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economia di solidarietà : Come iniziare la creazione di una nuova superiore civiltà? (XI)
di luisrazeto , Sat 7 March 2009 7:30
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Il testo viene pubblicato in italiano e in spagnolo - lingua nella quale è stato pensato e scritto da Luis Razeto - tra le due versioni una fotoGrafia evocata per associazione.

Nel quale si approfondisce la conoscenza della “natura umana”e si concepiscono i bisogni in quanto sue espressioni, determinati essenzialmente e costituiti soggettivamente e storicamente.

Abbiamo visto che la creazione di un nuovo tipo di consumatore suppone disfarsi (spogliarsi) di quella “seconda natura” che si è formata nella civiltà moderna e che si manifesta nel consumatore moderno. E che per iniziare la creazione – partendo da noi stessi – di un nuovo tipo di consumatore (e di una nuova “seconda natura”) è necessario che ristabiliamo il contatto con la nostra intima “natura umana” essenziale, e la sua rispettiva struttura dei bisogni. Ma la nostra “natura umana” si trova nascosta e oppressa sotto la “seconda natura” che la civiltà capitalistica e statalista ha elaborato in noi; per ciò si deve incominciare con la conquista della autonomia riguardo quella “seconda natura” ed i modi di pensare e di comportarsi propri della vecchia civiltà.

Un elemento primordiale di questa conquista dell’autonomia – che inizia col “conoscere sé stessi” -, consiste nello scoprire e re-concettualizzare i bisogni ed i loro modi di essere e di manifestarsi, tali quali si presentano al livello della nostra “natura umana” essenziale. In altre parole, connettersi con la nostra “natura umana” essenziale implica anzitutto prendere coscienza della forma autenticamente umana – razionale, libera e sociale - in cui si manifestano i nostri bisogni, aspirazioni e desideri.

La Teoria Economica Comprensiva si fonda su una nuova concezione dei bisogni umani, dalla quale deriva una nuova teoria del consumo e dell’economia in generale. Il fondamento filosofico di questa nuova concezione dei bisogni è una concezione dell’uomo distinta e distante dalle concezioni positivistiche (soggettiviste, relativiste e/o materialiste) che hanno prevalso nella civiltà e nell’economia moderne e che hanno dato luogo, da una parte alla idea liberista secondo la quale i bisogni sono carenze che si riempono con prodotti, e che sono ricorrenti, crescenti, indeterminabili, essendo quelle che esprimano ogni volta e in modo singolare gli individui sul mercato; e dall’altra parte alla idea collettivistica secondo la quale dette carenze sono quelle determinate dalla nostra specie biologica, e sono poche, comuni e uguali per tutti (poiché vanno differenziate chiaramente da ciò che sarebbero soltanto capricci, desideri e raffinamenti individualistici).

In realtà, queste concezioni moderne dei bisogni si basano in una filosofia positivistica secondo la quale non ci sarebbe propriamente una “natura umana”, ma soltanto ciò che si osserva empiricamente nel comportamento degli individui, o ciò che possiamo intendere come una “specie” biologica. In una versione che – senza sorpassare l’orizzonte epistemologico positivistico – aggiunge la considerazione delle strutture sociali e le dinamiche storiche, il materialismo storico (e la cosiddetta filosofia della praxis) considera che la “natura umana” non sarebbe altro che l’insieme dei rapporti sociali storicamente determinati, che determinano una forma di coscienza.

Nella Teoria Economica Comprensiva ci basiamo in una concezione dell’uomo che riconosce sia l’individuo come soggetto libero e razionale, capace di farsi e modificarsi da se stesso sulla base delle proprie forme di coscienza, delle sue decisioni libere e alla sua volontà particolare, come anche la collettività o società umana in quanto specie biologica che evolve e si auto-organizza attraverso dei processi economici, politici e culturali complessi e cambianti. In tale senso, integriamo ciò che propongono come conoscenza vera le concezioni positivistiche moderne (nelle sue varianti soggettiviste, relativiste, materialiste e storiciste). Ma tutto ciò lo integriamo in una prospettiva superiore, comprensiva, nella quale non neghiamo la realtà di una “natura umana” essenziale. In questo ultimo senso, recuperiamo anche ciò che apporta la tradizione filosofica che viene da Aristotele e che ha fecondato le grandi filosofie antiche e medioevali, le quali sostengono che l’essere umano possiede una essenza naturale, una “natura umana” essenziale, di carattere non puramente biologico ma anche spirituale, che è comune a tutti ed a ogni individuo.

Una “natura umana” che determina bisogni essenziali in quattro dimensioni fondamentali, definiti lungo due assi: l’asse della dimensione corporale (dalla quale sorgono i bisogni del corpo) e della dimensione spirituale (dalla quale emergono i bisogni culturali, cognitivi, artistici, di trascendenza, ecc.); e l’asse della dimensione individuale (con i suoi bisogni di protezioni e sicurezza, di individuazione e riconoscimento dei legittimi interessi ed aspirazioni individuali), e la dimensione sociale (nella quale compaiono i bisogni comuni della specie, includendo quelli di carattere sociale quali l’ordine sociale e politico, i bisogni di partecipazione ed appartenenza collettiva con le legittime esigenze di uguaglianza, fraternità, solidarietà ecc.)

Come integrare e rendere coerenti, l’affermazione che gli esseri umani si fanno da se stessi come individui liberi, e conformano le loro proprie strutture di bisogni in un processo nel quale si diversificano indefinitamente, e l’affermazione di una essenza naturale, o di una “natura umana” essenziale e comune a tutti gli individui?

L’idea di una essenza dell’uomo o di una “natura umana” essenziale è stata criticata nella filosofia moderna precisamente poiché non potrebbe riconoscere adeguatamente la dinamica della esistenza umana e della storia, né comprendere il profondo significato della soggettività e la libertà caratteristiche dell’individuo moderno e delle organizzazioni socialmente e storicamente determinate. Tuttavia, possiamo superare questa critica (che rimane valida in quanto si pensi ad una “natura umana” immutabile e compiutamente definita), nella misura in cui sviluppiamo teoricamente una idea già presente ma non elaborata o dispiegata sufficientemente nella filosofia aristotelica e sue derivazioni medioevali, e cioè, che la natura essenziale dell’uomo, essendo tale e precisamente per ciò, si trova negli individui e gruppi reali e particolari, come la potenza di un atto sempre imperfettamente realizzato. In questo modo, la esperienza differenziata degli individui e la diversificata evoluzione storica della società, si comprendono come il processo di realizzazione o attualizzazione progressiva di una essenza inconclusa. Viene così superata in modo radicale la supposta staticità della concezione della “natura umana” essenziale, poiché senza negare che gli esseri umani possiedono una essenza o natura comune, questa viene concepita in permanente costruzione, come un processo e non come un fatto.
Con questo modo di concepire la “natura umana” essenziale, non soltanto vengono riconosciute la soggettività individuale e la storicità sociale, ma queste compaiono e si fanno presenti ad un livello di profondità e radicalità assai maggiore, persino insospettata dalle concezioni soggettivistiche e storicistiche moderne. In effetti, la soggettività degli individui e la storicità della specie o società, non si validano soltanto a livello dei dati empirici ma sono riconosciute essenzialmente, vale a dire in ciò che è più radicale e profondo dell’essere umano, con la conseguenza che lo stesso processo di realizzazione e attualizzazione della essenza umana è opera della sua propria libertà, soggettività e storicità.

Secondo questo modo in cui è concepita, la “natura umana” essenziale si manifesta come essenzialmente e costitutivamente aperta, ed il processo della sua attualizzazione come la realizzazione di un progetto che si trova soggetto alla sua propria e libera soggettività, che si compie progressivamente nella storia e nella evoluzione delle forme sociali e delle civiltà. Questa apertura, tuttavia, non è assoluta, e cioè non si tratta di indeterminazione pura, poiché la essenza o natura costitutiva dell’uomo, per quanto aperta e potenziale che sia, è anche in certo grado in atto, realtà costituita in certa misura data (l’atto della sua potenza, si direbbe in linguaggio aristotelico), ciò che in altre parole significa che la esperienza umana individuale e sociale umana è orientata e chiamata a realizzare ciò che potenzialmente è nell’uomo, e non qualunque cosa.

Ed è in questo processo di attualizzazione e realizzazione della propria essenza o “natura umana”, che si vanno costituendo storicamente, come frutto della libertà e razionalità umane nella loro evoluzione sociale e storica, e si vanno conformando le “seconde nature”. Ognuna di queste radicate in, ed espressione parziale di, la “natura umana” essenziale. Ed ognuna di esse, lasciando la propria impronta, sedimenti, risultati e progressi, nella essenza umana o “natura umana” essenziale. Così questa va evolvendo, trasformandosi, perfezionandosi progressivamente.
Per esempio, la conformazione dell’individuo moderno, come soggetto di legittimi interessi e diritti individuali, e la concezione della società umana come realtà che deve garantire diritti e bisogni umani comuni e uguali per tutti, sarebbero risultati acquisiti definitivi, realizzazioni consolidate, in quanto espressioni della attualizzazione di ciò che precedentemente era soltanto in potenza.

Nel prossimo testo di questa serie esploreremo come questa concezione impatta la questione dei bisogni e del consumo economico.

vetrina romana di negozio di calzature

Roma, (passeggiando con Sofia), 4 marzo 2009


EN EL QUE SE PROFUNDIZA EL CONOCIMIENTO DE LA “NATURALEZA HUMANA” Y SE CONCEPTUALIZAN LAS NECESIDADES EN CUANTO EXPRESIONES SUYAS, DETERMINADAS ESENCIALMENTE Y CONSTITUIDAS SUBJETIVAMENTE E HISTÓRICAMENTE.
Hemos visto que la creación de un nuevo tipo de consumidor supone desprenderse de aquella “segunda naturaleza” que se ha formado en la civilización moderna y que se manifiesta en el consumidor moderno. Y que para iniciar la creación - partiendo de nosotros mismos - de un nuevo tipo de consumidor (y de una nueva “segunda naturaleza”) es necesario que establezcamos contacto con nuestra íntima “naturaleza humana” esencial, y su correspondiente estructura esencial de necesidades. Pero nuestra “naturaleza humana” esencial se encuentra escondida y oprimida bajo la “segunda naturaleza” que la civilización capitalista y estatista ha construido en nosotros; por ello es preciso comenzar con la conquista de la autonomía respecto de esa “segunda naturaleza” y de los modos de pensar y de comportarse propios de la vieja civilización.
Un elemento primordial de esta conquista de la autonomía – que comienza con el “conocerse a si mismo” -, consiste en des-cubrir y reconceptualizar las necesidades y su modo de ser y de manifestarse, tal como se dan al nivel de nuestra “naturaleza humana” esencial. En otras palabras, conectarse con nuestra “naturaleza humana” esencial implica ante todo tomar conciencia de la forma verdaderamente humana - racional, libre y social en que se manifiestan nuestras necesidades, aspiraciones y deseos.
La Teoría Económica Comprensiva se fundamenta en una nueva concepción de las necesidades humanas, de la que surge una nueva teoría del consumo y de la economía en general. El fundamento filosófico de esta nueva concepción de las necesidades humanas, es una concepción del hombre distinta y distante de las concepciones positivistas (subjetivistas, relativistas o materialistas) que han predominado en la civilización y en la economía modernas y que dieron lugar, por un lado a la idea liberal de que las necesidades humanas son carencias que se llenan con productos, y que son recurrentes, crecientes, indeterminadas, siendo aquellas que manifiestan cada vez y de modo singular los individuos en el mercado; y por otro lado, a la idea colectivista de que esas carencias son las que determina nuestra especie biológica, y son pocas, comunes e iguales para todos los hombres (pues hay que distinguirlas claramente de lo que serían solamente caprichos, deseos y sofisticaciones individualistas).
En realidad, estas concepciones modernas de las necesidades humanas se fundamentan en una filosofía positivista según la cual no habría propiamente una “naturaleza humana”, sino solamente aquello que se observa empíricamente en el comportamiento de los individuos, o aquello que podemos entender como una “especie” biológica. En una versión que - sin superar el horizonte epistemológico positivista - agrega la consideración de las estructuras sociales y de las dinámicas históricas, el materialismo histórico (y la denominada filosofía de la praxis), considera que la “naturaleza humana” no sería más que el conjunto de las relaciones sociales históricamente determinadas, que determina una forma de conciencia.
En la Teoría Económica Comprensiva nos basamos en una concepción del hombre que reconoce tanto al individuo como sujeto libre y racional, capaz de hacerse y modificarse a sí mismo en base a sus propias formas de conciencia, a sus decisiones libres y a su voluntad particular, como también a la colectividad o sociedad humana que como especie biológica evoluciona y se auto-organiza a través de procesos económicos, políticos y culturales complejos y cambiantes. En tal sentido, integramos aquello que proponen como conocimiento verdadero las concepciones positivistas modernas (en sus variantes subjetivistas, relativistas, materialistas e historicistas). Pero todo ello lo integramos en una visión superior, comprensiva, en la cual no negamos la existencia de una “naturaleza humana” esencial. En este último sentido, recuperamos también aquello que aporta la tradición filosófica que viene desde Aristóteles y que fecundó a las grandes filosofías antiguas y medievales, y que sostienen que el ser humano posee una esencia natural, una “naturaleza humana” esencial, de carácter no puramente biológica sino también espiritual, que es común a todos y a cada uno de los individuos.
Una “naturaleza humana” que determina necesidades esenciales en cuatro dimensiones fundamentales, organizados en dos ejes: el eje de la dimensión corporal (de la que surgen las necesidades del cuerpo), y la dimensión espiritual (de la que emergen las necesidades culturales, cognitivas, artísticas, de trascendencia, etc.); y el eje de la dimensión individual (con sus necesidades de protección y seguridad, de individuación y reconocimiento de sus legítimos intereses y aspiraciones individuales), y la dimensión social (en la que aparecen las necesidades comunes de la especie, incluyendo aquellas de carácter social cuales las de orden social y político, las de participación e integración colectiva con sus legítimas exigencias de igualdad, fraternidad, solidaridad, etc.)
¿Cómo se integran y hacen coherentes la afirmación de que los seres humanos se hacen a sí mismos como individuos libres, que configuran sus propias estructuras de necesidades y que en dicho proceso se diferencian indefinidamente, con la concepción de una esencia natural, o de una “naturaleza humana” esencial y común a todos los individuos?
La idea de una esencia del hombre o de una “naturaleza humana” esencial fue ha sido criticada en la filosofía moderna precisamente porque no podría reconocer adecuadamente la dinámica de la existencia humana y de la historia, ni comprender el profundo significado de la subjetividad y libertad características de la experiencia del individuo moderno y de las organizaciones social e históricamente determinadas. Pero podemos superar esta crítica, que es válida en cuanto se piense en una “naturaleza humana” inmutable y completamente definida, en la medida que desarrollemos teóricamente una idea presente pero no desplegada por la filosofía aristotélica y sus derivaciones medievales, a saber, que la naturaleza esencial del hombre, con ser tal y precisamente por serlo, se encuentra en los individuos y grupos reales y particulares, como la potencia de un acto siempre imperfectamente realizado. De esta manera, la experiencia diferenciada de los individuos y la diversificada evolución histórica de la sociedad, se entienden como el proceso de realización o actualización progresiva de una esencia inconclusa. Se supera así de manera radical la supuesta estaticidad de la concepción de la “naturaleza humana” esencial, toda vez que sin negar que los seres humanos posean una esencia o naturaleza común, se la concibe en permanente construcción, como un proceso y no como un dato.
Con esta forma de concebir la “naturaleza humana” esencial, no solamente quedan reconocidas la subjetividad individual y la historicidad social, sino que ellas aparecen y se hacen presentes en un nivel de profundidad y radicalidad mucho mayor, incluso insospechada por las propias concepciones subjetivistas e historicistas modernas. En efecto, la subjetividad de los individuos y la historicidad de la especie o sociedad, no se aprecian solamente como datos empíricos sino que se los reconoce esencialmente, o sea en lo más radical y profundo del propio ser humano, con la consecuencia que el mismo proceso de realización y actualización de la esencia humana es obra de su propia libertad, subjetividad e historicidad.
Según este modo de concebirla, la “naturaleza humana” esencial se manifiesta como esencial y constitutivamente abierta, y el proceso de su actualización como la realización de un proyecto que se encuentra sujeto a su propia y libre subjetividad, que se cumple progresivamente en la historia y la evolución de las formas sociales y de las civilizaciones humanas. La apertura, sin embargo, no es absoluta, o sea no se trata de indeterminación pura, pues la esencia o naturaleza constitutiva del hombre, por abierta y potencial que sea, es también de alguna manera acto, realidad constituida en algún grado o medida (el acto de su potencia, diríamos en lenguaje aristotélico), lo que en otras palabras significa que la experiencia individual y social humana está volcada y llamada a realizar lo que potencialmente es el hombre, y no cualquier cosa.
Y es en este proceso de actualización y realización de la propia esencia o “naturaleza humana”, que se van constituyendo históricamente, como fruto de la libertad y racionalidad humana en su evolución social e histórica, que se van configurando las “segundas naturalezas”. Cada una de éstas, enraizada en, y expresión parcial, de la “naturaleza humana” esencial. Y cada una de ellas, dejando su huella, sus sedimentos, sus avances, logros y progresos, en la esencia humana o “naturaleza humana” esencial. De este modo ésta va evolucionando, transformándose, perfeccionándose progresivamente.
Por ejemplo, la conformación del individuo moderno, como sujeto de legítimos intereses y derechos individuales, y la concepción de la sociedad humana como realidad que debe garantizar derechos y necesidades fundamentales comunes e iguales para todos, serían logros definitivos, realizaciones consolidadas, en cuanto expresiones de la actualización de lo que estaba anteriormente sólo en potencia.
En el próximo texto de esta serie exploraremos cómo esta concepción impacta la cuestión de las necesidades y del consumo económico.


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Commenti
Inviato: 7/3/2009 16:40  Aggiornato: 7/3/2009 16:40
Autore: fulmini

@ Luis

Tu scrivi: "L’idea di una essenza dell’uomo o di una “natura umana” essenziale è stata criticata nella filosofia moderna precisamente poiché non potrebbe riconoscere adeguatamente la dinamica della esistenza umana e della storia, né comprendere il profondo significato della soggettività e la libertà caratteristiche dell’individuo moderno e delle organizzazioni socialmente e storicamente determinate. Tuttavia, possiamo superare questa critica (che rimane valida in quanto si pensi ad una “natura umana” immutabile e compiutamente definita), nella misura in cui sviluppiamo teoricamente una idea già presente ma non elaborata o dispiegata sufficientemente nella filosofia aristotelica e sue derivazioni medioevali, e cioè, che la natura essenziale dell’uomo, essendo tale e precisamente per ciò, si trova negli individui e gruppi reali e particolari, come la potenza di un atto sempre imperfettamente realizzato. In questo modo, la esperienza differenziata degli individui e la diversificata evoluzione storica della società, si comprendono come il processo di realizzazione o attualizzazione progressiva di una essenza inconclusa. Viene così superata in modo radicale la supposta staticità della concezione della “natura umana” essenziale, poiché senza negare che gli esseri umani possiedono una essenza o natura comune, questa viene concepita in permanente costruzione, come un processo e non come un fatto."

Io penso che l'attualizzazione progressiva della natura essenziale umana e l'attualizzazione progressiva della filosofia aristotelica siano espressioni e comunicazioni coerenti e profonde dello stesso pensiero in sviluppo, il tuo. Puoi rivelare come, per quale via, sei arrivato a questa scoperta-costruzione?
Inviato: 7/3/2009 19:59  Aggiornato: 7/3/2009 20:14
La tua è una domanda molto difficile a cui rispondere e lo sai bene. Pensando però a Gennariello che è un grande intellettuale "in nuce", posso dire qualcosa riguardo il modo di svolgere il lavoro intellettuale, e di ragionare, senza i quali sviluppi teorici come questo a cui ti riferisci non sarebbero possibili.

Questo modo di lavoro intellettuale si fonda fra gli altri sui seguenti comportamenti intellettuali:

1. Prestare attenzione soltanto ai grandi autori (grandi filosofi, grandi scienziati, grandi economisti, ecc.) Solo così si può imparare a elaborare grandi concezioni teoriche. I grandi sono pochi, i loro commentatori, epigoni, seguaci, discepoli ecc. sono tantissimi, e solitamente non riescono a comprendere i loro maestri che diffondono e spiegano male (permettendosi persino l'audacia di criticarli in tale o quale piccolo assunto), e inoltre, il tempo che abbiamo a disposizione non è illimitato e per ciò e preferibile non prenderli molto in considerazione.

2. Non dare né considerare come sicura e definitivamente vera nessuna affermazione, per quanto diffusa e accettata da tutti sia attualmente.

3. Non dare né considerare come falsa e definitivamente erronea nessuna affermazione proposta da un grande autore.

4. Cercare sempre, prima di svolgere qualsiasi critica ad un pensiero dato, quale sia la sua parte di verità, su che cosa si basa, quali basi teoriche o empiriche potrebbero sostenerla.

5. Per grande che sia un autore e una concezione teorica, non pensare mai che sia sufficiente. Bisogna avere l'atteggiamento che Misuraca ed io abbiamo coniato tempo fa: "A partire da ... (un grande)". I grandi sono sempre autori che ci pongono e ci offrono un punto di partenza, non di arrivo.

6. La meta, l'obbiettivo, è sempre quello di raggiungere un punto di vista superiore, più elevato, capace di integrare tutti gli altri punti di vista, le concezioni precedenti; e nel caso di non includere o di scartare e rifiutare una di esse, bisogna essere in condizioni di spiegare chiaramente quali sono gli errori che contiene, e cosa li spiegano e giustificano nella concezione nella quale compaiono. Questo lo posso dire in un altro modo: bisogna cercare sempre la verità che esista in un pensiero, prima e con molta maggiore dedicazione che cercare l'errore che contenga. Se critico e scopro gli errori di un autore, lo lascio fuori della mia elaborazione; se scopro le sue parziali verità, lo integro, in una concezione superiore, comprensiva appunto. Criticare un pensiero, per me, consiste nello scoprire in esso le verità parziali, non gli errori. L'atteggiamento inverso, quello della critica come orientata ad argomentare contro e negare un pensiero, è un atteggiamento proprio del vecchio e inferiore modo di conoscere, proprio della vecchia inferiore civiltà moderna.

7. Infine, bisogna lavorare intellettualmente in un modo assai concentrato.

Luis
Inviato: 9/3/2009 9:41  Aggiornato: 9/3/2009 9:41
Salve, Luis.

Sono perplessa. Per un verso leggo con sempre maggiore interesse la Sua serie di post e vi trovo osservazioni critiche sensate, ragionevoli, acute sul mondo che ci circonda, per l'altro trovo il Suo modo di costruire quella che Lei definisce 'teoria economica comprensiva', come dire?, distante dalla scienza economica moderna, anche nel metodo, intrisa come è - la Sua teoria -, di elementi filosofici.

Vorrei chiederLe, se non chiedo troppo, di spiegarmi se e in che misura Lei ritiene la Sua una teoria scientifica o una teoria filosofica.

Leoncilla
Inviato: 9/3/2009 10:25  Aggiornato: 9/3/2009 10:25
Autore: guidoaragona

In un certo senso faccio la stessa domanda di Leoncilla.
Nel senso che al momento mi permangono in qualche modo le obiezioni che feci in ordine alla "prevalenza" (che si riferiscono anche a fattori che possiamo ritenere "distorsivi" rispetto ad un piano "ideale" ... la pubblicità, ad esempio), e non scorgo ancora il "punto di attacco" di una azione politica (anche se non "partitica", questo lo concedo).
Comunque, continuo a seguiti nei ragionamenti.
ciao grazie
Inviato: 9/3/2009 16:19  Aggiornato: 9/3/2009 16:26
A Leoncilla:

Grazie dei commenti, dell'interesse alla lettura dei posts, e della domanda abile, alla quale cercherò di rispondere nel modo più breve possibile.

La Teoria Economica Comprensiva alla quale faccio riferimento in questa serie di scritti brevi, l'ho svolta (elaborata e presentata) in cinque libri i cui titoli sono (traduco dallo spagnolo): "Imprese di Lavoro ed Economia di Mercato" (450 pagine circa). "Le Donazioni e la Economia di Solidarietà" (250 pag.) "Critica dell'Economia e Mercato Democratico" (220 pag.). "Fondamenti di una Teoria Economica Comprensiva" (500 pag). "Sviluppo, Trasformazione e Perfezionamento della Economia nel Tempo" (700 pag). Questo, per spiegarvi che questi posts sono soltanto delle piccolissime presentazioni, inevitabilmente assai generali.

Concepisco la Teoria Economica Comprensiva come una nuova Teoria Economica Generale. Essa raccoglie e integra criticamente - nel senso spiegato nei posts - le concezioni economiche moderne: classica, neo-classica, marxista, keynesiana, neo-keynesiana, ecc. Le critica, le integra, le comprende, le include, le subordina.

Come ogni teoria economica, questa si fonda su una concezione filosofica e storica, specialmente in quanto riguarda la concezione dell'uomo e della società. Questa concezione filosofica, non positivistica ma organizzata secondo una nuova struttura della conoscenza, dà luogo e implica ad una nuova forma di relazionare filosofia e scienza. Ho scritto due libri e diversi saggi specificamente filosofici, fra i quali i libri (traduco i titoli:) "Il Mistero dell'Uomo", "Ricerca dell'Essere e della Verità Perduta". In questi posts sulla creazione di una nuova civiltà, vengo presentando e relazionando con altre rifflesioni e analisi, alcuni dei concetti fondamentali di questa filosofia.

In tutta questa elaborazione, i due libri e alcuni saggi che abbiamo scritto insieme fin da trenta anni Pasquale Misuraca ed io (fra i quali "Marxismo e Sociologia nella Critica di Gramsci", "Politica e Partiti nella Critica di Gramsci", "Razionalità teorico-scientifica e razionalità storico-politica"), costituiscono la critica e il superamento delle concezioni teoriche moderne, e l'inizio della elaborazione della nuova concezione teorica che abbiamo denominato "nuova scienza della storia e della politica".

Sul valore e validità di tutto questo, non sono io che possa giudicare. Sono soltanto consapevole dei limiti e manchevolezze che hanno (non poche), ma non di errori (che quando li scopro o me li fanno notare altri, mi affretto a correggere e a esaminare in profondità quanto possano coinvolgere altre elaborazioni o aspetti della teoria che debbano subire correzioni o approfondimenti).

Luis Razeto
Inviato: 9/3/2009 23:04  Aggiornato: 9/3/2009 23:04
Autore: unviaggiatore

Non sono uno studioso e non so se riuscirò a esprimermi in maniera precisa.
Marx spesso salutando i suoi visitatori diceva di non essere un marxista, voleva dire che non proponeva dei dogmi, non fondava una chiesa ma che lui era semplicemente un pensiero critico. (Lezione non compresa dai marxisti ortodossi) Gramsci capisce bene questa lezione e va oltre, ci spiega (tra l'altro) che i lavoratori delle società industriali facevano propria l'ideologia dominante e abbracciavano un'etica individualista ed egoistica. Mi sembra chiaro che il malessere diffuso che stiamo attraversando sia da collegarsi al mutamento antropologico iniziato da tempo che ha annullato riferimenti culturali e sociali. Da qui la necessità di creare una società nuova e superiore. A questo punto penso che questa nuova società debba, pur recuperando valori persi, introdurre una concezione nuova di etica e diritti. Credo che questo sia anche il tuo pensiero.
Giuliano Cabrini
Inviato: 10/3/2009 8:22  Aggiornato: 10/3/2009 8:22
Autore: fulmini

@ Luis Razeto ed @ Guido Aragona

Lavorando a partire da Gramsci, ho ritrovato e ripensato un brano dei Quaderni che può essere d'aiuto a proseguire la bella discussione:

“Perché e come si diffondono, diventando popolari, le nuove concezioni del mondo? In questo processo di diffusione (che è nello stesso tempo di sostituzione del vecchio e molto spesso di combinazione tra il nuovo e il vecchio) influiscono, e come e in che misura, la forma razionale in cui la nuova concezione è esposta e presentata, l’autorità (in quanto sia riconosciuta ed apprezzata almeno genericamente) dell’espositore e dei pensatori e scienziati che l’espositore chiama in suo sostegno, l’appartenere alla stessa organizzazione di chi sostiene la nuova concezione (dopo però essere entrati nell’organizzazione per altro motivo che non sia il condividere la nuova concezione)? Questi elementi in realtà variano a seconda del gruppo sociale e del livello culturale del gruppo dato. Ma la ricerca interessa specialmente per ciò che riguarda le masse popolari, che più difficilmente mutano di concezione, e che non le mutano mai, in ogni caso, accettandole nella forma ‘pura’, per dir così, ma solo e sempre come combinazione più o meno eteroclita e bizzarra. La forma razionale, logicamente coerente, la completezza del ragionamento che non trascura nessun argomento positivo o negativo di un qualche peso, ha la sua importanza, ma è ben lontana dall’essere decisiva; essa può essere decisiva in via subordinata, quando la persona data è già in condizioni di crisi intellettuale, ondeggia tra il vecchio e il nuovo, ha perduto la fede nel vecchio e ancora non si è decisa per il nuovo ecc. Così si può dire per l’autorità dei pensatori e scienziati. Essa è molto grande nel popolo, ma di fatto ogni concezione ha i suoi pensatori e scienziati da porre innanzi e l’autorità è divisa; inoltre è possibile per ogni pensatore distinguere, porre in dubbio che abbia proprio detto in tal modo ecc. Si può concludere che il processo di diffusione delle concezioni nuove avviene per ragioni politiche, cioè in ultima istanza sociali, ma che l’elemento formale, della logica coerenza, l’elemento autoritativo e l’elemento organizzativo hanno in questo processo una funzione molto grande subito dopo che l’orientamento generale è avvenuto, sia nei singoli individui che in gruppi numerosi. Da ciò si conclude però che nelle masse in quanto tali la filosofia non può essere vissuta che come una fede."
Inviato: 10/3/2009 23:18  Aggiornato: 11/3/2009 7:28
A Giuliano:

La tua é - in estrema sintesi - una molto precisa formulazione dei grandi problemi della società moderna e delle vie e condizioni del superamento di essi. Credo inoltre che hai colto molto bene il senso generale della mia proposta.

Luis Razeto