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Gramsci : Sulla prevedibilità dei terremoti
di fulmini , Wed 8 April 2009 7:00
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Ri-pubblico oggi sul sito-rivista un articolo pubblicato ieri sulle pagine della rivista di carta ‘l’Astrolabio’, che parte da Marx maestro e mostra come Gramsci discepolo suo l'abbia superato. La questione non è accademica, è vitale: questa grande crisi economica-finanziaria-politica che stiamo vivendo non dipende (soltanto) dalla voracità di una minor parte di lorsignori, bensì (soprattutto) dal fatto che la maggior parte di noi agisce guidata da teorie economiche, finanziarie, politiche inferiori, incongrue, disorganiche alle pratiche economiche, finanziarie, politiche date. Questo terremoto economico e sociale esploso oggi è nato ieri sul terreno intellettuale e morale.

Perché Aristotele è stato il miglior allievo di Platone? Perché ha voluto e saputo superare il maestro. Platone l’aveva intuito, e lo chiamava ‘l’intelligenza’.

Perché gli intellettuali marxisti, invece di partire da Marx, di lavorare con Marx nella prospettiva di un suo superamento, hanno cercato di restare in ogni modo serrati entro il suo orizzonte, fino a ridurre le idee - che questi proponeva come “forme di sviluppo” della conoscenza scientifica - a sue “catene”? Eppure, per dirla con le parole di uno dei suoi migliori allievi, “ognuno di noi sa che, nella scienza, il proprio lavoro dopo dieci, venti, cinquanta anni è invecchiato. È questo il destino, o meglio, è questo il significato del lavoro scientifico, il quale, rispetto a tutti gli altri elementi della cultura di cui si può dire la stessa cosa, è ad esso assoggettato e affidato in senso assolutamente specifico: ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed essere ‘superato’.” (Max Weber) Probabilmente, per sottovalutazione dei diritti della scienza. Marx l’aveva intuito, e diceva di non essere marxista.

Tra gli intellettuali di parte comunista che invece hanno preso sul serio non soltanto il Marx politico, ma anche il Marx scienziato, spiccano certamente Lenin e Gramsci. Lenin ha certamente sviluppato e superato Marx, di fronte al quale scompare come teorico e scienziato, sul terreno della azione politica e ideologica. Il risultato è stato, con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e la conseguente egemonia del comunismo sovietico sull’intellighentsia comunista, un primato della politica e dell’ideologia all’interno della cultura marxista, che a me pare determinante della attuale sua crisi.

È toccato a Gramsci assumere e superare la lezione di Lenin, la sua “rivoluzione contro ‘Il Capitale’ ” nella attività giovanile, e la stessa lezione di Marx sul terreno teorico e scientifico nei ‘Quaderni del carcere’. Opera questa che offre le basi per una rifondazione dell’intera cultura marxista, e che ha posto il marxismo italiano in una condizione di progressiva egemonia a livello internazionale. Questa condizione di superiorità intellettuale del marxismo italiano che parte da Gramsci, che lavora con Gramsci, che vuole e sa superare Marx e il marxismo per superare la sua attuale crisi di conoscenza e di direzione delle trasformazioni della ‘struttura del mondo’, questo primato è tuttavia frenato nel suo sviluppo dalla parziale comprensione della rivoluzione intellettuale gramsciana, di cui si rendono ancora oggi responsabili i marxisti italiani medesimi, probabilmente per sottovalutazione dei diritti della scienza.

Vorrei dare qui una triplice prova di questa sottovalutazione. Ho davanti a me gli interventi dei marxisti italiani di parte comunista in occasione dei festeggiamenti per il centenario della morte di Marx. Ne scelgo tre in qualche modo rappresentativi, per varietà di ambiti disciplinari e tendenze culturali – pubblicati in ‘Rinascita’ del 4 marzo 1983.

Il filosofo Cesare Luporini sostiene finalmente necessaria la radicale distinzione tra Marx e il marxismo, e perciò “l’impresa di rifarsi direttamente a Marx fuori dagli schemi del marxismo”. Pensa ad un lavoro filologico e storico-critico capace di rileggerlo “in modo vergine, ma ricostruendo l’epoca, i linguaggi, la realtà contemporanea a Marx”. Il fatto è che ogni filologia contiene una filosofia, e ogni ricostruzione è una nuova costruzione. La ricostruzione filologica e storico-critica della struttura effettuale, della consistenza teorica e dell’efficienza storica del lavoro scientifico di Marx, per non risolversi in una sua riduzione (adattamento accademico o politico), deve essere guidata da un sistema di riferimento teorico superiore, storicamente e teoricamente superiore. Il curioso di Luporini è che, mentre non fa cenno alcuno a Gramsci, propone un programma di lavoro intorno a Marx che è esattamente il programma di lavoro dei ‘Quaderni’: “Quistioni di metodo. Occorre fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso. [Quaderno 16]” Perché?

Il politologo Leonardo Paggi sostiene da parte sua che si è storicamente esaurita la “connessione del marxismo con la politica del movimento operaio europeo”, e ancora che il primato stesso della politica risulta anacronistico nel contesto della crisi dello Stato sociale contemporaneo. Il futuro del marxismo starebbe conseguentemente in uno spostamento radicale dell’attenzione verso l’emergenza di una “soggettività individuale che privatizzandosi decide da sola di ciò in cui credere”, che sarebbe stata profetizzata “alla fine degli anni Trenta” da Carl Schmitt. Ora, l’apertura del marxismo contemporaneo ai contributi della sociologia e della politologia è necessaria e positiva, ma a condizione che avvenga in modo critico, non già pragmatico e meramente empirico. Occorre perciò superare la teoria e pratica leniniana e togliattiana della politica come “vertice delle attività umane”(Relazione di Togliatti al primo convegno di studi gramsciani, del gennaio 1958). Un superamento che però non può prescindere dalla critica della sociologia e politologia moderne che Gramsci elabora agli inizi degli anni Trenta, e che lo porta ad una ridefinizione teorica dei rapporti tra politica e soggettività individuale, ad un ridimensionamento della funzione della politica nel “passaggio dalla struttura alle superstrutture”. “Si tratterà di stabilire la posizione dialettica dell’attività politica (e della scienza corrispondente) come determinato grado superstrutturale: si potrà dire, come primo accenno e approssimazione, che l’attività politica è appunto il primo momento o grado, il momento in cui la superstruttura è ancora nella fase immediata di mera affermazione volontaria, indistinta ed elementare.” [Quaderno 13]” Eppure Paggi dimentica Gramsci e consiglia entusiasticamente Schmitt. Perché?

Lo storico Renato Zangheri infine ripropone il concetto marxiano dello Stato come “strumento della classe dominante”. Un concetto, dice, sostenzialmente adeguato per la comprensione della natura e delle funzioni dello Stato contemporaneo, arricchito prima dallo stesso Marx nei suoi lavori storiografici, e poi da Gramsci, il quale lo assume in pieno e lo consolida con acute specificazioni nei ‘Quaderni’, per esempio “in un penetrante appunto sotto la rubrica ‘cesarismo’ ”. Il fatto è che, nella pratica, il Partito Comunista Italiano (del quale Zangheri è diventato da poco responsabile per i problemi dello Stato e degli enti locali), ma anche sul piano della teoria (si veda l’ultimo libro di Pietro Ingrao, ‘Tradizione e progetto’, recensito recentemente su queste pagine – e Ingrao è presidente del Centro studi per la riforma dello Stato istituito da qualche anno per iniziativa del PCI stesso), non si riconosce più nel concetto unilaterale che aveva dello Stato, bensì in questo: “Stato è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati”. Il lettore si chiederà da dove salta fuori questo concetto, storicamente e teoricamente superiore al concetto marxiano tradizionale. Ma dal Quaderno 15, paragrafo ‘Sociologia e scienza politica’! Zangheri di questa contraddizione non tiene conto. Perché?

30 marzo 1983 (oggi è l'8 aprile 2009: è passato il tempo di una generazione)

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Commenti
Inviato: 8/4/2009 16:24  Aggiornato: 8/4/2009 16:24
Autore: fulmini

prova di commento di prova (il sito-rivista fa le bizze...)
Inviato: 8/4/2009 17:44  Aggiornato: 8/4/2009 17:47
Autore: guidoaragona

Nello specifico si potrebbero dare risposte al perchè, magari anche semiseri, tipo "dei quaderni han letto solo la copertina", oppure "a causa di Togliatti".
Credo che però esista una questione specifica legata alla produzione teorica di Gramsci.
In effetti, i quaderni, ricchi di spunti estremamente interessanti, sono molto eterogenei e non pervengono (nemmeno con le edizioni che tentano d'accorpare arbitrariamente gli argomenti) ad un modello teorico del tutto delineato. Almeno, a me, quale non fine lettore (nemmeno recente) di Gramsci pare.

Ora, questa caratteristica certamente ricca e stimolante ma molto complessa dei quaderni di Gramsci (che pure aveva l'handicap di star male in carcere, purtroppo) non ha favorito letture e sintesi relativamente facili e divulgabili.
Se a questo si aggiunge il sentore di sospetto che per lunghi anni hanno accompagnato, presso il pensiero marxiano, non solo le idee innovative di Gramsci, ma anche qualsiasi elemento realmente aperto di discussione dell'apparato teorico marxiano, un perchè forse viene fuori.

Insieme ad un ulteriore perchè ... Perchè, com'è possibile, che la cultura post-pci marxismo italiano ecc. sia infine sfociato in elementi che vedono in Bob Kennedy o in Obama un punto di riferimento ed una ancora di salvezza? O che si esaltano alla vittoria di Luxuria all'Isola dei Famosi?
Inviato: 8/4/2009 18:18  Aggiornato: 9/4/2009 6:49
Autore: fulmini

@ Guido Aragona

Le tue osservazioni sono per me molto interessanti, tanto per le verità che contengono quanto per i pregiudizi che conservano. La produzione teorica tarda di Gramsci (i 'Quaderni del carcere') in particolare è evidentemente ancora avviluppata nelle nebbie ideologiche e negli interessi partitici.

Ho affrontato più volte, e prendendo spunto da diversi fenomeni, problemi, testi, autori, la questione nel sito-rivista - vedi la rubrica 'Gramsci' (forse non hai letto tutti i posts relativi).

Qui vorrei mettere in evidenza una delle ragioni generali della incompiuta comprensione dei suoi testi: l'idea - che tu riprendi - di una loro supposta disorganicità e asistematicità. No, Guido, l'organicità e la sistematicità sono la materia stessa di cui sono fatte le 'note' dei Quaderni - ma si tratta di una organicità non trattatistica e di una sistematicità non formale.

Vorrei chiederti di fare una breve esperienza, per iniziare a scoprirlo da te stesso il fondamento di quanto vado dicendo (da 35 anni, con Luis), quando puoi e vuoi: scegli una nota e leggila per quel che realmente è - non per quel che apparentemente non è. Come? Mi domandi un consiglio? Ecco - il primo che mi viene in mente. La breve nota "Perché gli uomini sono irrequieti?': la trovi fra le pagine centrali del Quaderno XIV (se possiedi l'edizione critica) o fra le prime pagine di Passato e Presente (se possiedi l'edizione tematica).
Inviato: 8/4/2009 21:30  Aggiornato: 8/4/2009 21:30
Autore: guidoaragona

Pasquale, disorganico no (ho sbagliato a dirlo), ma non sistematico credo di si. Certo, non ho dubbi che si possa prendere i quaderni e comporne un disegno, come quasi un puzzle. Tuttavia, è un puzzle che solo in alcune parti Gramsci ha voluto (forse potuto, data la situazione) comporre.
Dico voluto, perchè - da non esperto, puntalizzo, da profano ecc. - il suo pensiero mi appare della stessa specie, affine ad altri pensatori particolari, aperti per costituzione, che per la loro apertura sono quasi condannati a non voler "chiudere" mai .. ad esempio Leonardo.
La loro forza, come la loro debolezza, sta in questo magmatico "tenere aperto".
Inviato: 9/4/2009 1:37  Aggiornato: 9/4/2009 8:21
Autore: fulmini

@ Guido Aragona

Sono d'accordo che Gramsci sia un pensatore "aperto per costituzione". Ma questo non implica necessariamente una sua "asistematicità" - se ci intendiamo sul concetto e sul fatto gramsciano di sistematicità.

Gramsci, nei 'Quaderni', non cerca e non costruisce una sistematicità formale ed esterna, ordinamento e organizzazione di temi distinti, e neppure una sistematicità il cui criterio consista nell’allacciamento di problemi o temi tra di loro, bensì l’approfondimento in un solo nodo problematico per scoprirne tutti i rapporti possibili e congiungere il tutto attorno a un centro unificante.

Come? Mi domandi un esempio?

"Perché gli uomini sono irrequieti? Da che viene l'irrequietezza? Perché l'azione è 'cieca', perché si fa per fare. Intanto non è vero che irrequieti siano solo gli 'attivi' ciecamente: avviene che l'irrequietezza porta all'immobilità: quando gli stimoli all'azione sono molti e contrastanti, l'irrequietezza appunto si fa 'immobilità'. Si può dire che l'irrequietezza è dovuta al fatto che non c'è identità tra teoria e pratica, ciò che ancora vuol dire che c'è una doppia ipocrisia: cioè si opera mentre nell'operare c'è una teoria o giustificazione implicita che non si vuole confessare, e si 'confessa' ossia si afferma una teoria che non ha una corrispondenza nella pratica. Questo contrasto tra ciò che si fa e ciò che si dice produce irrequietezza, cioè scontentezza, insoddisfazione. Ma c'è una terza ipocrisia: [...] Nella realtà le cose sono più complesse [...] Cio che aggrava la situazione è che si tratta di una crisi di cui si impedisce che gli elementi di risoluzione si sviluppino con la celerità necessaria [...]"

Una pagina. Nella quale - come nelle altre 'note', di sette righe, di sette pagine, di settanta pagine - si individuano tutti i rapporti attivi e si compongono progressivamente articolandosi organicamente al loro centro problematico. Un tornado, un turbine, un vortice, un ciclone: ecco la sistematicità di Gramsci!
Inviato: 9/4/2009 9:49  Aggiornato: 9/4/2009 9:49
Autore: guidoaragona

Per "sistema" (e quindi per "sistematico", o non sistematico) intendo qualcosa tipo il "sistema" hegeliano.
Ecco, a me pare che la cosa veramente notevole di Gramsci è che negli anni '30 (pur marxiano), non fosse "sistematico".
Chi oggi non prenderebbe in giro qualcuno che pretendesse di costruire una teoria ove tutta la storia umana (ed anche i suoi sviluppi, derivati quasi "more geometrico") possa essere sussunta, inquadrata, determinata?
Ma negli anni '30, la cosa era ben diversa. Ed è questo valore di anticipo che ha reso Gramsci inutilizzabile per i nostalgici del "sistema".
Almeno, io lo leggo così.

Proprio ieri sera, ho preso in mano "Passato e presente" (ho una vecchia edizione degli Editori Riuniti, non quella Einaudi).
Leggo prima d'addormentarmi. Gramsci non mi fa dormire, rischio di fare le ore piccole. (attribuisco ciò alla sua stessa insonnia di cui soffriva in carcere, che si trasmette alle parole ed al lettore).
E trovo effettivamente che lì dentro c'erano spunti di lavoro per generazioni intere di intellettuali. Effettivamente straordinario.
Aperto, e dunque, non "sistematico".
Inviato: 9/4/2009 10:05  Aggiornato: 9/4/2009 10:06
Autore: guidoaragona

Tra l'altro, ho riletto ora i miei commenti, e vedo di non aver mai scritto "disorganico" a proposito di Gramsci.
Come avrei potuto, anche per errore?
Ma sua la organicità (o per meglio dire, la sua osservazione di carattere scientifico dei fatti, letti in senso propriamente organico, e mai aprioristicamente dedotti e forzati per incasellarli in un "sistema") è proprio ciò che lo rende "non sistematico" ed aperto.
Inviato: 9/4/2009 13:11  Aggiornato: 9/4/2009 13:11
Autore: fulmini

@ Guido Aragona

Sono molto contento di questa conversazione. Mostra (a me, a te, ad altri) come sia possibile, partendo da punti di vista diversi, e usando linguaggi differenti, intendersi, dialogare e andare anche oltre il semplice dialogo, oltre il puro scambio di opinioni, costruendo insieme in amicizia, accrescendo la comprensione della realtà nostra interna, della realtà comune esterna, di Gramsci, Marx, Hegel e altro ancora - mostrando in fine che la affermazione di sé è niente di fronte alla trasformazione di sé. E' già un anticipo di Paradiso, un posto dove le persone non gridano "Lei non sa chi sono io!" bensì sussurrano "Tu non sai chi ero io..."