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economia di solidarietà : Come iniziare la creazione di una nuova superiore civiltà? (X)
di luisrazeto , Sat 28 February 2009 7:00
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Il testo viene pubblicato in italiano e in spagnolo - lingua nella quale è stato pensato e scritto da Luis Razeto - tra le due versioni una fotoGrafia evocata per associazione.

Dove si spiega il rapporto fra la ‘natura umana’ e il consumatore moderno, e si definisce la possibilità di un nuovo tipo di consumatore per una nuova superiore civiltà.

Come lo abbiamo descritto nel post precedente, il consumatore moderno – soggetto insaziabile i cui bisogni e desideri sono in perpetua crescita, che cerca di provvedersi di sempre più oggetti e servizi che riempiano le proprie carenze ricorrentemente insoddisfatte, che sul mercato è in costante ricerca di novità ed accessori che lo differenzino dagli altri con i quali è sempre in competizione- è un individuo che probabilmente ci risulta poco simpatico ed attraente.

Ci risulterebbe invece decisamente sgradevole se ci rendessimo conto che il suo atteggiamento riguardo i beni e servizi del mercato solitamente si fa estensivo anche nei confronti delle persone con le quali si relaziona o agisce insieme, nel senso che anche da queste cerca costantemente l’utilità, vale a dire che siano utili a lui e facciano parte del soddisfacimento dei propri bisogni, aspirazioni e desideri. Di tutto questo però, le persone raramente si rendono conto, non ne sono consapevoli, anche se nei fatti gli individui tendono a diffidare degli invece che a confidare negli altri. E tuttavia, siccome quasi tutti devono riconoscersi somiglianti a questo consumatore, e quindi devono accettare di avere dei comportamenti simili, finiscono per adattarsi ed accettarsi civilmente gli uni con gli altri, e spesso persino si rispettano e sembrano di volersi bene (specialmente quando si incontrano gli uni accanto agli altri facendo lo shopping o parlando dei loro acquisti). E’ un fatto, poi, che le persone tendono a voler bene a coloro che somigliano loro, e a rifiutare (disprezzare o invidiare a seconda del caso) i diversi.

Vi è, poi, l’altro lato del comportamento dei consumatori moderni, che li rende in certo modo più amabili in quanto stabilisce fra di loro un terreno comune, una condivisione di obiettivi ed interessi. Mi riferisco al fatto che questo medesimo consumatore moderno richiede ed esige dallo Stato sempre maggiori e migliori soluzioni che comportino livelli di crescente benessere sociale uguali per tutti. Questo porta i consumatori – in questo caso, i richiedenti di beni e servizi pubblici - ad organizzarsi in funzione di realizzare attività di pressione e rivendicazione di diritti di fronte allo Stato. Ma, non necessariamente questo stabilisce un livello etico superiore. In alcuni casi può intendersi così (ad esempio, quando persone idealistiche chiedono il compimento di diritti riguardanti fasce o categorie sociali deboli); ma solitamente i gruppi si organizzano per chiedere benefici per loro stessi, e li richiedono, anche sapendo spesso che le risorse limitate che ha lo Stato, possano essere impiegate in modo socialmente più utile, proficua o giusta, anziché farlo secondo ciò che il gruppo richiede. Poi, spesso esigono come diritti alcuni beni e servizi che in realtà costituiscono privilegi. Infine, spesso queste “lotte” per i diritti nascondono una componente di invidia sociale.

Ma il nostro obiettivo non è quello di fare una analisi etica. Queste osservazioni sul comportamento del consumatore moderno hanno il solo scopo di creare nel lettore un certo distacco ed una certa consapevolezza critica nei confronti di... sé stesso, in quanto almeno in parte – più o meno grande - condivide il modo di essere di questo tipo di consumatore. Invece, dal punto di vista teorico che stiamo svolgendo in queste analisi, interessa un’altra importantissima questione, e cioè, sapere se questo consumatore moderno e questo modo di intendere e vivere i bisogni, corrispondano alla “natura umana”, o si tratti invece di un modo di essere che può cambiare ed essere sostituito da un altro, che possiamo ritenere “più umano”. La questione è cruciale, poiché come abbiamo detto, non ha senso proporre un tipo di economia o un progetto di nuova superiore civiltà che non si basi sugli essere umani così come sono. L’ho già detto: tanti tentativi di creare economie “alternative” e superiori a quelle capitalistiche, hanno fallito precisamente per il fatto di basarsi su una antropologia sbagliata, non realistica, che non considera gli uomini così come realmente sono. La questione è tanto essenziale che dobbiamo soffermarci su di essa quanto sia necessario per risolverla.

A questo riguardo succede una cosa curiosa. Di fronte a questa presentazione dei bisogni umani e del consumatore moderno, molti tendono a pensare che la descrizione corrisponda bene alla “natura umana”. “Così sono gli essere umani”, si pensa, anche se non tutti coloro che lo affermano siano poi disposti a accettare che loro stessi siano ben rappresentati da quella descrizione e partecipino di questo modo di essere.

Il fatto che le persone siano più disposte ad attribuire agli altri questo modo di essere e comportarsi e abbiano difficoltà a riconoscerlo per sé medesimi, non manifesta soltanto una diversa misura di giudizio, più rigorosa per gli altri e più compiacente per sé. Oltre a ciò, si può ipotizzare che ognuno di noi, persino se accetta di comportarsi spesso in quel modo, pensa al proprio intimo di non “essere” così, o almeno di essere stato differente in certe fasi o momenti della propria vita, e comunque di avere la possibilità di agire diversamente. Ma se questo è così, oppure se siamo almeno disposti ad accettare che alcune persone agiscono diversamente, o se ci si è comportati altrimenti nel passato storico, allora non si può assolutamente dire che il consumatore moderno sia la unica espressione coerente della “natura umana”.

Tuttavia, bisogna rendere compatibile questo col fatto che le persone – nella stragrande maggioranza - sono realmente così come le abbiamo descritte (consumatori moderni), e che questo comportamento e modo di essere è di fatto profondamente radicato negli individui della nostra società e civiltà.

Vi è un modo preciso di comprendere questo. Ed è concepire la “natura umana” come una certa struttura basilare, costituita da alcuni elementi essenziali generali e comuni a tutti gli uomini indipendentemente dal tempo, l’organizzazione sociale, le condizioni storiche, ecc. Una natura “essenziale”, che però sta e rimane aperta a – o che ha la possibilità di - acquisire diverse forme più complesse che la possono in certo modo fare diventare un’ altra struttura; o meglio, una struttura di base, primaria, sopra la quale si possono creare altre strutture; ovvero come una determinata “natura umana” sulla quale si può stabilire una “seconda natura”, che a sua volta può presentare diverse alternative possibili. In questo senso, il modo di essere e di comportarsi del consumatore moderno, con il suo modo di vivere e di soddisfare i bisogni, non sarebbe l’espressione diretta della “natura umana” bensì la manifestazione di una “seconda natura”, che si innalza sopra la prima, creata nel corso della costituzione e sviluppo di (da) una civiltà ed una economia che la richiede e necessita.

L’idea che sulla “natura umana” essenziale possano alzarsi delle “seconde nature” non è nuova. Diversi autori si riferiscono ad una “seconda natura” umana, ma intendono per questa diverse cose. Per alcuni si tratta della natura umana cosciente da distinguere dalla natura umana biologica. Altri prendono il termine in senso storico, e concepiscono la “seconda natura” per far riferimento a tipi umani che si distinguono per la loro appartenenza a una religione o a una ideologia politica. Alcuni pensano all’idea di un “uomo nuovo” come il portatore di una “seconda natura”. E forse alla base di tutte queste idee, vi è il vecchio proverbio che dice “l’abitudine è una seconda natura degli uomini”.

Queste varie idee sulla “seconda natura” hanno qualche relazione col concetto che stiamo qui presentando, ma riferire il termine al consumatore moderno, o più in generale, al “homo oeconomicus” (concetto sul quale si fonda l’elaborazione teorica dell’economia capitalistica) comporta probabilmente una novità. Comunque, il modo di concepire la “seconda natura” e il suo rapporto con la “natura umana” che vi propongo, trova origine nel seguente testo scritto 30 anni fa da Pasquale Misuraca ed io, a partire da Gramsci:

Il mutamento complessivo dei comportamenti collettivi che avviene nel mondo intero a partire dagli inizi della crisi, e nel contesto dei processi di industrializzazione; processo inteso come periodo di passaggio ad una nuova civiltà, è caratterizzato (secondo Gramsci, che qui si riferisce all'inizio della civiltà moderna) dallo sviluppo di “nuove, più complesse e rigide norme e abitudini di ordine, di esattezza, di precisione che rendano possibili le forme sempre più complesse di vita collettiva che sono la conseguenza necessaria dello sviluppo dell’industrialismo” (Q, 2160-1). Ma la espansione di questi nuovi comportamenti collettivi non è stata il prodotto di una elaborazione consapevole di massa di una razionalità funzionale alle esigenze dei processi di produzione, bensì è stata “imposta dall’esterno e finora i risultati ottenuti, sebbene di grande valore pratico immediato, sono puramente meccanici in gran parte, non sono diventati una ‘seconda natura’. Ma ogni nuovo modo di vivere, nel periodo in cui si impone la lotta contro il vecchio, non è sempre stato per un certo tempo il risultato di una compressione meccanica?” (Q, 2161) A questa ultima domanda Gramsci risponde richiamando l’esperienza storica passata di mutamenti epocali in cui non furono spezzati i rapporti di dominazione: “Finora tutti i mutamenti del modo di essere e di vivere sono avvenuti per coercizione brutale, cioè attraverso il dominio di un gruppo sociale su tutte le forze produttive della società: la selezione o ‘educazione’ dell’uomo adatto ai nuovi tipi di civiltà, cioè alle nuove forme di produzione e di lavoro, è avvenuta con l’impiego di brutalità inaudite, gettando nell’inferno delle sottoclassi i deboli e i refrattari o eliminandoli del tutto.” (Q, 2161)

La questione teorica importante oggi per noi è di capire come possa intendersi la “seconda natura”, e quale rapporto abbia con la “natura umana” essenziale.

Anzitutto, è ovvio che questa “natura umana” (che qui distinguo come “essenziale”) dovrebbe essere tale da consentire che sopra di essa si innalzino delle “seconde nature”. Siccome questo non sembra possa attribuirsi alle altre specie animali, individueremo nella caratteristica specificamente umana della coscienza, e più particolarmente nella razionalità e nella libertà, il fondamento che rende possibile la creazione della “seconda natura”. Questa coscienza libera, di fatto, rende possibile che gli uomini si discostino da una natura biologica comune (propria della specie), o meglio, che prendano sotto il proprio controllo la direzione del proprio sviluppo ed evoluzione. Bisogna essere libero per avere la possibilità di distaccarsi e cambiare, ed essere razionale per prendere il controllo e definire una direzione al cambiamento, tale che si possa creare un’ altra struttura” come abbiamo anche definito la “seconda natura”.
Non basta tuttavia la coscienza e la libertà per fondare una supposta “seconda natura”. Infatti, la coscienza e la libertà sono individuali, cioè sono attributi degli individui che consente loro di agire come individui. In tal senso, il distacco e l’auto-direzione impresa al proprio sviluppo potrebbe essere infinitamente differenziato (ogni individuo libero, ogni diverso modo di essere). Invece, stiamo parlando di una “seconda natura” che, sebbene potrebbe non intendersi come coinvolgente tutti gli esseri umani, la specie intera, deve almeno includere e sussumere una grande popolazione umana. Pensiamo, in questo senso, alle dimensioni di una intera civiltà.

Perciò, la “seconda natura” non può essere che “sociale”. E la socialità è, infatti, propria della “natura umana”, uguale che la razionalità e la libertà a cui abbiamo fatto riferimento. Questo significa che una “seconda natura” non può che crearsi socialmente, vale a dire, come un processo di costruzione sociale che co-involge molti individui associati, i quali condividono una certa razionalità e una certa volontà di integrarsi a un processo di creazione collettiva; oppure, che vengono integrati ad un modo di essere collettivo attraverso la coercizione ed il conformismo. In ogni caso, quando diciamo processo “sociale”, diciamo più concretamente processo “economico”, “politico”, “culturale”, che sono le dimensioni nelle quali si manifesta l’azione collettiva (sociale), e nelle quali si struttura la società umana ed i comportamenti individuali e collettivi.

Consentitemi però di precisare che noi esseri umani siamo più “sociali” che “liberi”. Voglio dire che di solito, e nella stragrande maggioranza delle situazioni e dei casi, le persone agiscono condizionate socialmente, fortemente determinate dalla collettività della quale formano parte, conformandosi secondo le esigenze e le richieste dell’economia, dell’ordine politico (istituzionale, giuridico, ecc.) e del contesto culturale nei quali nascono, crescono e si educano. La libertà individuale si manifesta sempre, ma solitamente nei piccoli fatti, nelle decisioni minori, mentre nelle grandi direzioni che comportano processi storici, strutturali, civilizzatori, gli esseri umani seguono abitualmente le direzioni stabilite e agiscono “socialmente” (come “uomo massa”). Vi pongo un esempio preciso: come “consumatori” i moderni si comportano seguendo criteri simili e comuni in quanto alla razionalità e alla logica con la quale agiscono. Come individui “liberi” prendono decisioni differenziate scegliendo le marche ed i prodotti diversi negli scaffali del supermercato.

Per questo è tanto difficile creare una nuova economia, una nuova civiltà, una nuova “seconda natura”, e un nuovo tipo di consumatore come componente di questa.

A questo punto avrete già capito che creare una nuova superiore civiltà consiste, in ultima sintesi, nella creazione di una nuova superiore “seconda natura” negli esseri umani. Che ciò sia possibile (sebbene assai difficile) è nella “natura umana” essenziale, in quanto deriva dalla razionalità e libertà, e dal fatto di essere “sociali” e quindi capaci di costruire processi e organizzazioni economiche, politiche, culturali.

Ma per avviare la creazione di questa “seconda natura” nuova e superiore, basata anche questa sulla “natura umana” essenziale, è necessario distaccarsi dalla “seconda natura” data, quella vecchia e inferiore.

Questo è possibile in quanto nella “natura umana” di base c’è la libertà, la possibilità di decidere, e perciò esiste sempre la possibilità dell’autonomia nei confronti della “seconda natura” data. Una “seconda natura” è possibile in quanto gli uomini possono decidere, fare scelte, creare, e al contempo in quanto la propria libertà viene limitata da condizionamenti, da influenze, da contesti, dal potere, ecc.

Per iniziare la creazione di una nuova "seconda natura", è perciò necessario – anzitutto - che alcuni individui raggiungano l’autonomia (mediante la propria razionalità e libertà). Questi individui, organizzati in rete e potenziandosi reciprocamente, potranno espandere il nuovo modo di essere e di comportarsi, attraverso azioni e processi che avremo modo di precisare più avanti. Ma il fatto da cogliere è, per primo, che l’inizio della creazione di una nuova civiltà è, oggi come nel passato, un processo iniziato da pochi, poiché sono pochi coloro che applicano la libertà alle grandi direzioni del proprio vivere, e non limitatamente a decidere questioni secondarie entro un quadro socialmente predeterminato.

Affinché gli individui possano iniziare la creazione, in sé stessi, di una nuova “seconda natura”, è necessario che si connettano con la prima natura, rendendosi cioè liberi, razionali e sociali. Solo così possono diventare “autonomi” riguardo la “seconda natura” anteriore, quella vecchia. Se non ci connettiamo con nostra “natura umana” essenziale (nascosta, oppressa sotto la “seconda natura” data), non possiamo iniziare la creazione di una nuova superiore “seconda natura”. Ecco perché l’inizio della creazione del nuovo è un “conosci te stesso”, e giungere a pensare con la propria testa, anzichè partecipare ad una concezione del mondo data, che non può che essere vecchia, vale a dire, creata nel processo storico precedente, sedimentata socialmente e culturalmente, divenuta abitudine.

Questa comporterà naturalmente la creazione di nuove strutture, nuovi condizionamenti, nuova economia e politica e istituzioni. Molto importante, per le ragioni che abbiamo esposto nei posts precedenti, anche e specialmente un nuovo tipo di consumatore, implicando un modo nuovo, naturale, razionale, essenziale, di comprendere e di vivere i bisogni umani.

Ma su ciò, prossimamente.

venditore africano con oggetti

Roma, Negozio di ottica di via Merulana, 6 dicembre 2008


EN ESTE SE EXPLICA LA RELACIÓN QUE EXISTE ENTRE LA “NATURALEZA HUMANA” Y EL CONSUMIDOR MODERNO, Y SE FUNDAMENTA LA POSIBILIDAD DE UN NUEVO TIPO DE CONSUMIDOR PARA UNA NUEVA SUPERIOR CIVILIZACIÓN.

Tal como lo hemos descrito en el Post anterior, el consumidor moderno –sujeto insaciable cuyas necesidades y deseos están en perpetuo crecimiento, que busca proveerse siempre y cada vez de más objetos y servicios que llenen sus propias carencias recurrentemente insatisfechas, y que en el mercado está en una constante búsqueda de novedades y de accesorios que lo diferencien de los demás con quienes se encuentra siempre en competencia – es un individuo que probablemente nos resulte poco simpático y nada atractivo. Nos resultaría en cambio decididamente desagradable si nos diésemos cuenta de que ese mismo comportamiento que tiene respecto de los bienes y servicios habitualmente lo hace extensivo también respecto de las personas con las que se relaciona e interactúa, en el sentido de que también en ellas busca constantemente la utilidad para sí, esto es, que le sean útiles y contribuyan a la satisfacción de sus propias necesidades, aspiraciones y deseos. Pero de todo esto las personas raramente se dan cuenta, no son conscientes, si bien en los hechos los individuos tienden a desconfiar más que a fiarse de los otros. Y sin embargo, como casi todos deben reconocerse parecidos a dicho consumidor, y por tanto deben aceptar que tienen comportamientos similares, terminan por adaptarse y aceptarse civilmente unos a otros, y a menudo incluso se respetan y parecen quererse (especialmente cuando se encuentran unos al lado de los otros haciendo shopping o hablando de sus compras). Es un hecho, además, que las personas tienden a querer a aquellos que se les parecen, y a rechazar (despreciar o envidiar según sea el caso) a los diferentes.

Pero está, además, el otro lado del comportamiento de los consumidores modernos, que los torna en cierto modo amables en cuanto establece entre ellos un terreno común, un compartir objetivos e intereses. Me refiero al hecho de que este mismo consumidor moderno pide y exige al Estado siempre mayores y mejores soluciones que impliquen niveles de creciente bienestar social iguales para todos. Esto lleva a los consumidores –en este caso, a los demandantes de bienes y servicios públicos – a organizarse en función de realizar actividades de presión y reividicación de derechos frente al Estado. Sin embargo, no necesariamente esto establece un nivel ético superior. En algunos casos puede entenderse así (por ejemplo, cuando personas idealistas solicitan el cumplimiento de los derechos para categorías o grupos sociales desfavorecidas); pero habitualmente los grupos se organizan para exigir beneficios para ellos mismos, y los exigen aún a menudo sabiendo que los recursos limitados que tiene el Estado podrían emplearse de manera socialmente más útil, provechosa o justa, en vez de hacerlo del modo en que el grupo lo exige. Además, a menudo se exigen como derechos, ciertos bienes y servicios que en realidad constituyen privilegios. En fin, sucede también que algunas “luchas” por los derechos esconde un componente de envidia social.

Pero nuestro objetivo no es hacer un análisis ético. Estas observaciones sobre el comportamiento del consumidor moderno tienen el único propósito de crear en el lector un cierto distanciamiento y una cierta conciencia crítica respecto de ... él mismo, en cuanto al menos en parte – más o menos grande – comparte el modo de ser de este tipo de consumidor. En cambio, desde el punto de vista teórico en que estamos desarrollando este análisis, lo que interesa es otra importantísma cuestión, esto es, saber si este consumidor moderno y este modo de entender y de vivir las necesidades, corresponda a la “naturaleza humana”, o si se trata más bien de una manera de ser que puede cambiarse y sustituirse por otra, que podamos considerar “más humana”. La cuestión es crucial, porque como hemos visto, no tiene sentido proponer un tipo de economía o un proyecto de nueva civilización que no se base y tenga en cuenta a los seres humanos tales como son. Ya lo dije: tantos intentos de crear economías “alternativas” y superiores a la capitalista, han fracasado precisamente por el hecho de basarse en una antropología equivocada, no realista, que no considera a las personas tal como realmente son. La cuestiòn es tan fundamental que debemos detenernos en ella lo que sea necesario para responderla adecuadamente.

Respecto de esto sucede algo curioso. Frente a esta presentación de las necesidades humanas y del consumidor moderno, muchos tienden a pensar que la descripción corresponda bastante bien a la “naturaleza humana”. “Así son los seres humanos”, se piensa, si bien no todos aquellos que lo afirman estén luego dispuestos a aceptar que ellos mismos estén bien representados por esa descripción y sean parte de dicho modo de ser.

El hecho de que las personas estén más dispuestas a atribuir a los demás este modo de ser y de comportarse y tengan dificultad para reconocerlos para sí mismos, no habla solamente de una diferente medida para juzgar y juzgarse, más estricta para los otros y más complaciente para sí. Además de ello, puede hipotetizarse que cada uno de nosotros, incluso si acepta el hecho de que se comporte a menudo del modo indicado, piensa sin embargo en su intimidad que no “es” así, o al menos que ha sido diferente en algunas fases o momentos de su vida, y en todo caso que tiene la posibilidad de comportarse diversamente. Pero si ello es así, o bien si estamos al menos dispuestos a aceptar que algunas personas actúen de modo diferente, o si ha habido comportamientos distintos en el pasado histórico, entonces no se puede absolutamente decir que el consumidor moderno sea la única y cabal expresión de la “naturaleza humana”.

Sin embargo, es necesario compatibilizar esto con el hecho de que las personas –en una gran mayoría- son realmente tal como las hemos descrito (consumidores modernos) y que este comportamiento y modo de ser está de hecho profundamente enraizado en los individuos de nuestra sociedad y civilización.

Existe un modo preciso de comprenderlo. Es concebir la “naturaleza humana” como una cierta estructura de base, constituida por algunos elementos esenciales generales y comunes a todas las personas independientemente de la época, la organización social, las condiciones históricas, etc. Una naturaleza “esencial”, che sin embargo está y permanece abierta a –o que tiene la posibilidad de- adquirir diversas formas más complejas que la puedan en cierto sentido convertir o hacer evolucionar a otra estructura; o mejor, una estructura básica, primaria, sobre la cual se pueden levantar otras estructuras; o bien, como una determinada “naturaleza humana” sobre la cual se pueda establecer una “segunda naturaleza”, que a su vez se presente en diferentes alternativas posibles. En este sentido, el modo de ser y de comportarse del consumidor moderno, con su manera de vivir y de satisfacer sus necesidades, no sería la expresión directa de la “naturaleza humana”, sino la manifestación de una “segunda naturaleza”, que se levanta sobre la primera, y que ha sido creada en el curso de la constitución y desarrollo de una civilización y de una economía que la necesita y construye.

La idea de que sobre la “naturaleza humana” esencial puedan levantarse “segundas naturalezas”, no es nueva. Diferentes autores se han referido a una “segunda naturaleza” humana, pero entienden por ella cosas diferentes. Para algunos se trata de la naturaleza humana consciente, que debe distinguirse de la naturaleza humana biológica. Otros toman el término en sentido histórico, y conciben la “segunda naturaleza” para referirse a tipos humanos que se caracterizan por su pertenencia a una religión o a una ideología política. Algunos piensan en la idea de un “hombre nuevo” como portador de una “segunda naturaleza”. Y tal vez en la base de todas estas concepciones esté el antiguo proverbio que dice: “La costumbre es una segunda naturaleza de los hombres”.

Estas distintas ideas sobre la “segunda naturaleza” tienen alguna relación con el concepto que estamos presentando, pero referir el término al consumidor moderno, o más en general, al “homo oeconomicus” (concepto sobre el que se fundamenta la elaboración teórica de la economía capitalista) trae probablemente una novedad. De todos modos, la manera de concebir la “segunda naturaleza” y su relación con la “naturaleza humana” que propongo, se origina en el siguiente texto escrito hace 30 años por Pasquale Misuraca y yo, a partir de Gramsci:

“El cambio completo de los comportamientos colectivos que sucede en todo el mundo a partir de los comienzos de la crisis, y en el contexto de los procesos de industrialización, proceso entendido como período de transición a una nueva civilización, está caracterizado (según Gramsci, que aquí se refiere al inicio de la civilización moderna) por el desarrollo de “nuevas, más complejas y rígidas normas y costumbres de orden, de exactitud, de precisión que hagan posible las formas cada vez más complejas de vida colectiva que son consecuencia necesaria del desarrollo del industrialismo” (Cuadernos, pág. 2160-1). Pero la expansión de estos nuevos comportamientos colectivos no ha sido producto de una elaboración consciente de las multitudes de una racionalidad funcional a las exigencias de los procesos de producción, sino que ha sido “impuesta desde el exterior y hasta ahora los resultados obtenidos, si bien de gran valor práctico inmediato, son puramente mecánicos en gran parte, y no han llegado a constituir una “segunda naturaleza”. Pero cada nuevo modo de vivir, en el período en que se impone la lucha contra lo viejo, ¿no ha sido acaso siempre durante cierto tiempo el resultado de una imposición mecánica?” (Cuadernos, pág. 2161). A esta pregunta Gramsci responde haciendo referencia a la experiencia histórica anterior de los cambios epocales en que no fueron rotas las relaciones de dominación. “Hasta ahora todas las mutaciones en el modo de ser y de vivir han ocurrido por cohersión brutal, o sea a través del dominio de un grupo social sobre todas las fuerzas productivas de la sociedad: la selección o “educación” del hombre adaptado a los nuevos tipos de civilización, o sea a las nuevas formas de producción y de trabajo, ha sucedido con el empleo de brutalidades inauditas, arrojando al infierno de las clases bajas a los débiles y a los refractarios o eliminándolos del todo.” (Cuadernos, pág. 2161)

La cuestión teórica importante hoy para nosotros es comprender cómo pueda concebirse la “segunda naturaleza”, y qué relación tenga con la “naturaleza humana” esencial.

Ante todo, es obvio que esta “naturaleza humana” (que distingo aquí como “esencial”) debiera ser tal que permita que sobre ella se levanten “segundas naturalezas”. Como esto no parece que pueda atribuirse a las demás especies animales, identificaremos en la característica específicamente humana de la conciencia, y más precisamente, en la racionalidad y en la libertad, el fundamento que hace posible la creación de la “segunda naturaleza”. Esa conciencia libre, en efecto, hace posible que los hombres se disocien respecto a una naturaleza biológica común (propia de la especie), o mejor dicho, que tomen bajo su control la dirección del propio desarrollo y evolución. Es indispensable ser libres para tener la posibilidad de diferenciarse y cambiar, y ser racionales para tomar el control y definir una dirección al cambio, de modo que se pueda crear “otra estructura”, como hemos definido también la “segunda naturaleza”.

No es suficiente, sin embargo, la conciencia y la libertad para fundamentar una supuesta “segunda naturaleza”. En efecto, la conciencia y la libertad son individuales, esto es, atributos de los individuos que les permiten actuar como tales individuos. En este sentido, la disociación y la auto-dirección imprimida al desarrollo propio, pudiera resultar infinitamente diferenciado (para cada individuo libre, un diferente modo de ser). En cambio, estamos hablando de una “segunda naturaleza” que si bien pudiera no entenderse como involucrando a todos los seres humanos, a la especie completa, debe al menos incluir y subsumir a una gran población humana. Pensamos, en este sentido, en las dimensiones de una civilizacióbn entera.

Por ello, la “segunda naturaleza” no puede ser más que “social”. Y la sociabilidad es, en efecto, propia de la “naturaleza humana”, igual como lo son la racionalidad y la libertad a que nos hemos referido. Esto significa que una “segunda naturaleza” no puede crearse sino socialmente, es decir, como un proceso de construcción social que incorpora a muchos individuos asociados, que comparten una cierta racionalidad y una voluntad de integrarse a un proceso de creación colectiva; o bien, que sean integrados a un modo de ser colectivo a través de la cohersión y del consenso o conformismo. En todo caso, cuando decimos proceso “social”, decimos más concretamente proceso “económico”, “político”, “cultural”, que son las dimensiones en las que se manifiesta la acción colectica (social), y en las cuales se estructura la sociedad humana y los comportamientos individuales y colectivos.

Pero permítanme precisar que los seres humanos son más “sociales” que “libres”. Quiero decir que habitualmente, y en la gran mayoría de las situaciones y de los casos, las personas actúan condicionadas socialmente, fuertemente determinadas por la colectividad de la que forman parte, conformándose según las exigencias y los requerimientos de la economía, del orden político (institucional, jurídico, etc.) y del contexto cultural en los cuales nacen, crecen y se educan. La libertad individual se manifiesta siempre, pero habitualmente en los hechos pequeños, en las decisiones menores, mientras que en las grandes direcciones que implican procesos históricos, estructurales, civilizatorios, siguen normalmente las direcciones establecidas y actúan “socialmente” (como “hombres masa”). Les pongo un ejemplo preciso: como “consumidores” los modernos se comportan siguiendo criterios semejantes y comunes en cuanto a la racionalidad y a la lógica con la que actúan. Como individuos “libres” toman decisiones diferenciadas escogiendo las marcas y los productos particulares en los estantes del supermercado.

Por esto es tan difícil crear una nueva economía, una nueva civilización, una nueva “segunda naturaleza”, y un nuevo tipo de consumidor como integrante de ella.

En este punto se habrá ya comprendido que crear una nueva y superior civilización consiste, en última síntesis, en la creación de una nueva y superior “segunda naturaleza” en los seres humanos. Que ello sea posible (si bien sumamente difícil) está en la “naturaleza humana” esencial, en cuanto deriva de la racionalidad y libertad, y del hecho de que somos “sociales” y por tanto capaces de construir procesos y organizaciones económicas, políticas y culturales.

Pero para iniciar la creación de esta “segunda naturaleza” nueva y superior, basada también ésta sobre la “naturaleza humana” esencial, es necesario separarse de la “segunda naturaleza” dada, aquella vieja e inferior.

Esto es posible en cuanto en la “naturaleza humana” básica está la libertad, la posibilidad de decidir, y por ello siempre existe la posibilidad de la autonomía respecto de la “segunda naturaleza” dada. Una “nueva “segunda naturaleza” es posible en cuanto los hombres pueden decidir, escoger, crear, y al mismo tiempo en cuanto su libertad está limitada por condicionamientos, influencias, contextos, poderes, etc.

Para iniciar la creación de una “segunda naturaleza”, es por tanto necesario –ante todo- que algunos individuos alcancen la autonomía (mediante su propia racionalidad y libertad). Estos individuos, organizados en redes y potenciándose recíprocamente, podrán expandir el nuevo modo de ser y de comportarse, a través de acciones y procesos que tendremos que precisar más adelante. Pero el hecho que hay que asumir es, primero, que el inicio de la creación de una nueva civilización es hoy, tal como lo ha sido en el pasado, un proceso iniciado por pocos, porque son pocos los que aplican la libertad a las grandes direcciones del propio vivir, y no limitadamente a decidir sobre cuestiones secundarias en un marco socialmente establecido y predeterminado.

Para que los individuos puedan iniciar la creación, en sí mismos, de una nueva “segunda naturaleza”, es necesario que se conecten con la primera naturaleza, o sea, haciéndose libres, racionales y sociales. Solamente así pueden llegar a ser autónomos respecto a la “segunda naturaleza” anterior, aquella vieja. Si no nos conectamos con nuestra “naturaleza humana” esencial (escondida, oprimida bajo la “segunda naturaleza” dada), no podemos iniciar la creación de una nueva y superior “segunda naturaleza”. He aquí por qué el inicio de la creación de lo nuevo es un “conócete a tí mismo”, y llegar a pensar con la propia cabeza, en vez de participar de una concepción del mundo asumida pasivamente, que no puede sino ser vieja, esto es, creada en el proceso histórico anterior, sedimentada social y culturalmente, convertida en costumbre.

Ello implicará naturalmente la creación de nuevas estructuras, de nuevos condicionamientos, nuevas economía y política e instituciones. Muy importante por las razones que expusimos en el Post anterior, también y especialmente, un nuevo tipo de consumidor, que implique un modo nuevo, racional, esencial, de comprender y de vivir las necesidades humanas.

Pero sobre ello próximamente.

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Commenti
Inviato: 28/2/2009 21:50  Aggiornato: 28/2/2009 21:50
"..nel senso che anche da queste cerca costantemente l’utilità, vale a dire che siano utili a lui e facciano parte del soddisfacimento dei propri bisogni, aspirazioni e desideri. Di tutto questo però, le persone raramente si rendono conto, non ne sono consapevoli, ..."
E' purtroppo vero.
Io stesso appartenevo a questa categoria di persone.
Dico appartenevo perché mi ci è voluta una "vita in regalo" per capire la mia meschinità.
Ho tentato e tento,ad riparare questa mia passata mancanza con il volontariato e le donazioni di sangue.
Un saluto
Fort
Inviato: 1/3/2009 3:41  Aggiornato: 1/3/2009 3:41
¿Es cierto lo que dice Gramci? que "“Hasta ahora todas las mutaciones en el modo de ser y de vivir han ocurrido por cohersión brutal, o sea a través del dominio de un grupo social sobre todas las fuerzas productivas de la sociedad: la selección o “educación” del hombre adaptado a los nuevos tipos de civilización, o sea a las nuevas formas de producción y de trabajo, ha sucedido con el empleo de brutalidades inauditas, arrojando al infierno de las clases bajas a los débiles y a los refractarios o eliminándolos del todo.”
Y si es cierto: ¿Por qué este nuevo cambio de civilización habría de ser diferente? ¿Cómo es posible un cambio de civilización a través de la progresiva influencia de personas "civilizadas"? ¿Cómo las formas pacíficas y justas de acción podrían llegar a tener la fuerza de la coherción brutal?

Pablo Razeto Barry
Inviato: 1/3/2009 7:52  Aggiornato: 1/3/2009 7:52
Autore: fulmini

@ Pablo

(Buenos días)

Chiedi a te stesso ed a noi che ti leggiamo: "¿Por qué este nuevo cambio de civilización habría de ser diferente?"

Brevemente (non è una risposta, è un inizio di dialogo): perché non esiste una "natura umana" - qualcosa di sempre uguale a se stesso, e perché "la realtà del mondo è una creazione dello spirito umano" (Quaderni, pagine 1485-6). Lo "spirito umano" esiste, grazie a Dio o chi per lui.
Inviato: 1/3/2009 12:16  Aggiornato: 1/3/2009 12:25
A Fort: GRAZIE! per la tua preziosa testimonianza, che prova che il cambiamento nei modi di essere e di comportarsi è possibile, e mostra come questo richiede connettersi con la "natura umana" essenziale (il "conosci te stesso"), prerequisito per togliersi (come di un vestito vecchio) la "seconda natura" che ci porta ad agire in modi che possiamo qualificare come poco umani.
Luis Razeto
Inviato: 1/3/2009 12:43  Aggiornato: 1/3/2009 12:43
Pablo, como siempre, formulas las grandes preguntas, las más importantes. A ellas yo doy respuestas diferentes a las que te propone Fulmini. En particular, no concuerdo con su afirmación de que "la "naturaleza humana" no existe". Yo hablo de una "naturaleza huimana" esencial, abierta a diferentes posibilidades de evolución y transformación. Pero esto lo profundizaré en próximos Posts.
En cuanto a tu pregunta, no creo que sea rigurosamente cierto lo que afirma Gramsci, de que “Hasta ahora todas las mutaciones en el modo de ser y de vivir han ocurrido por cohersión brutal, o sea a través del dominio de un grupo social sobre todas las fuerzas productivas de la sociedad: la selección o “educación” del hombre adaptado a los nuevos tipos de civilización, o sea a las nuevas formas de producción y de trabajo, ha sucedido con el empleo de brutalidades inauditas, arrojando al infierno de las clases bajas a los débiles y a los refractarios o eliminándolos del todo.” En esa afirmación, Gramsci se muestra todavía ligado al concepto marxista de la lucha de clases como motor de la historia. La historia muestra, en cambio, que grandes procesos civilizatorios son el resultado de dinámicas complejas, que tienen múltiples causas, entre las cuales un elemento que parece siempre presente son procesos intelectuales y culturales creativos. Te menciono algunos: la Paideia griega, el cristianismo, la concepción Aymara, el Renacimiento y la Reforma, la Ilustración. Por cierto, como muy bien tu sabes (lo leí en tu artículo reciente: "La Paradoja de la probabibilidad de lo improbable y el pensamiento evolutivo de Niklas Luhmann") hay que distinguir entre la generación de la variante o cambio, y su propagación social. En esta última se han manifestado hasta ahora más elementos de cohersión social. Pero no necesariamente ha de ser así, y es lo que estoy desarrollando y profundizaré en los próximos textos.

Luis
Inviato: 1/3/2009 13:01  Aggiornato: 1/3/2009 13:01
Autore: fulmini

@ Luis

Quando scrivo che secondo me la "natura umana" non esiste intendo, con Gramsci, che "la innovazione fondamentale introdotta dalla filosofia della praxis nella scienza della politica e della storia è la dimostrazione che non esiste una astratta ‘natura umana’ fissa e immutabile". E' l'astrattezza fissa e immutabile della "natura umana" che secondo me non esiste.

Questo non vuol dire che io condivida tutto ciò che Gramsci scrive, tanto è vero che la critica che nel tuo ultimo commento gli rivolgi mi pare ben radicata e ben fiorita.
Inviato: 1/3/2009 13:28  Aggiornato: 1/3/2009 13:45
A Fulmini:
Si, sono d'accordo. Con parole diverse stiamo dicendo la stessa cosa. Il problema, sia nella tua che nella mia formulazione, è che una questione così profonda, forse la più importante e complessa della filosofia, non la possiamo esprimere bene in così poche parole. Poi, giustamente hai introdotto la tua affermazione dicendo che "non è una risposta, ma un inizio del dialogo".
Luis
Inviato: 1/3/2009 22:01  Aggiornato: 1/3/2009 22:01
A Luis y a Fulmini:

Quiero relacionar un párrafo del último libro que Luis y Pasquale acaban de publicar juntos: “El Proyecto de Jesús”, y un asunto que me interesa particularmente, y que trato en el artículo mencionado por Luis: la diferencia entre el origen de una variación social (una novedad social, una idea, un movimiento) y su propagación (el proceso que lleva a la variación a volverse ubicua en la sociedad).
Cito primero un párrafo de “El Proyecto de Jesús”:

“Jesús comienza un gran viaje por el mundo y a través del tiempo, en el curso del cual conoce las más variadas experiencias e iniciativas de grupos que buscaban vivir una vida distinta y que se proponen como ejemplos de sociedad justa y libre. Encuentra la comunidad de los esenios, la academia platónica, la escuela pitagórica, las comunidades anárquicas, los falansterios de Fourier, los hijos de las flores, la sociedad de los justos, las milicias guerrilleras, la cooperativa de Rochadle, las misiones indígenas de los jesuitas, las asociaciones de socorros mutuos, las corporaciones de artesanos, las redes informáticas, los pobrecillos de San Francisco, las comunidades ecológicas, las brigadas rojas, los cuáqueros, las asociaciones de consumidores conscientes, los niños de Dios, los partidos revolucionarios, las vanguardias artísticas, las logias masónicas, los monasterios benedictinos, los comités de barrio, las contrafraternidades, los círculos de iniciados, las ciudades del Sol, los herederos de la antigua sabiduría, el club de los mejores, los grupos teosóficos, la sociedad de los argonautas, y quien conozca otras las agregue.” (p. 29) Pero a Jesús todos les parecen “insuficientes y reductivos…”.

Jesús fue uno de los que lograron forjar una nueva civilización, sin embargo, no podríamos decir que las iniciativas recién mencionadas hayan sido “fracasos”, pues de hecho muchas de ellas han permanecido en el tiempo hasta hoy en día. Entonces: ¿Cuál es la diferencia entre estos “movimientos socialmente permanentes” y una “civilización” propiamente tal? O dicho en mis términos: ¿Qué hace que estas variaciones sociales no logren propagarse si no hasta un punto limitado y acotado a un pequeño porcentaje de la población, en vez de convertirse en una variación fijada en los grupos mayoritarios de personas? Jesús, en su libro, da algunas respuestas, sin embargo, Jesús no hace la distinción que plantea aquí Luis entre la “naturaleza esencial” y la “segunda naturaleza”.

Esta “segunda naturaleza”, a la vez de ser abierta y dinámica, puede por lo mismo ser “diversa”, es decir la segunda naturaleza puede corresponder, en un momento dado de la historia, a aquello que tienen en común todos aquellos que comparten determinadas formas de vida, o concepciones del mundo. Y que conforme a ser “tendencias naturales y estables” en ellos, es decir, a ser propensiones profundamente enraizadas en sus vidas, correspondan propiamente a una “naturaleza” propiamente tal, y no sólo a una “moda” o “costumbre” transitoria. Es decir, propongo que los “movimientos sociales permanente” han logrado constituirse como tales por su capacidad de captar y integrar a fondo alguna de las potencialidades de la “segunda naturaleza” humana (la cual puede, por su modo particular, ser diversa).

Las respuestas de Jesús y el post de Luis parecieran indicar que una nueva civilización genera un cambio sólo de la “segunda naturaleza”, aún cuando deben “contactarse” y “basarse” también en la “naturaleza esencial”. Yo pregunto: ¿Es inmutable la naturaleza esencial? ¿Será que un cambio de civilización genera también (o tal vez, consiste en) un cambio en la naturaleza esencial de los hombres? ¿O es demasiada pretensión para un cambio que permanece por sólo unos 100-1000 años en los seres humanos?

Pablo Razeto Barry
Inviato: 2/3/2009 1:59  Aggiornato: 2/3/2009 1:59
A Pablo:

Planteas, nuevamente, las cuestiones y preguntas fundamentales, y lo haces con la rigurosidad necesaria. A modo de respuesta avanzaré algunos comentarios, sin pretender por cierto agotar las cuestiones, sino solamente continuar este intercambio de ideas, que se está haciendo cada vez más preciso y profundo.

Por ahora me referiré sólo a la primera parte de tu comentario, dejando para luego continuar con el otro gran tema que formulas.

¿Por qué afirmamos Misuraca y yo en "El Proyecto de Jesús", que las que mencionamos en esa larga lista de experiencias e iniciativas de grupos que han buscado vivir una vida distinta y que se proponen como ejemplos de sociedad justa y libre, "son insuficientes y reductivos"? Tienes razón al afirnar que no puede decirse que esos grupos han fracasado completamente, y al reducir su éxito relativo al hecho de configurar "movimientos socialmente permanentes" pero que no logran propagarse si no hasta un punto limitado y acotado a un pequeño porcentaje de la población". Y en base a esto, formulas la cuestión de fondo: "¿Qué hace que estas variaciones sociales no logren propagarse si no hasta un punto limitado y acotado a un pequeño porcentaje de la población, en vez de convertirse en una variación fijada en los grupos mayoritarios de personas?"
La respuesta está implícita en anteriores Posts de esta serie: son insuficientes y reductivos pues se quedan (en el plano nivel intelectual y moral) en los niveles que identifiqué como de "escisión" (separación o ruptura) y/o de "antagonismo" (crítica y oposición) respecto a las formas socialmente predominantes, sin alcanzar el necesario nivel de la "autonomía" (que supone elevarse por sobre los más avanzados niveles de elaboración intelectual y moral de la sociedad, la cultura y conocimiento vigentesm recuperando e integrando todos sus aciertos y adelantos. Si analizas detalladamente los movimientos y grupos mencionados, podrás comprobar que, o son grupos que se separan (y tienden a aislarse en posiciones testimoniales) o se mantienen en el antagonismo, la crítica y la oposición a las estructuras vigentes.

Luis Razeto
Inviato: 2/3/2009 3:26  Aggiornato: 2/3/2009 3:26
Pablo:
Continuando con el comentario anterior, me referiré ahora a la siguiente observación que haces al concepto de "segunda naturaleza" humana, que formulo en el Post. Comentas que: "Esta “segunda naturaleza”, a la vez de ser abierta y dinámica, puede por lo mismo ser “diversa”, es decir la segunda naturaleza puede corresponder, en un momento dado de la historia, a aquello que tienen en común todos aquellos que comparten determinadas formas de vida, o concepciones del mundo. Y que conforme a ser “tendencias naturales y estables” en ellos, es decir, a ser propensiones profundamente enraizadas en sus vidas, correspondan a una “naturaleza” propiamente tal, y no sólo a una “moda” o “costumbre” transitoria. Es decir, propongo que los “movimientos sociales permanentes” han logrado constituirse como tales por su capacidad de captar y integrar a fondo alguna de las potencialidades de la “segunda naturaleza” humana (la cual puede, por su modo particular, ser diversa)".

En mi conceptualización, diría que una "segunda naturaleza" no sólo debe ser más que una "moda" o "costumbre" transitoria, sino también más que un modo de ser humano que adquiere ciertos rasgos de comportamiento, formas de vida y concepciones del mundo se enraizan establemente en un movimiento social o en un determinado grupo de individuos. El concepto de "segunda naturaleza" expresa un cambio, un modo de ser que va más allá de eso. Se refiere a un modo de ser humano que se distingue estructuralmente de otros, por expresar una determinada racionalidad integral, capaz de animar una formación social muy amplia y por un período de tiempo epocal (que identificamos con el concepto de civilización). Cuando digo racionalidad "integral", aludo a que se manifiesta simultáneamente en los ámbitos económico, político (institucional, jurídico) y cultural, y que abarca una formación social completa (un determinado orden social que proporciona a dicha sociedad soberanía respecto de otras formaciones sociales anteriores o contemporáneas). Sólo tales exigentes condiciones permiten, en mi opinión, otorgarle a una determinada forma de vida y de comportamiento, el carácter extremadamente fuerte que se quiere representar con la idea de una "naturaleza" humana. Aunque sea "segunda", ella adquiere las connotaciones de enraizamiento, profundidad y extensión que permiten atribuirle el término "naturaleza" humana. (Como biólogo, imagino que encontrarás ejemplos de mutaciones o cambios evolutivos que sean análogos a estos diferentes niveles de amplitud y extensión).

Respecto a la última cuestión que planteas, en cuanto al carácter de la "naturaleza humana" y sus potencialidades de transformación y evolución, es una tema que dejo para más adelante, pues requiere análisis y razonamientos mucho más amplios que los que permite un comentario.

Luis Razeto
Inviato: 2/3/2009 8:13  Aggiornato: 2/3/2009 8:15
Autore: fulmini

@ Pablo e Luis

Sono commosso dallo sviluppo chiaro e profondo dei dialoghi ("dialoghi" chiamiamoli - "commenti" è parola distante, antipatica), anche in questo post.

Vorrei pregare entrambi di pubblicare dialoghi bilingue - in spagnolo e in italiano - per non privare Gennariello del piacere intellettuale di sentire-comprendere-capire fino in fondo.

(E nello stesso tempo di diffondere notizia del sito-rivista bilingue e quadrilingue - vedi potente meccanismo di traduzione automatica in inglese, francese, spagnolo, tedesco, messo a disposizione nostra da Enrico - presso i lettori-scrittori di queste quattro meravigliose lingue.)
Inviato: 2/3/2009 20:26  Aggiornato: 2/3/2009 20:26
no esti sa segunda natura .
esti s`educassioni.
unu lioni non papara erba, ca` d`anti imparau a papai pessa.
un`erbei non papara pessa, ca` d` anti imparara a papai erba.
s`omini papara erba e pessa, ma chi d`imparasa a non papai pessa , ara a papai solu erba. chi d`imparasa a non papai erba, ara a papai solu pessa.
esti s`esperiensia, difatti ir movimentus vostrusu partinti dae sa parte de chini portar esperiensia de atrus modellus faddiusu o chi funti barcollendu, i po gustu `ndi funti gicchendu unu prur mellusu.
esti sa comunidadi, no es facile torrai a impari individuos chi pro annos meda, ``sos politicos`` paris cun sos mercadores, paris finas a certos cresiasticos, omperendu sos tramites de massa, anti ciccau de staggiai, de diidiri, de alienai, pro dur mellus controllai.
finas a su paradosso che sos omines a sutta de regiminisi economicos predominantes, preferinti su chi di si narara a preferiri.
son mirabiles sos progettos vostros, i apa a du su sighire in divenire...
basus a totus,
bok.