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economia di solidarietà : Come iniziare la creazione di una nuova superiore civiltà? (XII)
di luisrazeto , Sun 15 March 2009 7:00
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Il testo viene pubblicato in italiano e in spagnolo - lingua nella quale è stato pensato e scritto da Luis Razeto - tra le due versioni una fotoGrafia evocata per associazione.

Dove si risponde alla domanda: Cosa sono e come sono i bisogni umani secondo la filosofia che fondamenta la Teoria Economica Comprensiva?

Secondo la nostra concezione dell’uomo e dell’economia, la prima cosa è pensare che i bisogni umani non sono lacune o vuoti da colmare, tali che siano determinabili a partire dai prodotti che vengano a riempire quelle carenze. I bisogni sono espressioni della volontà di realizzazione inerente alla essenza della persona umana, a livelli crescenti e sempre più ampi. Sono i detonanti delle attività e processi tendenti a rendere in atto quello che è soltanto in potenza, come virtualità, in ogni individuo e gruppo. Concepiamo i bisogni come manifestazioni della essenza umana che cerca il suo completamento, sviluppo e potenziamento. Esprimono la volontà di essere, e cioè la vocazione della “natura umana” essenziale presente in ogni individuo, in ogni collettivo e nella intera società, orientata verso la sua piena realizzazione.

Dobbiamo districare la mente dal pensare i bisogni nello stesso modo in cui si presentano negli animali, poiché l’idea dei bisogni con la quale ha lavorato l’economia moderna, che li concepisce come carenze che si risolvono con oggetti fisici, è ciò che accade agli animali. Questi, in quanto esseri fondamentalmente corporei che vivono soltanto a livello fisiologico e nel piano delle sensazioni, esprimono in quel modo i loro bisogni fisiologici. E qual è l'immagine che ci viene in mente immediatamente quando pensiamo ai bisogni umani in quel modo? Il bisogno di mangiare, che condividiamo con gli animali e che viene vissuto in maniera simile (sebbene con notevoli differenze) al modo in cui è vissuto dagli animali.

Ma uomo e donna insieme abbiamo qualcosa di essenziale che ci distingue dagli animali: siamo di un altro ordine, siamo provvisti di razionalità e di libertà. Penso che l’inizio della possibilità di pensare secondo un nuovo paradigma si radica nella riscoperta dell’essere umano come una realtà essenzialmente spirituale; ma spirituale non nel senso etereo, angelico o di qualcosa di inapprendibile ed inosservabile, ma nel senso di una realtà che è oggettiva e che diviene soggettiva nelle persone concrete, corporee, che siamo ognuno di noi. Da qui derivano alcune precisazioni sui bisogni in quanto specificamente umani:

I BISOGNI SI SPERIMENTANO SUL PIANO DELLA COSCIENZA.

Possiamo pensare i bisogni come momenti necessari del processo di espressione e sviluppo della “natura umana”. Anche i bisogni corporali, come il bisogno di alimentarsi, vengono vissuti soggettivamente, coscientemente, e si sperimentano sul piano dello spirito. Non è semplicemente un bisogno biologico, come non è soltanto biologico il bisogno sessuale o quello del curarsi d’una ferita. Negli esseri umani tutto accade e tutto si vive coscientemente, vale a dire, sequenzialmente o contemporaneamente nel piano interiore e nel terreno corporeo, e in entrambi i piani si cerca di trovare il soddisfacimento del bisogno.

I BISOGNI SONO ENERGIE, POTENZE IN CERCA DI ATTUAZIONE.

Collegato a questo è il fatto che i bisogni non si presentano come vuoti ma come energie. Sono poteri, sono forze in cerca di soddisfazione, sono vettoriali direzionati, nel senso che stanno attuando attivamente verso un risultato previsto dall’individuo o dal gruppo.

I BISOGNI SI SODDISFANO NEL DISPIEGAMENTO DELLA PROPRIA ENERGIA.

Sono energie, ma energie capaci di autosoddisfarsi. Questo significa che il bisogno non viene soddisfatto soltanto da qualcosa di esteriore, ma che il proprio dispiegamento della propria energia soddisfa il bisogno. È così almeno in molti di essi, e forse in tutti a partire da un certo livello di soddisfacimento. Ad esempio, il bisogno di conoscenza si soddisfa non attraverso la conoscenza elaborata e già costruita che viene offerta all’individuo affinché la memorizzi, riempiendo così la sua ignoranza pensata come lacuna. Il bisogno di conoscenza si soddisfa in se stesso nella costruzione attiva della conoscenza, processo nel quale si può impiegare come materiale o componente qualche conoscenza elaborata precedentemente da altri; ma non si verifica nessun effetto nel soggetto se questo non ricostruisce il sapere mediante la propria attività di apprendimento. Solo se l’individuo è attivo il bisogno viene soddisfatto. Lo stesso vale per tutti i bisogni.

I BISOGNI SI RIPRODUCONO E POTENZIANO NEL SODDISFARSI.

Inoltre i bisogni, essendo energie che si autosoddisfano, anche si riproducono, e cioè non si tratta che i bisogni siano soltanto ricorrenti, come quando qualcosa che si riempe poi si svuota di modo che si dovrà di nuovo riempirla. Non si tratta soltanto di ricorrenza. Ma che esiste riproduzione dei bisogni; e per riprodurre un bisogno è necessario che quel bisogno sia stato dispiegato e soddisfatto. Ad esempio, una persona ha il bisogno di lettura, di leggere romanzi, poesia, e di ascoltare musica ecc. Queste sono necessità che sviluppiamo e perfezioniamo nella misura in cui leggiamo, ascoltiamo musica, studiamo, ecc. Sviluppiamo i bisogni estetici nella osservazione e (meglio ancora) nella creazione di dipinti, sculture, nei musei, quando ci coltiviamo.

I BISOGNI SONO FORZE COSTRUTTIVE, POSITIVE, E NON DEBOLEZZE CHE SAREBBERO DA SOTTOMETTERE.

Esiste una idea sui bisogni che possiamo relazionare con le concezioni buddiste, orientata in una direzione differente da questa che vengo esponendo, ma che ci può aiutare a capire meglio la natura dei bisogni. Secondo tale concetto (buddista) l’unico stato di pieno soddisfacimento in cui può trovarsi un essere umano è quando sia riuscito ad annientare i suoi bisogni. Vale a dire, lo stato di soddisfazione è una situazione di non-bisogno.

È interessante prestare attenzione a questo modo di concepire i bisogni umani; ma prestargli attenzione non significa assumerlo. Penso piuttosto che i bisogni li dobbiamo assumere nel senso di energie positive, non negative, in modo di non immaginare lo stato di benessere come quell’appagamento dei bisogni - la situazione in cui non desiderare niente e in questo niente sentirsi soddisfatti. Io penso che questa (buddista) non sia una buona antropologia. Sebbene l’essere umano possa, mediante la disciplina e lo sforzo interiore, assottigliare i propri bisogni, fermare le loro richieste e rimanere in certo modo in pace con se stesso, questo non implica necessariamente una reale approssimazione alla “natura umana” essenziale. Potrebbe pensarsi anche come una specie di retromarcia verso uno stato di intimità primigenio, ma non di realizzazione o di espansione.

Diverso è il caso se la disciplina e retromarcia riguardano i bisogni costruiti nel quadro di una “seconda natura” inferiore e da superare. Ma in tal caso si tratterà di sostituire un bisogno inferiore con un altro superiore.

Capisco bene che il tema è assai complesso e merita riflessioni filosofiche molto profonde. Non voglio squalificare tanto semplicemente queste prospettive spiritualistiche, buddiste; ma ritengo che non siano direzionate al potenziamento dell’essere umano. Direi persino (in una affermazione che riassume il nostro concetto dei bisogni) che questi sono progetti, o ancora più ampiamente, che i bisogni contengono il disegno del loro compimento, non del loro spegnimento.

I BISOGNI INCLUDONO IL DISEGNO DEL LORO COMPLETAMENTO.

In questo senso i bisogni sono forze costruttive in quanto esprimono ciò che è in potenza, come virtualità, in ogni momento e situazione e contesto, negli individui che vogliamo essere di più di quanto già siamo. E questo voler essere di più è ciò che produce in noi lo stato di insoddisfazione. Ma una insoddisfazione riguardo ciò che già siamo come risultato raggiunto precedentemente, che in certo modo ci consente di stare soddisfatti, contenti. Ma al contempo ci rende insoddisfatti poiché vogliamo essere di più, vogliamo espandere la nostra coscienza, abbiamo uno spirito che non si accontenta mai con ciò che abbia precedentemente raggiunto o sia riuscito a fare.

Quindi, l'insoddisfazione è, da questo punto di vista, uno stato che apprezziamo come momento positivo, mentre lo stato di soddisfacimento o di spegnimento dei bisogni ci ferma.

Al contrario, se si pensa ai bisogni come un progetto – di fatto noi esseri umani viviamo i bisogni come progetto, e persino il bisogno di alimentarci include il disegno del pranzo che abbiamo da preparare e organizzare – allora la insoddisfazione non risulta negativa, sebbene sia come il dolore. Il dolore incentiva, muove, se non lo avessimo staremmo fermi. Perché gli animali non fanno storia? Perchè non fanno economia? Perché non hanno progetti? Perché non costruiscono? Proprio perché i bisogni sono vissuti da loro come semplici domande o esigenze di soddisfacimento, come quei vuoti che si riempono con ciò che incontrano già pronto in natura. Nel soddisfacimento degli animali non vi sono disegni, sicché i bisogni si conservano sempre uguali, sono ricorrenti sempre allo stesso livello.

Ritengo che questi siano concetti molto importanti per superare i limiti dello sviluppo e per aprire quegli orizzonti che sembrano attualmente chiusi. Vi sono coloro che dicono che il modo di risolvere il problema della sostenibilità della crescita, dell’esaurimento delle risorse, del deterioramento ambientale, vadano precisamente nella direzione di diventare esseri con sempre meno bisogni. Ovviamente se tutti avessimo meno bisogni domanderemmo meno prodotti, e pertanto potremmo produrre di meno, accumulare di meno e spendere meno risorse. Ma questo significa andare in una direzione che non costituisce un orizzonte aperto, non è una prospettiva di grande luce per la esperienza umana. È invece un futuro abbastanza oscuro, di retromarcia, non di autentici progressi verso esperienze superiori, poiché si continua a pensare ai bisogni come lacune che bisogna riempire con qualcosa, o come un vuoto che bisognerebbe dimenticare e sottomettere di modo tale che esiga di meno: un vuoto da ridurre, farlo sempre più piccolo di modo che possa riempirsi con meno prodotti.

Sono convinto che vi è una uscita diversa alla questione, che non nega il perfezionamento umano, che non nega la espansione, che non nega la creatività, che non nega il futuro, che non nega che la esperienza umana possa scoprire orizzonti nuovi, finora sconosciuti. E questo richiede pensare i bisogni in un altro modo, che si riversa poi sul tipo di produzione e anche sul modo di impiegare le risorse.

coperchio riciclato

Fulmini, Il coperchio dell’Angelo (ovvero coperchio rotto creativamente aggiustato), marzo 2009


DONDE SE RESPONDE A LA PREGUNTA: QUÉ SON Y COMO SON LAS NECESIDADES HUMANAS SEGÚN LA FILOSOFÍA QUE FUNDAMENTA LA TEORÍA ECONÓMICA COMORENSIVA?

De acuerdo a nuestra concepción del hombre y de la economía, lo primero es pensar que las necesidades humanas no son lagunas ni vacíos que hay que llenar, de modo que no son determinables desde los productos que vayan a completar tales vacíos y a satisfacer esas carencias. Las necesidades son una expresión de la voluntad de realización inherente a la esencia de la persona humana, en niveles crecientes y cada vez más amplios. Son los detonantes de las actividades y procesos tendientes a convertir en acto lo que está solamente en potencia, como virtualidad, en cada individuo y en cada grupo. Concebimos las necesidades como manifestaciones de la esencia humana que busca desplegarse, completarse, potenciarse. Expresan la voluntad de ser, o sea la intención de la “naturaleza humana” esencial presente en cada individuo, en cada colectivo y en la sociedad entera, orientada o volcada hacia su más plena realización.

Debemos sacarnos de la mente el pensar las necesidades como las necesidades de los animales, porque esa idea con que se ha trabajado en la economía moderna, que las entiende como carencias que se resuelven con objetos, es lo que ocurre a los animales. Estos, en cuanto seres fundamentalmente corpóreos que viven solamente en el nivel fisiológico y en el ámbito de las sensaciones, experimentan de ese modo las necesidades. Y ¿cuál es la imagen que nos viene a la mente en forma inmediata cuando pensamos en las necesidades humanas de dicho modo? La necesidad de comer, que compartimos con los animales y que experimentamos de manera parecida (aunque con notables diferencias) a como la viven los animales.

Pero el hombre y la mujer tenemos algo esencial que nos distingue: somos de otro orden, estamos dotados de racionalidad y de libertad. Pienso que el comienzo de la posibilidad de pensar con un nuevo paradigma radica en el redescubrimiento del ser humano como una realidad esencialmente espiritual; pero entendiendo el espíritu no el sentido etéreo, angélico o de algo que es inaprensible e inobservable, sino en el sentido de una realidad que es objetiva y que se subjetiva en las personas concretas, corpóreas, que somos cada uno de nosotros. De aquí derivan algunas precisiones sobre las necesidades en cuanto específicamente humanas:

LAS NECESIDADES SE EXPERIMENTAN EN EL PLANO DE LA CONCIENCIA

Podemos pensar las necesidades como momentos necesarios del proceso de expresión y desarrollo de la naturaleza humana. Aun aquellas necesidades que son corporales, como la de alimentarnos, se viven subjetivamente, concientemente, y se experimentan en el plano del espíritu. No es simplemente una necesidad biológica, como no es una necesidad puramente biológica la necesidad sexual; como no es puramente biológica la necesidad de curar una herida. En el ser humano todo ocurre y todo se vive concientemente, es decir, secuencial o concomitantemente en el plano interior y en el plano corporal, y en ambos planos se busca encontrar la satisfacción de la necesidad.

LAS NECESIDADES SON ENERGÍAS, SON POTENCIAS QUE BUSCAN SU ACTUALIZACIÓN

Asociado a lo anterior está el hecho que las necesidades no se presentan como vacíos, sino como energías. Son potencias, son fuerzas que buscan su satisfacción. Son vectores direccionados, en el sentido de que están buscando activamente algún logro, algún resultado para el individuo o para el grupo.

LA NECESIDAD SE SATISFACE EN EL DESPLIEGUE DE LA ENERGÍA QUE CONTIENEN

Son energías, pero son también energías capaces de autosatisfacerse. Es decir, la necesidad no necesariamente se satisface mediante algo externo, sino que el propio despliegue de su energía significa la satisfacción de la necesidad. Es así al menos en muchas de ellas, o tal vez en todas desde cierto punto de vista, o a partir de cierto nivel de satisfacción. Por ejemplo, la necesidad de conocimiento se satisface no a través del conocimiento formulado y ya construido que se le presenta a la persona para que lo memorice, llenando así su ignorancia pensada como el vacío que llenar. La necesidad de conocimiento la satisface la construcción activa de un conocimiento, que puede utilizar o emplear como insumo o como componente algún conocimiento que otros han elaborado anteriormente; pero no se produce ningún efecto en el sujeto, si éste no lo reconstruye mediante su propia acción de aprendizaje. Sólo si el individuo la realiza activamente, esa necesidad es satisfecha. Lo mismo pasa con todas las necesidades.

LAS NECESIDADES SE REPRODUCEN Y POTENCIAN AL SATISFACERSE

Además, las necesidades, como son sólo energías que se autosatisfacen, son también necesidades que se auto-reproducen, o sea, no es que las necesidades sean simplemente recurrentes, como cuando algo que se llena después se vacía, por lo tanto hay que volver a llenarlas. No se trata de recurrencia, sino que hay una reproducción de las necesidades. Y para reproducir una necesidad es necesario que la necesidad haya sido desplegada y haya sido satisfecha. Por ejemplo, una persona tiene necesidad de lectura, de leer novelas, poesía, y de escuchar música, etc. Esas necesidades las desarrollamos y perfeccionamos en la medida que leemos, que escuchamos música, que estudiamos. Desarrollamos las necesidades estéticas en la medida que observamos (o mejor aún, que creamos) pinturas, esculturas, en que vamos a museos, en que nos cultivamos.

LAS NECESIDADES SON FUERZAS CONSTRUCTIVAS, Y NO DEBILIDADES QUE HABRÍA QUE SUBYUGAR

Existe un concepto de las necesidades, que podemos caracterizar por su conexión a las concepciones budistas, que apunta en una dirección distinta de lo que estoy tratando de expresar, pero que se conecta y puede ayudarnos a concebir bien las necesidades humanas. Señala ese concepto que el único estado de plena satisfacción en que puede encontrarse un ser humano es cuando ha logrado anular sus necesidades. O sea, el estado de satisfacción es un estado de no-necesidades.

Es interesante prestar atención a esa manera de concebir las necesidades humanas; pero prestarle atención no significa asumir esa concepción. Yo pienso más bien que las necesidades humanas debemos pensarlas en términos de energías positivas, no de energías negativas, de modo que no imaginemos el estado de satisfacción como ese estado de apagamiento de las necesidades, de no desear nada y por ello estar satisfecho. Yo creo que eso no es una buena antropología. Si bien el ser humano puede, con disciplina y esfuerzo interior, apagar sus necesidades, detener su acción y quedar en cierto modo “en paz” consigo mismo, eso no implica necesariamente aproximarse a la realización de la “naturaleza humana” esencial. Podría pensarse también como una suerte de retroceso a un estado de intimidad original, pero no de realización o de expansión.

Diferente es el caso en que la disciplina y la marcha atrás se refieren a necesidades construidas en el marco de una “segunda naturaleza” inferior que hay que superar. Pero en tal caso se trataría de reemplazar una necesidad inferior por otra superior.

Sé que el tema es sumamente complejo, y merecería reflexiones filosóficas y meditaciones muy profundas. No quiero descalificar, así tan simplemente, lo que son estas perspectivas espiritualistas, budistas; pero no va en esa dirección la reflexión que yo hago, que es una reflexión direccionada al potenciamiento del ser humano. Incluso diría (como una especie de afirmación que resume este concepto de necesidades que estoy tratado de expresar cuando digo que las necesidades son energías) que las necesidades son proyectos, o dicho aún más ampliamente, que las necesidades contienen el proyecto de su cumplimiento, no de su apagamiento.

LAS NECESIDADES CONTIENEN EL PROYECTO DE SU CUMPLIMIENTO

Las necesidades en este sentido son fuerzas constructivas, en cuanto son la expresión de lo que está en potencia - en cada momento y en cada situación y en cada contexto - en las personas, que queremos ser más que los que somos. Y ese querer ser más que lo que somos, es lo que produce una insatisfacción. Pero una insatisfacción con respecto a lo que ya somos como resultado de algo anterior logrado, que en cierto modo nos permite estar contentos, estar satisfechos. Pero al mismo tiempo nos hace estar insatisfechos porque queremos ser más, queremos expandir nuestra conciencia, tenemos un espíritu que no se contenta nunca con lo que ha logrado.

Entonces la insatisfacción es, desde ese punto de vista, un estado que apreciamos como momento positivo, mientras que el estado de satisfacción o de apagamiento de la necesidad nos detiene. En cambio si la necesidad la pensamos como un proyecto - de hecho los seres humanos vivimos las necesidades como proyecto, incluso la necesidad de alimentarnos incluye el proyecto del almuerzo que tenemos que preparar y organizar para satisfacer esa necesidad - entonces la insatisfacción no es negativa, aunque es como el dolor. El dolor incentiva, mueve, si no tuviéramos dolor de ningún tipo, nos detendríamos. ¿Por qué los animales no hacen historia? ¿Por qué no hacen economía? ¿Por qué no tienen proyectos? ¿Por qué no construyen? Bueno, porque sus necesidades son experimentadas como esas demandas de satisfacción, como esos vacíos que se llenan con lo que ya se encuentra preparado en la naturaleza. En la satisfacción de las necesidades de los animales no hay proyectos, de modo que sus necesidades se mantienen siempre iguales, son recurrentes siempre al mismo nivel.

Considero que estos son conceptos bastantes importantes para superar los límites del desarrollo, y para abrir ese horizonte cerrado en que pareciera que estamos actualmente. Hay quienes dicen que la manera de resolver el problema de la sustentabilidad del crecimiento, del agotamiento de los recursos, del deterioro del medio ambiente, va justamente en la dirección de que nos convirtamos en seres con cada vez menos necesidades. Obviamente si tenemos menos necesidades demandamos menos productos, y por lo tanto podemos producir menos, acumular menos y desgastar menos los recursos. Pero eso es caminar en una dirección que no constituye un horizonte abierto, no es una perspectiva de gran iluminación para la experiencia humana. Es un futuro bastante oscuro, de retroceso, no de verdaderos avances hacia experiencias superiores, porque se sigue pensando la necesidad como vacío que hay que satisfacer llenándolo con algo, o la necesidad como un vacío que hay que tratar que olvidar que existe o mantener bajo control, de tal modo que exija menos: un vacío que conviene achicarlo, hacer que sea más pequeño, de tal modo que se satisfaga con menos bienes y servicios.

Pienso que hay una salida distinta al tema, que no niega el perfeccionamiento humano, que no niega la expansión, que no niega la creatividad, que no niega el futuro, que no niega que la experiencia humana tiene que descubrir horizontes nuevos, desconocidos. Y eso pasa por pensar las necesidades de otra manera, lo cual a su vez revierte sobre el tipo de producción y también sobre el modo como se usarán los recursos.

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Commenti
Inviato: 15/3/2009 8:16  Aggiornato: 15/3/2009 8:16
Autore: fulmini

Luis,

vorrei farti una domanda - a questo punto dello sviluppo di questa serie di posts - a nome di quei lettori che l'hanno sulla punta della lingua e non la fanno direttamente, esplicitamente, a te.

Cosa pensi della ricerca scientifica di Muhammad Yunus, economista bengalese premio Nobel per la pace in quanto inventore del ‘microcredito’? Trovi punti di contatto con la tua ricerca scientifica?

(Una parola ancora sul silenzio sospeso, attento, amorevole, di alcuni nostri lettori. Un pomeriggio di qualche anno fa, discutendo con me all'ombra dei giganteschi fichi di Liray, riferivi in maniera criticamente negativa l'affermazione di Goethe "distinguersi per apparire". Ecco, così mi spiego, in parte, il silenzio dei simpatici lettori, antigoethiani quanto te.)
Inviato: 16/3/2009 17:02  Aggiornato: 16/3/2009 17:02
La tua concezione dei bisogni.

Argomento contro: "Ogni bisogno reale e possibile è una debolezza che finirà col portare la mosca al vischio." Marx

Argomento a favore: "Questo metodo stoico di sovvenire ai nostri bisogni sopprimendo i desideri equivale a tagliarsi i piedi per non avere più bisogno di scarpe." Swift
Inviato: 16/3/2009 17:21  Aggiornato: 16/3/2009 17:45
Ad Anonimo, che cita argomenti contro e a favore della mia concezione dei bisogni:

Sull'argomento contro: "Ogni bisogno reale e possibile è una debolezza che finirà col portare la mosca al vischio." Marx.

Questo è, invece, una magnifica prova a favore di quanto ho scritto: "A confessione di parte, rilievo di prove." Infatti, ho spiegato come nelle concezioni moderne, inclusa quella di Marx, i bisogni vengono intesi come debolezze, carenze, lacune, da riempire, uguale a come si presentano i bisogni fra gli animali (fra i quali, i pesci).

Sull'argomento a favore: "Questo metodo stoico di sovvenire ai nostri bisogni sopprimendo i desideri equivale a tagliarsi i piedi per non avere più bisogno di scarpe." Swift

E' un buon argomento a favore, ti ringrazio.

Luis Razeto
Inviato: 17/3/2009 4:05  Aggiornato: 17/3/2009 5:10
Carissimo Fulmini:
Nel 1982-3 iniziammo in Cile, nella Fundación Trabajo para un Hermano, un programma di piccoli crediti rivolto a sostenere iniziative di lavoratori per proprio conto, microimprenditori, piccole cooperative, persone in generale povere che non avevano modo di accedere a credito nelle banche. Ignoro se questa iniziativa sia stata anteriore o posteriore a quella di Yunus, che in quegli anni non era conosciuta in America Latina. E' stata una esperienza molto interessante, che si sviluppò per almeno quindici anni. All'inizio, questi microcrediti erano concessi senza interesse, ed erano accompagnati da programmi di formazione alla gestione finanziaria e dei piccoli negozi e iniziative di lavoro indipendenti. La esperienza - a mio avviso - incominciò a guastarsi quando vennero introdotti dei criteri che, credo, siano quelli della esperienza di Yunus, e in particolare, l'introduzione del pagamento di un tasso di interesse, e il portare i beneficiari dei crediti, attraverso un processo guidato, verso la loro bancarizzazione (diventare clienti delle banche). Quando questo criterio si impose nella Fundacion Trabajo para un Hermano, io rinunciai come integrante del Consiglio di Direzione del quale facevo parte. Poi scrissi un saggio sul tema, intitolato "Sobre el futuro de los talleres y microempresas", che affronta in profondità la questione del credito ai poveri e ai microimprenditori, e che può leggersi (in spagnolo) sul sito www.economiasolidaria.net .

Luis Razeto
Inviato: 18/3/2009 21:42  Aggiornato: 18/3/2009 21:42
No estoy seguro de interpretarte bien, pero me impresionó captar que la comprensión de las necesidades humanas, pareciera ser parte de una más abarcadora “teoría de la felicidad”. Tu propuesta parece ser la base para una teoría alternativa a una milenaria visión de la felicidad. La “ataraxia” de los epicúreos, estoicos y escépticos, la “eudaimonia” de Aristóteles y el “nirvana” del hinduismo y el budismo hacen todos relación a un estado último deseado para alcanzar, y en todos ellos se alude más o menos directamente a un estado de serenidad, imperturbabilidad, tranquilidad, paz, descanso. La concepción de la necesidad como un vacío para llenar hace pensar en un estado últimamente deseado que surge como una metáfora de aquel instante en que se llena el vacío (aún cuando no es realmente ese el estado que se logra al satisfacer necesidades). Pero esta teoría de la felicidad como “serenidad-descanso” pareciera simplificar mucho el asunto.
Esta teoría pareciera ser una reacción en contra de la nefasta situación en que un moderado o básico conjunto de necesidades y expectativas, no se satisfacen por la extremada falta de medios para hacerlo (la situación más vivida por la mayor parte de las personas durante la mayor parte de la historia, lo que explica la universalidad de esta teoría de la felicidad como “serenidad-descanso”).
Otra reacción en contra de esta nefasta situación es la teoría “utilitarista” de la felicidad, según la cual la felicidad consiste en la maximización de la cantidad de deseos e intereses satisfechos (lo cual se logra aumentando el número de deseos y aumentando los medios para satisfacerlos).
Aunque ambas teorías son atractivas (por proponer una situación de felicidad consistente en la ausencia de deseos insatisfechos), no es claro que la situación de ausencia de deseos insatisfechos sea algo “humanamente” deseable. La imagen de la clásica rata de Skinner conectada a un electrodo que activa permanentemente sus centros cerebrales de placer, parece una imagen sospechosa como forma de representar un estado de felicidad propiamente “humana”. Así mismo, una atrofia de esta concepción de la felicidad aplicada a la era moderna podría ser la llamada “enfermedad sin nombre” de las amas de casa en EEUU en los años 50s (y tal vez también el sentimiento de “angustia”, el “sin sentido”, el “nihilismo” del existencialismo y postmodernismo europeo). Las amas de casa tenían aparentemente todas sus necesidades cubiertas y satisfechas, pero sentían una profunda depresión en sus vidas (lo contrario a la felicidad). Otra atrofia, más propia de la teoría utilitarista de la felicidad, está en la situación donde se exacerban las expectativas y necesidades de las personas, de forma tal que les resulta imposible en la práctica satisfacerlas (este síntoma de la modernidad, según Durkheim, explica el “suicidio anómico”, una manifiesta evidencia de infelicidad humana). Esta atrofia parece tender inevitablemente a expandirse en el sistema capitalista actual, donde la multiplicación exagerada de expectativas y necesidades, lleva inevitablemente a la insatisfacción dados los recursos limitados del mundo.
Tu propuesta de las necesidades como fuerzas o energías constructivas que se reproducen y potencian al satisfacerse, hace pensar en otra concepción de la felicidad, que podría llamarse de la felicidad como “despliegue de energía”. Esta contrasta tanto con teoría “utilitarista” y la teoría de la felicidad como “serenidad-descanso”. Me aventuro a interpretar tu post como que esta teoría supone reconocer el aporte a la felicidad proveniente de la misma realización y construcción de aquellas formas de satisfacción y formas de generación de necesidades. Nuevas necesidades pueden sentirse como aportes a la felicidad al modo de la alegría por emprender nuevas aventuras, el despliegue de las propias potencialidades para satisfacer las necesidades aportan felicidad a las personas haciéndolas sentir “realizadas”, “merecedoras” (en el futuro, en el presente o en el pasado) de la satisfacción encontrada (o por encontrar).

Psblo Razeto Barry
Inviato: 18/3/2009 22:09  Aggiornato: 18/3/2009 22:09
A Pablo:

Veo que has captado muy bien el sentido de mi concepción de las necesidades, relacionadas con la realización de la "naturaleza humana" esencial. Esta realización es, en efecto, lo que proporciona a los seres humanos la verdadera felicidad.
A esto, tu agregas muy lúcidos conceptos, que son aportaciones valiosísimas frente a un tema de la más alta importancia y complejidad filosófica.
Estoy ya escribiendo mi próximo post, en donde continúo con esta reflexión.

Luis Razeto
Inviato: 18/8/2010 10:31  Aggiornato: 18/8/2010 10:31
Autore: fulmini

@ Luis Razeto

Mi torna spesso in mente la tua persuasiva critica della antropologia buddista - contenuta in questo post.

Oggi ho riletto la definizione weberiana del buddismo, e la riporto di seguito, perché, è il caso di dirlo, 'illuminante': "Il Buddismo è la teoria della redenzione di uno strato intellettuale nobile e superiore, il quale disprezza egualmente sia le illusioni della vita di qua sia quelle della vita di là." (Max Weber, Sociologia della religione)

Pasquale Misuraca