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fotoGrafie : Trasfusione
di fulmini , Tue 24 February 2009 7:00
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colombo schiacciato sul selciato

Roma, via Labicana, 14 febbraio 2009

Il titolo della foto è farina del sacco di un amico di nome S. il quale, avendola vista in anteprima, m'ha scritto un'email che iniziava così: "Pasquale, è un'altra fotografia superba, lo dico davvero. Piena di plausibili modi di lettura, dal volo morente che cerca la pace orizzontale della linea fino all'idea, forse ancora più suggestiva, che la morte sparga i colori del piumaggio sull'asfalto come se quelli fossero il vero sangue. Che ne dici, come titolo, di 'Trasfusione'?"

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Commenti
Inviato: 24/2/2009 15:27  Aggiornato: 24/2/2009 15:27
Non sono certo, non lo sono mai stato, che il titolo che ho suggerito a Fulmini in un fiotto di entusiasmo sia così buono, sono certo invece che non è buono come la foto: ha quantomeno il torto di ridurne le possibilità, mentre anche solo la data in cui è stata scattata, il giorno di San Valentino, aggiunge nuovo significato al fiore di sangue dell’immagine. Uno dei motivi per cui le foto di Fulmini mi sembrano più di una volta così eccezionali, le foto di un grande artista, è che sono fotografie letterali, “una maggiorazione immobile dell’inafferrabile”, come le definì Barthes, e proprio per questo profondamente artistiche. Mi è parso interessante il dibattito suscitato nei commenti a un post di Bovary da una risposta di Lorenzo Levrini, che è giovanissimo e sta maturando un suo stile molto interessante. Proprio nel momento in cui il ritocco in postproduzione ricongiunge la fotografia alla pittura da cui quasi due secoli fa si è distaccata, la fotografia letterale diventa, ritorna a essere, la specificità della fotografia rispetto alla pittura: quella di essere l’immediata riproduzione letterale di un momento che sia un accumulo della realtà, un coagulo del tempo che la pittura, riproduzione ed elaborazione di quel momento da una lontananza e da una lentezza, può riprodurre solo in maniera mediata. Per essere arte, la fotografia oggi deve scoprire in che modo, attraverso il ritocco in fotocomposizione, fare cose che la pittura non può fare, eccedere la pittura, oppure attestarsi prima di essa, e facendo di nuovo cose che la pittura non può fare, precedere la pittura. Questo brano da cui ho tratto la definizione di “fotografia letterale” proviene da 'Fotografie-choc', in "Miti d’oggi" di Roland Barthes.
Simone Barillari

“La maggior parte delle fotografie-choc che ci sono state mostrate sono false in quanto appunto hanno scelto uno stato inermedio tra il fatto letterale e il fatto maggiorato: troppo intenzionali per essere fotografia e troppo esatte per essere pittura, perdono necessariamente, a un tempo, lo scndalo della lettera e la verità dell’arte: si è voluto farne segni puri, senza risolversi a dare almeno a questi segni l’ambiguità, il ritardo di uno spessore. […] Privata del suo canto e della sua spiegazione, la naturalezza di queste immagini obbliga lo spettatore a un’interrogazione violenta, lo impegna sulla via di un giudizio che egli stesso elabora senza essere intralciato dalla presenza demiurgica del fotografo. In questo caso dunque si tratta proprio di quella catarsi critica richiesta da Brecht, e non più, come nella pittura di soggetto, di una purga emotiva. La fotografia letterale introduce allo scandalo dell’orrore, non all’orrore in sé”.
Inviato: 24/2/2009 18:23  Aggiornato: 24/2/2009 18:23
Autore: fulmini

@ Simone Barillari

Grazie della descrizione critica supplementare. Ricambio con una descrizione artigiana: ricostruisco cosa ho fatto facendo questa foto.

Esco da casa per andare a trovare un amico, faccio pochi passi e vedo da lontano, sul manto stradale, lungo la linea bianca laterale, un panno appallottolato? un pupazzetto caduto da una bicicletta o da una macchina? un colombo giovane? Avanzo con l’impressione di lievi movimenti dei suoi contorni, ma è il vento, ed è un colombo, non c’è più niente da fare – lo fisso e sta fermo di profilo.

Ora di fianco a lui, sporgendomi dal granito, l’ammiro intero e quieto, immobile eppure in qualche modo irreale in movimento, non capisco se lo vedo dall’alto di sopra o dal lato in alto, e divento sordo, e sono investito da più immagini e fitte e odori – niente rumori niente segni della città fuori campo, tutto accade tra il suo riquadro e la mia mente.

Prendo la digitale, l’accendo, inquadro, scatto. Poi un’altra, analoga, diffidente delle macchine come sono, tanto scelgo sempre la prima. Non lo guardo più, vado via, sento un autobus, torna la città intorno, vado via.