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eyes wide open : Masolino e Masaccio
di fabiobenincasa , Tue 20 January 2009 8:30
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Qualche tempo fa su questo sito-rivista, quel provocatore di Fulmini ha postato un articolo sul cinema, affermando che Gomorra sarebbe un film «conservatore», rispetto a tanti film «innovatori», e che la maggior parte dei film prodotti negli ultimi venticinque anni (o anche trenta) sono egualmente conservatori, dal punto di vista del linguaggio. La lista fornita come esempio di cinema conservatore era: ‘Million Dollar Baby’ (2004), ‘Un cuore in inverno’ (1992), ‘La ragazza del lago’ (2006), ‘Lanterne rosse’ (1991), ‘L’enigma di Kaspar Hauser’ (1974), ‘Parla con lei’ (2002), ‘Il padrino’ (1972), ‘Salaam Bombay’ (1988), ‘Terra e libertà’ (1995), ‘Schiava d’amore’ (1975), ‘Ferro 3’ (2004), ‘Central do Brasil’ (1997), ‘Il petroliere’ (2007), ‘Ho affittato un killer’ (1990), ‘Pulp Fiction’ (1994), ‘Toto le héros’ (1991), ‘Le onde del destino’ (1996), ‘Un film parlato’ (2003), ‘La recita’ (1975), ‘Lezioni di piano’ (1993), ‘Alessandria, perché?’ (1979), ‘Il dolce domani’ (1997), ’21 grammi’ (2003), ‘Lezioni di felicità’ (2007).

La lista, invero molto più scarna, di esempi di cinema «innovativo» era: ‘Arca russa’, ‘2001 odissea nello spazio’, ‘Il sapore della ciliegia’, ‘Nashville’, ‘VideoDiario di un Re prigioniero’. Di Gomorra si potrà parlare in seguito, ma sulla categoria «conservatore» «innovatore» c’è qualcosa da dire. Parlare di «innovazione» linguistica presuppone di poter indicare una direzione verso la quale il cinema DOVREBBE tendere, cioè un fine ultimo per l’arte. Fine ultimo, si badi, che poi non deve essere mai raggiunto, perché ogni generazione dovrebbe innovare radicalmente rispetto alla precedente per non trovarsi nelle condizioni di produrre «conservazione». «Innovazione» viene allora a coincidere con rottura degli schemi come succede, poniamo fra Rossellini e Godard.

Innanzitutto non è mai stato possibile indicare questo fine ultimo verso il quale tenderebbe la storia delle arti (o del cinema). Ci sono stati dei tentativi, come sappiamo tutti, ma il risultato è stato quello di riconoscere un periodo «classico» definito poi come la misura aurea sulla quale paragonare in positivo e in negativo le altre manifestazioni artistiche. Guardando le due liste fornite da Fulmini si capisce che il periodo classico che lo interessa è quello della Nouvelle Vague e che i film giudicati «innovatori» sono quelli che in qualche modo si rifanno a un ben determinato periodo di storia delle forme. Quella che sarebbe innovazione, in realtà diventa un’altra convenzione sulla quale vengono misurati gli ultimi trentacinque anni di storia del cinema per desumerne che il cinema va nella direzione «sbagliata».

L’esempio di Masolino e Masaccio, entrambi grandi, ma uno ripetitore di forme acquisite e l’altro innovatore sul piano linguistico è fuorviante. È vero che Masaccio rompe con la tradizione, mentre Masolino cerca di rinnovarla dall’interno. Ma è anche vero che possiamo riconoscere l’innovazione di Masaccio come «vincente» perché ha figliato a posteriori, non è affatto detto che la storia dell’arte dovesse ineluttabilmente evolvere in quel senso, ma soprattutto l’esempio di Masaccio mostra che per digerire una rottura così radicale, ci sono voluti trent’anni di rielaborazione artistica molto serrata. Dopo Masaccio non arriva subito il rilancio radicale di Piero della Francesca, ma Beato Angelico, Filippo Lippi, Domenico Veneziano. Questi pittori hanno contribuito a «digerire» e rendere comune il linguaggio di Masaccio. Digerito, comune cioè convenzionale e cioè ancora una volta «conservatore» almeno secondo i parametri di Fulmini.

Allo stesso modo le rotture linguistiche di Godard o Kubrick, oggi sono diventate patrimonio comune di tutti i cineasti. Questo però non vuol dire che essi siano conservatori, semplicemente, al momento della rottura è subentrato il doveroso momento della rielaborazione della rottura stessa. Gomorra non fa del neorealismo fuori tempo limite. Casomai rilegge «anche» l’eredità del neorealismo (ma ci si trovano dentro anche Kubrick, Lynch e persino Lucas). Questo vuol dire che l’innovazione non può coincidere solo con la rottura dei linguaggi precedenti, ma deve comprendere l’analisi dei linguaggi. Una «sgrammaticatura», un montaggio volutamente disturbato come in Fellini e Godard, non costituisce di per sé un’evoluzione innovativa: potrebbe essere anche il segno dell’ignoranza del regista.

Convenzione e innovazione ormai coesistono nello stesso film e dipende solo dal giudizio dell’osservatore sottolineare le continuità con la tradizione o le rotture linguistiche. Solo che, scegliendo un solo parametro, si rischia di perdere l’insieme e di considerare vero cinema solo lo sperimentalismo più estremo o solo il genere più corrivo.

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Commenti
Inviato: 20/1/2009 9:29  Aggiornato: 20/1/2009 10:33
Autore: fulmini

@ Fabio

Leggo il tuo post con molto interesse, e ci trovo dentro molte osservazioni intelligenti. Fino alla fine, quando scrivi che "convenzione e innovazione ormai coesistono nello stesso film". Sono d'accordo al punto tale che questa tua affermazione ha, secondo me, addirittura valore retroattivo: sempre è stato così.

Quello che non capisco è perché non affronti la questione generale che pongo con quel post, e cioè che in questi ultimi decenni il cinema, da arte produttrice di novità linguistiche, è passata ad arte produttrice di novità tecnologiche. Lo dico brutalmente: era un'arte d'avanguardia ed è diventata un'arte di retroguardia. (Questo che sta succedendo al 'cinema da films' - il mio ragionamento non riguarda tutta l'arte audiovisiva - è successo in altre epoche ad altre forme d'arte: la tragedia greca, il melodramma italiano, il romanzo cavalleresco e chi più ne ha più ne metta.)

Quanto poi all'argomento principale del tuo post, e cioè che l'arte non deve tendere a nessun fine ultimo, anche qui sono d'accordo. Ma l'arte non è fine a se stessa, non è in funzione dell'arte bensì della vita, della vita sociale, politica, culturale. Da questo punto di vista preferisco Caravaggio a Guido Reni, Bob Wilson a Eduardo de Filippo, Masaccio a Masolino, Altman a Kaurismaki eccetera.
Inviato: 20/1/2009 11:05  Aggiornato: 20/1/2009 11:05
Autore: fulmini

@ Fabio

Domanda: Perché noi siamo disposti ad ammettere che la tragedia greca ha avuto una fase di innovazione - Eschilo e Sofocle ed Euripide - e poi è entrata in una fase di conservazione, e siamo indisposti ad un ragionamento analogo per il 'cinema da film'?
Inviato: 20/1/2009 11:39  Aggiornato: 20/1/2009 11:39
Autore: guidoaragona

Questo discorso mi interessa indirettamente (considerate che non sono - se non come la gran parte delle persone - un cinefilo).
Dirò alcune cose alla spicciolata.

Un conto è se l'innovazione linguistica è collegata e strettamente necessaria con tutto il resto. Un altro conto è se l'innovazione è un gioco fine a se stesso (in un ambito culturale che vede l'innovazione come un valore in sè).
C'è stato un periodo in cui si è fatto troppo questo gioco. Un po' come se uno, per apparire un genio, dato che si dice che i genii sono distratti, fa il distratto apposta.

Ora, tornando al tema principale, oserei azzardare una ipotesi: che il "cinema da film" sia in qualche modo uno strumento espressivo limitante e tendente ad un linguaggio "conservativo".
- Il film dura troppo poco: consente di trattare bene un racconto, non un romanzo.
- Il film costa troppo: pertanto deve andare a pescare più pubblico possibile per avere mezzi sufficienti per "dare spettacolo"
- incluso nel punto precedente: il film è costretto a "dare spettacolo": esso tende pertanto fatalmente a puntare su emozioni superficiali.

Quindi: il cinema "da film", sono d'accordo con Fulmini, non è il mezzo più adatto per l'espressione artistica in senso più ampio e nobile.
Inviato: 20/1/2009 13:18  Aggiornato: 20/1/2009 13:18
Autore: fulmini

@ Guido Aragona

Sono d'accordo con la prima parte del tuo commento - anch'io sono contro le innovazioni a tutti i costi, le innovazioni per l'innovazione, le innovazioni 'adesso ti faccio vedere' quanto sono inventivo'.

Discordo invece per la seconda parte del commento, nonostante lo stesso punto di vista lo abbia espresso un notevolissimo sceneggiatore, Ennio Flaiano. Non credo che il 'cinema da film' sia in sè conservatore per ragioni tecniche, pratiche e simili. Se fosse così anche l'architettura non si salverebbe da una simile critica. No, penso invece che ogni forma d'arte (e di scienza, e di teologia eccetera) sia segnata da fasi di sviluppo e d'inviluppo, le quali fasi hanno ragioni di rapporto con il resto della società.

Il 'cinema da film' è stato innovativo quando certe forma di socialità e di politica di massa sono state innovative, diciamo pure per semplificare quando erano innovativi i sindacati ed i partiti di massa - o almeno erano vivi. Adesso sono morti e non lo sanno.
Inviato: 20/1/2009 13:57  Aggiornato: 20/1/2009 13:57
Autore: guidoaragona

@Fulmini
Si, certo ci sono parabole, fasi che si aprono e si chiudono.
Però ciò non toglie che ci sono mezzi tendenzialmente conservativi (e sono d'accordo, anche l'architettura è uno di questi.
Ritengo, comunque, che non vi sia uno stretto nesso fra valore artistico e innovazione. L'innovazione è un dato in qualche modo esterno nei confronti della produzione artistica.
Inviato: 20/1/2009 15:34  Aggiornato: 20/1/2009 15:34
Autore: fulmini

@ Guido Aragona

Certo certissimo: si può essere grandi artisti... conservatori. O piccoli artisti... innovatori.