita, e senz'altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or qual fusse il suo stupore, giudichilo chi participa dell'ingegno e della curiosità che aveva colui; il qual, vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi di formar la voce ed il canto tanto inopinati, cominciò a creder ch'altri ancora ve ne potessero essere in natura.

Ma qual fu la sua meraviglia, quando entrando in certo tempio si mise a guardar dietro alla porta per veder chi aveva sonato, e s'accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle bandelle nell'aprir la porta?

Un'altra volta, spinto dalla curiosità, entrò in un'osteria, e credendo d'aver a veder uno che coll'archetto toccasse leggiermente le corde d'un violino, vide uno che fregando il polpastrello d'un dito sopra l'orlo d'un bicchiero, ne cavava soavissimo suono.

Ma quando poi gli venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non, come i suoi primi uccelli, col respirare formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter dell'ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto si scemò l'opinione ch'egli aveva circa il sapere come si generi il suono; né tutte l'esperienze già vedute sarebbono state bastanti a fargli comprendere o credere che i grilli, già che non volavano, potessero, non col fiato, ma collo scuoter l'ali, cacciar sibili così dolci e sonori.

Ma quando ei si credeva non potere esser quasi possibile che vi fussero altre maniere di formar voci, dopo l'avere, oltre a i modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi, strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro che, sospesa fra i denti, si serve con modo strano della cavità della bocca per corpo della risonanza e del fiato per veicolo del suono; quando, dico, ei credeva d'aver veduto il tutto, trovossi più che mai rinvolto nell'ignoranza e nello stupore nel capitargli in mano una cicala, e che né per serrarle la bocca né per fermarle l'ali poteva né pur diminuire il suo altissimo stridore, né le vedeva muovere squamme né altra parte, e che finalmente, alzandole il casso del petto e vedendovi sotto alcune cartilagini dure ma sottili, e credendo che lo strepito derivasse dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla chetare, e che tutto fu in vano, sin che, spingendo l'ago più a dentro, non le tolse, trafiggendola, colla voce la vita, sì che né anco poté accertarsi se il canto derivava da quelle: onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere, che domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni modi, ma che teneva per fermo potervene essere cento altri incogniti ed inopinabili.”


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Commenti
Inviato: 18/3/2009 17:57  Aggiornato: 18/3/2009 17:57
Autore: unviaggiatore

Questo tuo post mi ha fatto ricordare una sera a Genova quando abbiamo discusso esprimendo opinioni diverse, abbiamo discusso come due amici nel reciproco rispetto. La mattina dopo abbiamo ripreso lo stesso argomento e ci siamo trovati completamente d'accordo. Tutti e due avevamo cambiato opinione.
Mi hai fatto notare come la voglia di capire e il saper veramente ascoltare le opinioni degli altri aveva prodotto un'idea nuova. Credo che questo sia intrecciare le idee per ricercare.
A presto
Giuliano Cabrini
Inviato: 19/3/2009 7:13  Aggiornato: 19/3/2009 7:13
Autore: fulmini

@ Giuliano

Sì. Cambiare la propria opinione di fronte ad una opinione migliore, più chiara e profonda, superiore, più ampia e comprensiva, mi pare un gesto, una decisione, umana, più umana del non cambiarla a tutti i costi, anche a costo di mentire a se stesso e all'interlocutore.

Ricordo di aver letto tempo fa un breve testo di Italo Calvino, nel quale si domandava smarrito, stupefatto, dolorante, inquieto, perché mai tanti, molti, troppi, esseri umani si vantassero di non cambiare mai opinione, invece del contrario.

Sì, Calvino.

Altro gesto, altra decisione, è quella di cambiare padrone al cambio del vento, tanto in voga tra gli intellettuali italiani da diporto, come Giuliano Ferrara eccetera. In questo caso (lo ha scritto Locke?) "Non si può sequestrare la dimora a un vagabondo."